Politiche del ritorno e governance dell’accoglienza in Italia:
Economie del tempo e degli affetti nelle esperienze di operatori e richiedenti asilo

Return Policies and Asylum Reception Governance in Italy:
Temporal and Affective Economies in the Experiences of Operators and Asylum Seekers

Federica Tarabusi

Dipartimento di Scienze dell’Educazione,
Università di Bologna


Indice

Introduzione

L’ombra di Mounir

Economie emotive e temporali del ritorno

Waiting for the future to come back

Conclusioni

Bibliografia



Abstract

The nexus between return policies and the Italian asylum system provides a framework for observing how reception workers and asylum seekers negotiate the discursive and operational repertoires embedded in Assisted Voluntary Return (AVR) programs in their daily encounters. Ethnographic research conducted in an Italian reception centre demonstrates the complex ways these actors navigate return regimes, recalibrate multiple and layered temporalities, and challenge the normative categories that shape EU border governance.

Keywords: Voluntary Return Programs; Asylum Governance; Temporalities; Affectivity.


Introduzione

Durante il pranzo in un centro di accoglienza, Fatoumata (per tutti Fatou) aveva ricevuto un messaggio da Ifrah, rientrata nel paese di origine attraverso un programma di rimpatrio volontario assistito (RVA). Quel contatto aveva catturato l’attenzione delle operatrici presenti, che avevano assillato Fatou di domande sulla “nuova vita” di Ifrah in Mali, dopo quasi due anni trascorsi in una fatiscente palazzina adibita a CAS (Centro di accoglienza straordinario). Da tempo, le operatrici ricercavano sue notizie tramite l’agenzia che aveva gestito la procedura, ma le reti con le associazioni nei paesi di origine – tanto decantate dai consulenti – si rivelavano fragili, inconsistenti. Per ora, i contatti li custodiva lo smartphone di Fatou, alla quale si rivolgevano anche altre richiedenti asilo: qualcuna dubitava dell’effettivo rientro della donna in MaliElle est vraiment rentrée, hein?»), alcune approfittavano per informarsi sulle indennità promesse («Elle a pas encore trouvé du boulot?», «Ils ont vraiment payé son billet?»), altre commentavano sarcasticamente quanto fosse difficile lasciare un’accoglienza così “generosa” («une Italie si gentille comme ça»). Mentre l’apprensione per Ifrah attraversava il centro, dubbi ed emozioni contrastanti circolavano fra operatrici e richiedenti asilo, intrecciando il destino di chi era partito con paure e aspirazioni legate a possibili ritorni.

Basato su un’etnografia condotta dal 2023 al 2025 in un CAS1, questo contributo esplora i processi e gli effetti quotidiani, ancora poco indagati, delle politiche di rimpatrio (in)volontario sulla governance italiana dell’accoglienza. Mentre oggi assistiamo al convergere delle politiche migratorie verso logiche di repressione, deportazione e criminalizzazione proprie dei regimi coloniali [Kalir 2019], questi processi si sono rafforzati in Italia, come in altri paesi europei, attraverso una intima intersezione tra politiche di ritorno e burocrazie dell’asilo.

Negli ultimi anni, le strutture di accoglienza che ospitano richiedenti asilo e rifugiati sono state infatti permeate dalla promozione e diffusione capillare di dispositivi informativi e consulenziali sui programmi di ritorno, tra cui il programma di RVA – gestito dal Ministero dell’Interno con il supporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – e la reintegrazione (RVAR), finalizzata a favorire l’inserimento socio-economico nel paese d’origine2. Iniziative recenti, come il progetto RI.VOL.ARE in RE.TE, avviato nel gennaio 20243, hanno introdotto sportelli dedicati al rimpatrio presso cooperative sociali e CAS e sfruttato la rete del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) per integrare il supporto al ritorno con i percorsi di accoglienza e inclusione già in atto. Nell’ambito di questo programma, l’OIM ha previsto la possibilità di reintegro assistito per circa 2.500 persone vulnerabili, con un sostegno economico che include un’indennità fino a 615 € per individuo e contributi fino a 2.000 € per progetti di reinserimento nel paese d’origine.

Nonostante questi investimenti, le adesioni ai programmi di rientro assistito restano esigue nel nostro paese. Nel 2023 l’OIM ha supportato il ritorno di 8.238 migranti in situazioni di vulnerabilità [OIM 2024], mentre il Consiglio Italiano per i Rifugiati ha facilitato il rientro di sole 461 persone4 [CIR 2024]. Numeri che, se confrontati con le oltre 135.000 domande di protezione internazionale presentate nello stesso anno, lasciano intendere una partecipazione contenuta ai programmi di rimpatrio da parte delle persone migranti inserite nel sistema di accoglienza. In parallelo, in Italia, si è accentuata la tendenza a disinvestire sul RVA a fronte di un potenziamento simbolico, economico ed operativo dei mezzi coercitivi e detentivi [FIERI 2024]. Forse anche per queste ragioni, nonostante la ricca produzione di studi sulle traiettorie di rifugiati e richiedenti asilo, nel nostro paese restano ancora sporadiche le analisi antropologiche dedicate alle loro esperienze e percezioni del rimpatrio, così come alle traduzioni istituzionali di queste politiche nella governance italiana dell’accoglienza.

