La comunità debole: cohousing tra utopia sociale e mercato capitalistico

La comunità debole: cohousing tra utopia sociale e mercato capitalistico

Dario Altobelli


Abstract

The term cohousing indicates a particular social phenomenon that makes its first appearance in Denmark in 1972. It consists of a community of people who have chosen to live together in villages or condominiums which have established in advance the rules of coexistence and in which there are areas of common use. The cohousing observed in recent years a significant spread in the world by binding to the ideas of ecological matrix, and there are some pilot projects in northern Italy.

The paper intends to present the phenomenon in its general aspects, focusing in particular on what can be called the "philosophy" that animates these communities of residence, which appear, for many reasons, "weak". An analysis made above with reference to publications and interviews with developers and some members of the Italian projects shows critical aspects. Among these, the absence of a political vision wider and more general, an ambiguous relationship with the marketing and the logic of capitalist market and, finally, a reminder at times casual to cultural values​​, symbols and discourses which refer to a logic of "good time past" and a now-lost "community spirit".

Keywords

Cohousing; community; market; social ecology; utopia

Premessa

Con il termine cohousing, che si può tradurre in italiano con coresidenza o vicinato elettivo, si indica un particolare fenomeno sociale che consiste in comunità di persone che hanno scelto di vivere insieme in villaggi o condomini di cui sono state stabilite preventivamente le regole di convivenza e nei quali sono presenti spazi di uso comune. Il fenomeno fa la sua prima comparsa in Danimarca all’inizio degli anni Settanta, verso il 1977 compare in Olanda e poco dopo in Svezia, paese quest’ultimo dove dagli anni Ottanta è stato attivamente sostenuto con politiche governative specifiche. Attualmente è un fenomeno sociale e abitativo che trova aderenti in tutto il mondo occidentale, dagli Stati Uniti al Canada sino all’Australia e al Giappone; non mancano alcune esperienze pilota in Italia, soprattutto concentrate nel nord del paese.

Il testo che qui si presenta si basa sull’unica pubblicazione dedicata all’argomento edita in Italia (Lietaert 2007)[1], su una conversazione che ho fatto con il suo autore, Matthieu Lietaert, e sull’analisi di alcuni dei contenuti presenti nel sito www.cohousing.it, animato dal gruppo di lavoro Cohousing Ventures, che è il principale punto di riferimento per la conoscenza e la diffusione di questa modalità abitativa in Italia. Lo scopo dell’articolo, quindi, è quello di presentare una riflessione su alcuni caratteri generali del fenomeno, di cui andiamo a indicare sommariamente l’importanza, e prefigurare, ove già non siano in corso d’opera, ricerche di tipo specificamente etnografico e antropologico.

L’origine storico-culturale

Nelle sue linee generali e nella sua forma tipica il cohousing consiste fondamentalmente in un progetto di vita comune e condiviso fra diversi nuclei famigliari, ciascuno dei quali di varia composizione e numero di componenti e che dispone di una propria unità abitativa, ma che condividono determinati spazi e attività ad essi connesse, fra le quali la principale è quella della cucina e dei pasti. Non si tratta, quindi, di forme di promiscuità abitativa e la famiglia nucleare è intesa come vero e proprio centro della struttura comunitaria. La condivisione di alcuni spazi e servizi è pertanto vista programmaticamente come strumento di socializzazione e di ripartizione di costi e di responsabilità.

In primo luogo si potrebbe riflettere quindi sulle ragioni storico-culturali che presiedono al cohousing. Più d’uno dei fondatori storici, per esempio, fa aperto riferimento a correnti di pensiero libertario e utopistico (fra gli altri ricorrono sovente i nomi di Thomas More e di Charles Fourier) e per essi il termine “comunità” viene assunto di fatto nella sua più chiara e forte accezione politica. Come nota Lietaert, «in danese, il significato letterale della parola che indica il cohousing, bofaelleskaber, è “comunità vivente”» (Lietaert 2007, 7) e certo non a caso tali esperienze si affermano per la prima volta nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, durante e al termine di una stagione, come noto, carica di forti spinte riformatrici se non dichiaratamente rivoluzionarie. Non è quindi del tutto semplice delineare l’orizzonte culturale generale che può aver orientato storicamente tali esperienze né più agevole è delineare l’orizzonte culturale che le orienta nel presente.

Indubbiamente sulla matrice libertaria originaria si incardinano altre correnti a quella vicine, ma anche distinte: la critica della vita moderna con il connesso rifiuto della civiltà industriale a favore di un’idea di comunità di tipo preindustriale; il rifiuto della dimensione urbana a favore di una dimensione “naturalistica” o “bucolica” del vivere, che di recente viene ad assumere contorni ecologisti; l’attenzione ai processi di educazione dei bambini che, in non poche esperienze del genere, sono affidate programmaticamente alla collettività coresidente che nel complesso viene ad assolvere taluni dei ruoli propri dei genitori naturali[2].