Eppure, il ritorno non è assente dalla vita quotidiana dei centri e dall’orizzonte simbolico e discorsivo dei soggetti che li abitano. Come emerge dalla vignetta in apertura, la pressione istituzionale sui programmi di rientro assistito e l’esperienza (diretta e indiretta) di alcuni beneficiari rimpatriati rendono intermittentemente il ritorno oggetto di confronto fra persone migranti, attivando narrazioni e immaginari legati anche ai non ritorni: ritorni temuti, indesiderati, oppure sospesi, agognati, procrastinati, mai effettivamente concretizzati. Al contempo, la promozione di sessione informative e diffusione di sportelli di accompagnamento hanno introdotto ulteriori pressioni e forme di responsabilizzazione nel lavoro di accoglienza. In alcune realtà, le cooperative hanno attivato “punti di ascolto” per accompagnare chi esprime interesse verso il rimpatrio e sollecitato le équipe a partecipare ai momenti di aggiornamento, in cui il ritorno viene presentato come una delle possibili “uscite positive” dal progetto di accoglienza. In questa configurazione, operatori e operatrici si sono trovati invischiati in una catena di trasmissione istituzionale che li trasforma, spesso loro malgrado, da figure tradizionalmente associate alla tutela e alla protezione delle persone migranti a mediatori attivi delle politiche di ritorno. Se da un lato, gli strumenti di rimpatrio vengono proposti agli operatori come opportunità di reintegrazione dignitosa, la loro implementazione genera infatti una profonda tensione tra il mandato del lavoro sociale e le politiche di contenimento, amplificando le contraddizioni e i conflitti morali che attraversano le pratiche quotidiane dell’accoglienza.

Focalizzando lo sguardo sul nesso tra politiche del ritorno e governance dell’accoglienza, nei prossimi paragrafi esploro i diversi modi con cui richiedenti asilo e operatori si confrontano con i repertori discorsivi e operativi che orientano gli interventi pianificati per governare la mobilità degli «indesiderabili» [Anderson et al. 2011; Broeders 2010]. Il contributo matura da una intensa esperienza etnografica (2017-2025) che ha permesso di osservare da vicino le relazioni di aiuto e forme di vita che si generano nei contesti emergenziali e arbitrari di un CAS5. Attingendo a questa prolungata indagine di campo, qui rivolgo lo sguardo alle implicazioni morali, simboliche e affettive delle politiche di rimpatrio sulle esperienze di operatori e richiedenti asilo, radicate in profonde ingiustizie e rifrazioni che sono generate dall’intreccio di principi umanitari e logiche securitarie. Senza alcuna pretesa di esaustività, mostro la capacità dei soggetti di navigare in modo tattico il sistema del ritorno, modulando gesti e temporalità in relazione ai diversi vissuti emotivi, ed evidenzio la centralità dei loro timori, desideri e punti di vista critici nel mettere in crisi le categorie normative che strutturano il regime di frontiera contemporaneo.

L’ombra di Mounir

«Se ne vanno da qui, ma a volte restano le loro ombre» (Maja, operatrice). Nonostante la mobilità continua che attraversava il sistema di accoglienza, le storie di alcune persone continuavano a vivere nel CAS. Una di queste riguardava Mounir6, un giovane tunisino la cui richiesta d’asilo era stata definitivamente respinta. Dopo il diniego e l’esito negativo del ricorso legale, gli operatori avevano cercato di trattenerlo in struttura fino alla comunicazione ufficiale della Prefettura. Durante quelle ultime settimane era arrivato dalla Questura un decreto di espulsione: sette giorni per lasciare l’Italia. Uscito dal centro, con una piccola somma di denaro e pochi beni personali, Mounir si era spostato tra Bologna e Milano, dormendo alla stazione e in alloggi informali. Al CAS circolava la voce che, dopo essere stato avvistato alla mensa dei poveri, si fosse esposto a situazioni rischiose, frequentando ambienti legati alla microcriminalità. Secondo quanto avevano riferito gli ospiti rimasti in contatto con lui, una notte Mounir era stato fermato alla stazione di Milano e trasferito in un Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR). In seguito, tutti/e avevano perso le tracce.

Gli operatori e le operatrici del CAS conoscevano bene il regime di illegalità e invisibilità in cui i migranti erano sempre più costretti a muoversi [Bellagamba 2013; Khosravi 2019] di fronte al rafforzamento degli apparati di controllo e delle tecnologie di sorveglianza, legittimato dall’ideologia della legalità [Kalir 2019]. Per questa ragione, mentre i beneficiari venivano trasformati in potenziali “clandestini”, gli operatori si ingegnavano ogni giorno per «non buttare le persone in mezzo a una strada» [Firouzi Tabar 2020] e arginare quelle logiche che producevano sistematicamente disparità di trattamento fra gli ospiti. Per esempio, le équipe erano spesso costrette a spiegare ai beneficiari perchè, pur provenendo dallo stesso paese, ottenevano esiti differenti dalle Commissioni territoriali, oppure perchè solo alcuni diniegati ricevevano un decreto di espulsione. Emblematico era il caso dei cittadini tunisini, per i quali l’espulsione veniva applicata con grande rapidità, subito dopo il diniego della protezione internazionale. Gli accordi bilaterali tra Italia e Tunisia hanno, infatti, facilitato il rimpatrio dei cittadini tunisini, riducendo drasticamente le loro possibilità di ricorso legale in un contesto segnato da procedure opache e dalla violazione dei diritti fondamentali. Note agli operatori erano le vicende7 che avevano portato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a condannare l’Italia per violazioni procedurali riguardanti alcuni cittadini tunisini detenuti ed espulsi esclusivamente in base alla loro nazionalità [ASGI 2017].

Quando cominciarono a circolare nel centro i volantini multilingue dei programmi di Rimpatrio Volontario Assistito, l’ombra di Mounir riemerse tra le pareti del CAS. L’arrivo dei consulenti dell’OIM segnò un momento di disorientamento collettivo fra il personale dell’accoglienza, chiamato a seguire una formazione online e ad aprire punti di ascolto (denominati “sportelli”) per domande e chiarimenti sulle procedure. La cooperativa fu, inoltre, coinvolta nelle sessioni promozionali, in cui gli esperti informavano dei contributi economici previsti e della possibilità di costruire un piano individuale di reintegrazione nel paese d’origine. Dopo uno di questi incontri, Nizar si era avvicinato a un operatore per candidarsi al programma. Consapevole dei sacrifici che il giovane aveva fatto per imparare l’italiano e ottenere un lavoro nell’edilizia, l’operatore lo invitò a non essere frettoloso e a fissare un colloquio con lui. Nizar, in attesa dell’esito del ricorso dopo il diniego, replicò che non voleva aspettare di essere trasferito in un CPR, per poi essere rimandato in Tunisia: non voleva «fare la fine di Mounir». In un contesto segnato da rimpatri accelerati e pratiche amministrative differenziate, la risonanza con la storia del connazionale rivelava come il regime di deportabilità fosse riconosciuto e interpretato criticamente all’interno del sistema di protezione, percepito spesso dai diniegati come anticamera all’espulsione. Aderendo al programma, Nizar cercava un modo per riappropriarsi di piccoli spazi di autonomia e anticipare la temporalità del ritorno, sottraendosi al destino umiliante della deportazione. Non a caso, quando parlava al telefono con la madre si riferiva al ritorno come a un «viaggio» o a una «destinazione», minimizzando l’impatto del rimpatrio (in)volontario. Al fratello e alla madre non aveva rivelato nulla della sua condizione legale; si era limitato a dire che la crisi del lavoro era cresciuta in Italia e che, in quel momento, era meglio «andarsene via» con il gruzzoletto che aveva messo da parte. Maturando questa decisione, spesso utilizzava espressioni indirette – come «andarsene via» (Dégager), «sparire» (Disparaître), «muoversi» (Bouger) – per influenzare le reazioni nella società di origine che coinvolgevano parenti, vicinato e conoscenti e contenere così lo stigma del fallimento migratorio. Tuttavia, nei colloqui con operatori e operatrici si riferiva spesso alla sua scelta come «fuite obligée», riconoscendo l’intrinseco legame tra volontarietà e coercizione nella tormentata decisione di «autodeportarsi» [Tecca 2025].

L’interesse verso il programma coinvolgeva non solo i migranti e le loro famiglie, ma anche il personale del CAS, chiamato a promuovere il benessere di cittadini considerati sempre più «deportabili» [De Genova 2002]. Nel periodo del campo, gli operatori si trovarono alle prese con i cambiamenti dettati dalle nuove cornici securitarie, che radicalizzavano ulteriormente le forme di abbandono e marginalizzazione di richiedenti asilo e rifugiati. Per questo motivo, i dispositivi di rimpatrio non erano percepiti nel CAS come dispositivi a sé stanti, ma come parte integrante di un’economia politica della cittadinanza differenziale che lo stesso sistema di asilo (ri)produceva tramite status giuridici stratificati, procedure selettive e canali di mobilità diseguali [Anderson et al 2011]. Mentre operatori e operatrici cercavano di resistere all’interpretazione sempre più securitaria del loro ruolo [Pilotto 2018], l’introduzione dei programmi di RVA contribuì così a svuotare ulteriormente di senso il proprio mandato di cura e il già fragile obiettivo di “integrazione”:

Abbiamo visto i sorci verdi per fare andare a scuola i loro figli, per cercare uno straccio di lavoro, li abbiamo anche ripresi perché non andavano al corso di italiano. E adesso sbattiamo il volantino sul tavolo e diciamo che c’è un’occasione unica. Come dire: ragazzi, se vi siete fidati avete fatto male, perché siamo qui per rimandarvi a casa vostra! (Lia, operatrice).

Ciò che i promotori proclamavano come “successo”, per gli educatori rappresentava il crollo del progetto di accoglienza e, ancor più, il fallimento di una relazione. Per questo, avvertivano forti responsabilità morali di fronte ad azioni di cambiamento che implicavano decisioni conflittuali ed emotivamente complesse, con impatti profondi sulla vita delle persone, e filtravano le narrazioni istituzionali del ritorno privilegiando i punti di vista e gli stati d’animo dei “loro” beneficiari.

Economie emotive e temporali del ritorno

Fra gli ospiti del CAS, solo Nizar sembrava intenzionato a candidarsi a un programma di RVA. Dopo vari momenti di confronto con consulenti e operatori, il giovane preferì però rimandare la sua decisione. Per molti diniegati, essere istruiti su criteri e requisiti dei programmi non segnalava una reale volontà di partire, quanto un modo di mantenere aperta una possibilità futura, da modulare secondo l’evolversi della propria situazione personale. Rallentare o accelerare la candidatura in base ai colloqui, alle informazioni ufficiali, alla percezione di segnali minacciosi da parte della Questura consentiva a Nizar di gestire l’incertezza e contenere il timore di un possibile allontanamento forzato. Queste dinamiche generavano tensioni tra il personale del CAS e i promotori dei programmi, spesso irritati dalle esitazioni dei potenziali candidati e dai messaggi contraddittori degli operatori, che fissavano appuntamenti, poi li rimandavano o sospendevano le candidature per mesi per revocarle ulteriormente. Al contempo, educatori e volontari erano sollevati dalle titubanze e incertezze dei richiedenti asilo. La loro propensione a indugiare, procrastinare decisioni o sospendere una pratica veniva non solo ben accolta, ma anche incoraggiata nel corso dei colloqui: «So che il programma ha delle procedure, ma le ho suggerito di non correre. Abbiamo tempo. Pensare al suo ritorno in Sudan mi fa sentire male» (Marta, educatrice).

Preoccupati del rischio di alimentare false speranze, gli operatori approfittavano dei tempi dilatati dei programmi per ritagliare margini di negoziazione e sondare meglio le aspettative dei richiedenti asilo. Per chi era realmente intenzionato a partire l’intero processo – dalla preparazione alla partenza, fino alla reintegrazione nel paese di origine – poteva estendersi per molti mesi, talvolta oltre l’anno, in base alla complessità del caso, alla documentazione disponibile e alle risorse accessibili nel paese di ritorno. Nel caso di Ifrah, unica beneficiaria del centro ad avere completato il percorso di RVA, le procedure burocratiche erano state più lunghe del previsto, protraendosi per oltre un anno. In quel frangente, avevo visto più volte gli operatori e le operatrici esplorare, con modalità e linguaggi diversi, la sua effettiva “volontà” di ritornare, il senso e le implicazioni della partenza. Mentre la macchina amministrativa avanzava lentamente, i dubbi e desideri di Ifrah attanagliavano gli operatori, che indugiavano sulle procedure e protraevano gli incontri con gli esperti. Questo li portava spesso a piegare i tempi burocratici del programma ai vissuti emotivi che accompagnavano le decisioni dei beneficiari, piuttosto che il contrario.

Tali dinamiche prendevano forma in un campo dove tempi dell’attesa e tempi frenetici si scomponevano in una pluralità di forme [Pitzalis 2022], richiedendo al personale di coniugare la gestione emergenziale del centro, le progettualità esistenziali dei migranti e le attese protratte che immobilizzavano le loro vite [Griffiths 2014]. Mentre, però, l’attesa del documento era percepita come la forma più palese di violenza burocratica, l’incertezza temporale del rimpatrio veniva reinterpretata come momento produttivo per rimandare, ipotizzare, interpretare il ritorno o, spesso, per escluderlo dalle opzioni percorribili. Il tempo, generalmente percepito nel CAS come coercitivo e desoggettivizzante, veniva in questi casi scomposto e dilatato per indagare e ricomporre le loro percezioni e aspirazioni di cambiamento. Nel corso dei colloqui, le persone migranti discutevano, dubitavano e attribuivano significati molteplici e ambivalenti alla nozione di “ritorno”, oscillando dal timore di arrendersi al desiderio di riprogettare la propria esistenza: «Se torno perdo tutto, ma qui non arriva il documento e aspettare sempre non va bene […]. Tornare a casa non è facile, può andare bene, può andare male» (Hasna). Le conversazioni sul ritorno stimolavano spesso forme di complicità fra operatori e migranti che, esplorando i vincoli dei programmi, aprivano altri interrogativi, condividevano le loro percezioni sui tempi arbitrari della burocrazia e provavano a dare un senso ai cambiamenti introdotti in un sistema aporetico e illogico. Un’operatrice, inizialmente angosciata dall’idea che gli ospiti potessero prendere decisioni affrettate, notò come l’attivazione degli sportelli le avesse permesso di sottrarsi alla pressione dei ritmi emergenziali per ritagliare – e contrabbandare – un tempo di cura all’interno della quotidianità frenetica del centro: «Alcuni sono solo curiosi, ti chiedono, ma poi creiamo un’occasione per fermarci, riprendere un filo nelle tante cose sospese, cosa che normalmente non succede: sempre urgenze, emergenze, burocrazia!».

Attribuendo nuovi significati e funzioni agli sportelli, gli operatori cercavano così di aggirare e deviare le politiche del rimpatrio in un sistema che non potevano sfidare direttamente. In questo processo, spesso reinterpretavano le categorie ufficiali delle agenzie umanitarie – ad esempio chi poteva accedere ai contributi o quali priorità seguire – anche per dipanare il legame fra potere e incertezza, connaturato nelle strutture istituzionali [Whyte 2011]. Un uomo siriano si presentò un giorno in ufficio, sventolando il volantino del RVA, per chiedere se i contributi previsti fossero destinati anche ai siriani o soltanto ai rifugiati ucraini. La sua domanda non rifletteva una reale intenzione di rientrare, ma nasceva dalla disparità delle forme di accoglienza e protezione riservate ai profughi ucraini e quelle destinate ai “meno meritevoli” provenienti da Africa e Medio Oriente. Queste disparità erano percepite anche dagli educatori che, mentre supportavano persone prive di diritti e forme di tutela ed esposte ogni giorno a raggiri, abusi e minacce nel mercato del lavoro, assistevano alla pronta mobilitazione collettiva degli attori statali, parastatali e della società civile per rispondere all’“emergenza Ucraina”. L’imbarazzo e la vergogna nel partecipare a interventi che normalizzavano forme differenziali di inclusione si manifestavano in idiosincrasie quotidiane e in disagi persistenti fra il personale del CAS. Per questa ragione, discutere con gli ospiti dei requisiti di accesso ai dispositivi del rimpatrio spesso serviva più ad aprire un discorso critico sul funzionamento gerarchico e razzializzato del sistema di accoglienza che non a promuovere il programma stesso. Così, quando i richiedenti asilo chiedevano informazioni sul RVA, gli operatori cercavano di accogliere le loro percezioni critiche nei confronti dei servizi [Riccio 2023] e di sbrogliare almeno in parte l’opacità che ne informava il funzionamento. Talvolta, per sciogliere dubbi e chiarire i loro diritti, operatori e operatrici segnalavano i programmi a persone la cui domanda d’asilo era ancora in corso, spiegando chiaramente che candidarsi avrebbe comportato la rinuncia definitiva alla protezione. In altri casi, invece, suggerivano percorsi alternativi al RVA o illustravano selettivamente i requisiti di accesso ai contributi, adattando le regole ufficiali alle circostanze di ciascun beneficiario. Le pratiche arbitrarie e informali con cui gestivano gli strumenti di rimpatrio non rappresentavano eccezioni o deviazioni all’interno del regime umanitario in cui si muovevano, ma elementi costitutivi della sua natura emergenziale [Sandvik 2011]. Le loro minute pratiche di traduzione e adattamento rivelavano come l’intervento umanitario fosse quotidianamente negoziato e riscritto nelle situazioni personali attraverso compromessi, scarti e invenzioni che ridefinivano i confini stessi del mandato assistenziale. Nel tentativo di destreggiarsi tra vincoli istituzionali, politiche opache e delicati equilibri etici, gli operatori elaboravano spesso strategie pragmatiche, ricorrendo anche in modo strumentale ai dispositivi del ritorno. Più volte, per esempio, ipotizzavano e valutavano insieme ai beneficiari le possibilità offerte dal programma per accedere ad alcuni benefici o servizi riservati ai candidati, come gli alloggi temporanei. Talvolta, il rientro assistito poteva sembrare anche la via più indolore di fronte alla probabilità di un’espulsione. Nel caso di Omar, ritenuto vulnerabile, con problemi di salute e senza più accesso all’accoglienza, il programma appariva ad alcuni educatori una opzione alternativa alla vita in strada. In queste situazioni, il ritorno veniva presentato come una forma di “protezione possibile” dentro un sistema che aveva già ritirato ogni altra forma di tutela.

Facendo fruttare la conoscenza informale dei meccanismi di espulsione, gli operatori cercavano così di impegnarsi in continui atti di bilanciamento morale rispetto a compiti percepiti come problematici o coercitivi [Barone 2025]. Tuttavia, mentre si infastidivano di fronte ai giudizi personali avanzati dai promotori nei confronti dei potenziali candidati («è uno interessato», «non collabora», «sembra che non abbia le idee chiare», ecc.), anche le loro disposizioni erano a volte orientate da una implicita pedagogia morale che subordina priorità e diritti a un criterio di merito [Vacchiano 2011]. Un giorno un operatore affermò che il RVA poteva essere una buona opzione per persone come Ahmed, poco motivate a imparare l’italiano e più propense a lamentarsi che a mostrarsi riconoscenti per le tante risorse e opportunità ricevute. Viceversa, il programma era meno caldeggiato fra coloro che apparivano più disponibili a partecipare al progetto di accoglienza e dunque propensi a comportarsi con l’umiltà di chi ha un debito e non con la rivendicazione dell’avente diritto [Fassin 2012, 4].

Al contempo, nei loro scambi con le persone migranti, gli operatori modulavano i propri comportamenti e i tempi istituzionali anche in base agli stati d’animo contraddittori e agli assetti emotivi che si generavano all’interno dei loro legami affettivi [Strasser, Sökefeld 2025]. Nei giorni in cui Nizar aveva fissato un appuntamento con gli esperti del RVA, per esempio, gli operatori posticipavano o riorganizzavano le scadenze a seconda delle sue ansie, dei continui ripensamenti o di altri impegni – come le visite mediche – che tendevano sempre a preoccuparlo. Allo stesso modo, nei colloqui e nei momenti informali, gli operatori non celavano le proprie inquietudini, ma continuavano a nutrire fiducia nei desideri e cambiamenti che esploravano insieme ai richiedenti asilo, arrivando spesso a riconoscere che molti di loro non avevano una reale intenzione di rientrare nel paese d’origine.

Come in altre dimensioni della vita quotidiana del centro, i vissuti emotivi di migranti e operatori si influenzavano reciprocamente. Nei colloqui con gli operatori, Nizar oscillava tra la fiducia nella propria scelta e l’ansia per ciò che lo attendeva al ritorno, modulando le sue emozioni in relazione tanto all’ambiente materiale e affettivo del centro quanto alle relazioni mantenute nel paese d’origine. Questo pendolo emotivo [Tecca 2025] lo portava ad alternare momenti di determinazione e lucidità a fasi di dubbio e inquietudine, in un movimento continuo tra speranza e disillusione, progettualità e arretramento. Nel tempo, i sentimenti che circolavano fra operatori e ospiti accumulavano valore affettivo [Ahmed 2004], generando una catena di risonanze emotive. L’incertezza di Nizar, alimentata anche dalla paura per il destino di Mounir, produceva apprensione negli operatori per la vulnerabilità di Omar, ma accendeva speranze in altri ospiti e diniegati, i cui tentennamenti innescavano, a loro volta, nervosismo e sfiducia tra i promotori del programma. Allo stesso modo, i brevi scambi via WhatsApp tra Fatou e Ifra suscitavano incertezze nella équipe riguardo alle promesse del progetto e generavano confusione tra le altre richiedenti asilo, ma innescavano anche ricordi e sentimenti di nostalgia verso i familiari e i contesti di origine.

Waiting for the future to come back

Nonostante gli incentivi e i messaggi persuasivi veicolati dai promotori dei programmi di RVA, nessun richiedente asilo sembrava realmente intenzionato a concludere le procedure. Più che sollecitare una concreta adesione, le sessioni informative avevano l’effetto di alimentare una fitta circolazione di messaggi, racconti e passaparola che coinvolgevano anche familiari, reti diasporiche, amici ospitati in altri centri oppure rimpatriati. Al contempo, l’attesa di Nazir e la situazione di Omar creavano un’occasione di osservazione e apprendimento sulla preparazione di un possibile ritorno. Insieme ai fogli dei moduli dei programmi – piegati e ripiegati nelle tasche o dimenticati nei comodini delle stanze – il confronto con i dispositivi di rimpatrio generava un patrimonio implicito di saperi, visioni e immaginari intorno ai ritorni temuti, indesiderati, oppure sospesi, agognati, mai concretizzati.

Nei giorni seguenti a una sessione informativa, Alassane raccontò che suo cugino era stato «riportato indietro» dalla Germania, ma non aveva ricevuto il contributo economico promesso perché l’ufficio locale non aveva attivato le procedure necessarie. Ora viveva in una condizione ancora più precaria di prima e, peggio ancora, non poteva ritornare in Europa. I richiedenti asilo leggevano una continuità fra le clausole del RVA, che impongono ai beneficiari di rinunciare a rientrare legalmente in Europa, e il carattere dissuasivo di messaggi e slogan promossi dalle campagne dell’OIM sui pericoli della migrazione irregolare [Musarò 2019; Pécoud 2018]. Nei loro commenti, riecheggiavano i discorsi populisti e denigratori volti a istillare nei migranti un senso di colpa su una scelta considerata sbagliata [Barone 2025]. «Ti danno un cioccolatino e ti spediscono per sempre. Non sanno cosa abbiamo passato per arrivare fin qui», notò Osman all’indomani dell’incontro con i promotori del RVA. Dopo anni di esperienze segnate da deterrenza e misure ostili, gli ospiti percepivano queste difficoltà come elementi inevitabili della migrazione, ma custodivano anche le storie di connazionali, parenti e amici che, dopo rimpatri forzati o rientri volontari, erano ripartiti verso l’Europa. Fumando accanto al muretto della struttura, Blaise, un giovane ivoriano, raccontò che un suo amico, dopo essere stato «deportato» in Costa d’Avorio dalla Libia, ora stava tentando il game sulla rotta dei Balcani occidentali [Lofranco infra]. Grazie ai contatti con alcune reti organizzate di passeurs e trafficanti, aveva comprato un documento falso e poi era ripartito verso l’Europa, ma questa volta via terra. Anche Blaise escludeva di attraversare ancora una volta la Libia e soprattutto il Mediterraneo, che percepiva come il corridoio migratorio più pericoloso [Albahari 2015]: la sua generazione aveva imparato dalle storie di chi non era mai arrivato.

I racconti di amici e parenti rimpatriati dalla Libia o dal Niger mettevano a nudo l’impegno dell’UE e i suoi Stati membri in programmi e politiche di esternalizzazione finalizzate a mitigare la pressione migratoria verso l’Europa [Gaibazzi infra]. Al contempo, queste esperienze confermavano come le politiche di ritorno, lungi dal funzionare come deterrente, alimentassero un ciclo continuo di rientri, transiti e nuove partenze, sostenendo di fatto un’economia dell’illegalità [Andersson 2014]. Ahmad, un mediatore proveniente dall’Afganistan, mi raccontò come lo stigma associato al ritorno spingesse i rimpatriati nel suo paese a tentare nuovamente la migrazione, a volte verso lo stesso paese da cui erano stati deportati. Secondo Ahmad, questo fenomeno di remigrazione verso l’Europa era legato al bisogno di riconquistare un senso di dignità perduta di fronte agli atteggiamenti inquisitori e talvolta ostili nei contesti di origine, dove i migranti di ritorno venivano colpevolizzati per non avere convertito l’espatrio in un vantaggio tangibile [Maitilasso 2017].

Come Blaise e Alassane, altri ospiti erano scettici sui programmi e privilegiavano nei loro progetti partenze autonome e temporanee verso i paesi di origine. Alcuni ipotizzavano di ritornare per costruire percorsi concreti di lavoro o consolidare le reti familiari, mantenendo comunque aperta la possibilità di rientrare in Italia o in Europa. Così, partecipavano a colloqui o sessioni informative, raccogliendo informazioni utili, ma evitavano di vincolarsi legalmente. Trascendendo la logica binaria dell’«andare o restare» [Maitilasso 2022], i loro ritorni immaginati o procrastinati esprimevano diversi modi di affrontare momenti critici e cambiamenti sociali e rinegoziare le pressioni familiari. Parlando di Nizar, un richiedente asilo raccontò che avrebbe voluto ritrovare lo stesso coraggio che lo aveva spinto a partire per ritornare nel paese di provenienza. Specificò che in ogni caso non avrebbe mai scelto il villaggio d’origine, ma altre destinazioni urbane più adatte per «ricaricarsi spiritualmente» e prefigurare un futuro. Immaginare forme di mobilità laterale del ritorno e valorizzare il coraggio – non solo di partire, ma anche di ritornare – rappresentava uno dei tanti modi attraverso cui le persone si preparavano a eventi emotivamente intensi, segnati da vergogna, ansia e conflitti, reinscrivendo il ritorno nell’economia morale dell’avventura [Barone 2025].

In altri casi, i loro racconti ampliavano l’idea di ritorno, nutrendola di nuovi significati. Alassane, per esempio, custodiva una storia positiva di ritorno, ma non nel contesto di origine. Dopo diverso tempo trascorso nel Nord Italia, un suo connazionale, conosciuto all’interno di un CAS in Puglia, aveva scelto di lasciare Milano e ritornare a Brindisi, sfruttando la propria rete informale di contatti. Altri casi testimoniavano come le reti costruite fuori e dentro il circuito di accoglienza e le procedure burocratiche – che costringevano le persone a rinnovare i permessi nei luoghi dove erano stati emessi – generassero una mobilità di ritorno verso il sud del paese [Sanò 2019]. Come il connazionale, anche Alassanne sperava un giorno di tornare in Puglia. Altri progetti e desideri evidenziavano come le risorse informali, le reti diasporiche, le relazioni affettive e la conoscenza del territorio diffondessero nei richiedenti asilo un senso di maggiore protezione e sicurezza rispetto alle risorse istituzionali offerte dal sistema di accoglienza.

Le loro aspirazioni di mobilità e proiezioni esistenziali, rimaste infrante o sospese, si dispiegavano non solo nello spazio – dai villaggi natali ai luoghi di transito, dalle città dei paesi di origine ai contesti di accoglienza in Italia – ma anche nel tempo, evidenziando una capacità di imbastire simultaneamente un confronto con il passato e un orientamento verso il futuro [D’Onofrio 2019]. Questo significava rompere l’incertezza temporale, riappropriandosi delle esperienze prodotte dal regime dei confini in cui erano rimasti intrappolati fin dal loro arrivo in Italia. Il passato non era dunque lasciato alle spalle, ma capitalizzato sotto forma di memorie, apprendimenti e repertori interpretativi per rilanciare desideri di libertà e ritornare ad aspirare a un futuro [Appadurai 2014].

Altri ospiti, invece, utilizzavano i programmi di RVA come uno strumento per ridurre, temporaneamente, gli effetti delle logiche infantilizzanti dell’accoglienza. Ascoltando le spiegazioni sui contributi economici previsti per il reinserimento, Abdul era intervenuto per dire che avrebbe valutato la proposta nel caso in cui il suo pocket money fosse stato ancora decurtato. Iniziò a criticare le scelte della cooperativa, sostenendo che avrebbe dovuto tutelarli di più come persone, invece che trattarli come numeri. Altri ospiti, dopo le sessioni informative, fissarono appuntamento con gli operatori per discutere dei programmi, ma nei colloqui si limitarono a parlare del “documento”, delle loro condizioni di salute, dell’arbitrarietà delle commissioni territoriali. In questi casi, i richiedenti asilo si riappropriavano del dispositivo del rimpatrio per denunciare le condotte degli enti gestori, rivendicare risorse negate, accelerare le procedure legali, opporsi ai tagli delle risorse e servizi e alle decisioni “punitive” dalla cooperativa all’interno di un sistema gerarchico e paternalista. Sebbene gli esperti cercassero di prendere le distanze dai problemi del CAS («non possiamo risolvere i problemi che hai qui dentro»), le persone migranti percepivano stretti legami tra il “sistema del ritorno” e il regime dell’asilo. Ciò emergeva anche dalle micro-transazioni che operavano tra i programmi di rimpatrio e i dispositivi di accoglienza, concepiti come parte integrante di un unico apparato umanitario-securitario. Per esempio, alcuni di loro capitalizzavano i linguaggi e repertori interpretativi appresi nell’interazione con il sistema di asilo [Castellano 2023] per performare una immagine di sé come “candidati meritevoli”. Talvolta, interagendo con i promotori, sembravano più preoccupati di controllare la narrazione del ritorno che non interessati a maturare la scelta del ritorno. Nel corso di un colloquio, Grace, che aveva imparato a «recitare la parte» [Khosravi 2019], assumeva il ruolo di candidata ideale per i programmi, mostrandosi grata agli esperti per l’opportunità, ma anche timorosa e bisognosa di consigli. Poco tempo dopo, disse a un’operatrice che non aveva alcuna intenzione di rientrare nel contesto di origine dato che quasi tutti i suoi parenti erano emigrati in Europa. Mettendo in campo il copione appreso per rispondere all’idea di vittima meritevole, Grace guadagnava tempo per affrontare il momento critico legato all’attesa del ricorso e qualche margine di libertà per riprogettarsi in uno scenario altamente instabile. Nei giorni successivi, mentre l’accompagnavo alle poste, mi raccontò del desiderio di riattivare alcuni progetti infranti («I’m waiting for the future to come back»). Come altri beneficiari, il “posto” in cui Grace desiderava realmente ritornare era il proprio futuro.

Conclusioni

In un contesto storico segnato dalla crescente intersezione fra politiche di ritorno e sistema di protezione internazionale, abbiamo osservato gli effetti profondi, a volte inattesi, che i dispositivi di rimpatrio (in)volontario producono sulle relazioni e pratiche quotidiane dell’accoglienza.

Sebbene l’adesione ai programmi di RVA sia limitata fra i richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza, attorno agli strumenti creati per la loro diffusione si genera una fitta circolazione di emozioni, apprendimenti e repertori interpretativi, alimentati dalle storie di chi è tornato, dalle reti diasporiche, sociali e informali costruite dentro e fuori al circuito di asilo. Le pressioni morali nei contesti di origine, le aspirazioni di cambiamento, le barriere materiali e legali di fronte a un futuro incerto sono al centro di domande, diffidenze e aspirazioni che producono una geografia sociale del (non) ritorno nei contesti di accoglienza: ritorni sospesi, temuti, agognati, mai concretizzati. Mentre le loro relazioni con il contesto d’origine evolvono all’interno di progettualità mutevoli e frastagliate [Maitilasso 2017], le pressioni istituzionali sulle politiche del rimpatrio amplificano i ruoli ambigui e i conflitti morali degli operatori, chiamati a coniugare il proprio mandato di cura con le logiche di contenimento. La gestione quotidiana di tali cambiamenti mostra, tuttavia, la capacità dei soggetti di navigare situazionalmente il sistema del ritorno, riuscendo spesso a deviare i fini e le logiche dei suoi dispositivi. Il materiale etnografico evidenzia infatti i modi articolati e tattici, a volte strumentali, con cui operatori e operatrici tendono a utilizzare l’indeterminatezza temporale dei programmi per sottrarsi ai ritmi emergenziali e a declinare gli strumenti istituzionali in funzione delle esigenze dei beneficiari dentro a contesti gerarchici e paternalistici.

Rispetto al mandato originario, le azioni orientate al ritorno generano così campi dinamici in cui le aspettative e emozioni di migranti e operatori si influenzano reciprocamente, permettendo ad entrambi di riposizionarsi rispetto ai ruoli che vengono loro assegnati. Da un lato, i potenziali beneficiari dei programmi utilizzano i dispositivi del ritorno per riappropriarsi di piccoli margini di autonomia, gestire situazioni di incertezza esistenziale e precarietà legale, puntando a (ri)proiettarsi verso futuri possibili. Mettendo a frutto gli apprendimenti e le esperienze della diaspora, spesso i richiedenti asilo prefigurano alternative ai programmi di RVA per aggirare le clausole e misure che sono pianificate per scoraggiare la mobilità. In linea con un nutrito dibattito [Battistella 2018; Cassarino 2004; Vathi, King 2017], le loro esperienze si muovono in uno spettro di condizioni, costrizioni, pressioni che ci invitano a situare lungo un continuum le diverse tipologie di ritorno (deportazione, espulsione, rimpatrio forzato, rientro assistito, reintegro). Dall’altro lato, gli operatori, ricorrono a (contro)strategie di traduzione e adattamento delle richieste istituzionali ed elaborano tattiche pragmatiche e arbitrarie che producono effetti imprevedibili nelle traiettorie delle persone coinvolte. I loro espedienti e continui movimenti rivelavano una disposizione creativa, talvolta eccentrica, a reinterpretare i repertori culturali e discorsivi del rimpatrio e a rinegoziare le aspettative dei suoi promotori in base alle situazioni concrete e personali. In un quadro segnato dall’inasprimento delle normative in materia di asilo e da un’attenzione sempre più pervasiva alla deterrenza e alle espulsioni, gli interlocutori utilizzano spesso la propria conoscenza informale dei meccanismi umanitari per impegnarsi in continui atti di bilanciamento morale di fronte a misure coercitive e a compiti che deviano il loro mandato verso un sistema esclusivamente centrato sul contenimento. Decostruendo l’immagine di un apparato migratorio monolitico e impersonale [Feldman 2012], i vissuti emotivi, morali e pratici di chi media i dispositivi del ritorno evidenziano, dunque, come le politiche di controllo della mobilità possano essere al contempo riprodotte, deviate e contestate all’interno e ai margini dello Stato [Borrelli, Lindberg 2018].

Nondimeno, le esperienze degli interlocutori gettano luce su inversioni semantiche (“successo” e “fallimento”) e sulla natura interconnessa di fenomeni (deportazione e rimpatrio volontario) che mettono in crisi le retoriche celebrative delle politiche del ritorno. Mentre il rientro assistito, definito come esito “riuscito” nel vocabolario delle agenzie umanitarie, è percepito dagli operatori come “fallimento” del progetto di inclusione, i richiedenti asilo misurano la propria autorealizzazione in base alle possibilità di eludere i parametri che certificano il successo dei programmi di ritorno. Nondimeno, i modi con cui i beneficiari usano strumentalmente il RVA per procrastinare un’espulsione, oppure aspirano a ripartenze autonome per aggirare o scavalcare le clausole di non ritorno, rivelano la costruzione fittizia e performativa della volontarietà nelle burocrazie del rimpatrio [Cleton, Chauvin 2020]. In questo senso, gli interlocutori mostrano non solo di interpretare criticamente il regime di deportabilità in cui sono costretti a muoversi, ma anche di riconoscere le interdipendenze fra i programmi di rientro assistito, i messaggi persuasivi delle campagne dell’OIM sui pericoli della migrazione irregolare e le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee.

Il materiale empirico evidenzia, in definitiva, l’urgenza di coinvolgere direttamente le soggettività e collettività migranti nei processi elaborativi volti a ripensare le categorie normative su cui si basano i programmi di assistenza al ritorno e le politiche di sostegno alla mobilità circolare [FIERI 2025]. Come abbiamo visto, la pressione dei dispositivi di rimpatrio sta generando percezioni critiche, emozioni ambivalenti e pratiche informali nel sistema italiano di protezione internazionale, dove nel passato i programmi RVA risultavano meno pervasivi e poco conosciuti [Musarò et al. 2017]. Al contempo, il ritorno emerge come una promettente finestra analitica per esplorare le connessioni impreviste e strategie con cui operatori e migranti navigano le temporalità multiple dell’accoglienza, riuscendo a muovere idee di futuro e desideri di libertà dentro e nonostante gli attuali regimi di detenzione e espulsione.

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  1. 1 Il materiale empirico qui presentato fa riferimento al periodo 2023-2025, ma si inserisce in un percorso di ricerca avviato nel 2017 all’interno dello stesso contesto di accoglienza. La continuità del lavoro etnografico, sostenuta da relazioni di fiducia consolidate e da una conoscenza di lungo periodo del campo, ha reso possibile affrontare con maggiore profondità anche il più recente approfondimento sul tema del ritorno.

  2. 2 Sulla differenza tra RVA e RVAR, si rimanda a: OIM Italia, Ritorni Volontari Assistiti e Reintegrazione (RVA-RVAR), disponibile su: https://italy.iom.int/it/ritorni-volontari-assistiti-e-reintegrazione (29/11/2025).

  3. 3 Si veda: OIM Italia, Rivolare in Rete. Programma di Rimpatrio Volontario Assistito e Reintegrazione, disponibile su: https://italy.iom.int/it/progetti/rivolare-rete (29/11/2025).

  4. 4 I dati disponibili riflettono l’incoerenza e la confusione, sia concettuale sia statistica, che caratterizzano le politiche italiane in materia di rimpatrio e di RVA [FIERI 2024]. La discrepanza tra le diverse fonti dipende anche dai rispettivi ambiti di riferimento: l’OIM include tutte le persone assistite al ritorno volontario dall’Italia, comprese varie forme di supporto erogate anche attraverso programmi co-finanziati dall’UE; il CIR, invece, riporta esclusivamente i casi seguiti direttamente nei propri progetti di ritorno assistito.

  5. 5 Gestito da una cooperativa sociale di matrice laica, il CAS è composto da due stabili adiacenti collocati in un’area industriale di una cittadina romagnola.

  6. 6 Tutti i nomi utilizzati nel testo sono pseudonimi.

  7. 7 Uno dei più noti in struttura era il caso di Khlaifia e altri c. Italia (2016), riguardante tre cittadini tunisini trattenuti nel 2011 presso il Centro di Soccorso e Prima Accoglienza (CSPA) di Lampedusa e successivamente a bordo delle navi Vincent e Audacia. Si veda ASGI [2017].