Gli sviluppi recenti

Negli ultimi anni il cohousing osserva una significativa diffusione nel mondo, legandosi fra l’altro a idee di matrice ecologista ed è questa una tendenza che andrebbe indagata in tutte le sue valenze. Nel panorama di una crisi ambientale planetaria, e con l’aggravamento delle condizioni di vita determinato dalla recente crisi economica mondiale, le istanze ecologiste trovano nel cohousing nuove forme di applicazione, non prive di un certo appeal, che possono favorire pratiche di riduzione dei costi di vita, di riutilizzo e di riciclo delle materie prime e derivate, di risparmio energetico. Si possono citare in tal senso casi di condivisione delle automobili o delle macchine per la pulizia degli abiti e degli ambienti, e così via[3].

Lietaert ha osservato, peraltro, che il fenomeno oggi si caratterizza soprattutto secondo alcune direzioni: è una risposta alla solitudine della vita urbana, cioè una sorta di antidoto alla solitudine strutturale di chi vive nei centri urbani o che, per il fatto di invecchiare o per altre ragioni, può rimanere solo e isolato; è un fenomeno visto positivamente rispetto all'educazione e ai processi di socializzazione dei bambini, e questo non solo da un punto di vista strettamente pedagogico, ma anche da un punto di vista economico.

Inoltre, nel generale contesto di crisi dei modelli di welfare state , il cohousing può porsi come forma di reazione che, partendo dal basso, si propone di dare risposte concrete, e con una certa autonomia rispetto alle amministrazioni locali, alle necessità di assistenza richieste da bambini e anziani. La condivisione degli oneri fra coresidenti andrebbe così a sopperire alle carenze strutturali delle amministrazioni pubbliche.

La progettualità condivisa come prerequisito

Un aspetto che pertiene all’orizzonte culturale sotteso alle esperienze di cohousing è la progettualità condivisa. Nelle sue forme originarie – vedremo che attualmente questo è un carattere che, per esempio in Italia, non è sempre presente – il cohousing era, prima ancora che una forma di coabitazione, un’idea, un progetto stabilito preventivamente da coloro che avrebbero abitato successivamente insieme. Non è una questione da sottovalutare. Numerose sono le testimonianze riportate sulla delicatissima fase preliminare nella quale, oltre alle questioni pratiche che vanno dalla scelta e acquisizione di un terreno al reperimento dei finanziamenti per la progettazione architettonica e per la costruzione degli edifici etc., vengono affrontati i nodi delle “regole” da rispettare nella futura vita condivisa. È il problema, in altri termini, delle “norme di vita” che si accetta di rispettare fra persone di estrazione sociale, di orientamento politico e di fede religiosa che possono essere ovviamente molto diversi fra loro. In più di un caso, infatti, progetti di cohousing sono falliti prima ancora di essere realizzati perché non vi è stato l’accordo preliminare sulle norme da adottare insieme.

L’ambiguità delle premesse: la visione

Vi sono, in tale direzione, aspetti di indubbio interesse che andrebbero approfonditi in ricerche specifiche. Diversi cohousers, ad esempio, hanno definito una “visione”, questo il termine impiegato, che presiede al loro esperimento sociale. Che cos’è una “visione”? Nelle parole di Diane Leafe Christian[4], una visione è

molto più semplice di una semplice collezione di parole. Comincia con gli attributi di un’energia che vi prende e non vi lascia andare. È come un raggio di energia che guida il vostro gruppo da dove è a dove vuole andare (Lietaert 2007, 74).

La visione deve quindi essere formalizzata in una dichiarazione:

Una dichiarazione di visione ben strutturata offre un’espressione chiara, concisa e convincente della visione e della missione del gruppo (e alle volte dei suoi obiettivi). È breve, idealmente dalle 20 alle 40 parole.

Incorpora le stesse qualità di energia della visione. Come una lente, essa aiuta a focalizzare le energie del gruppo. Offre una nota stenografica per ricordarvi perché state formando una comunità.

È una presenza energetica che vi aiuta a risvegliare la visione. È facilmente memorizzabile e idealmente ogni membro la conosce a memoria (Lietaert 2007, 74).

Le citazioni potrebbero continuare: è sufficiente quanto detto per individuare, senza eccessi interpretativi, quanto meno una tensione settaria, un orientamento alla società segreta, a una sfera di iniziati, a una delimitazione di un gruppo del noi che potrebbe escludere programmaticamente tutti coloro che non ne fanno parte. I termini adoperati sono indicativi: visione, energia, missione.

A titolo esemplificativo, riportiamo alcune dichiarazioni di visione di altri gruppi:

Shenoa Retreat and Learning Center: “Ci siamo riuniti per creare un centro per il rinnovamento, lo studio e l’attività sociale dedicati alla trasformazione positiva del mondo”.

Harmny Village Cohousing: “Stiamo creando una comunità cooperativa fatta di individui che condividono le risorse umane all’interno di una comunità ecologicamente responsabile”.

Meadowdance Community: “Siamo una comunità ugualitaria, con particolare attenzione all’educazione che accoglie con piacere la diversità umana, la sensibilità ecologica, l’insegnamento reciproco e la gioia”.

Earthaven Ecovillage: “Siamo una comunità in evoluzione, a dimensione di villaggio, dedicata alla cura delle persone e della Terra attraverso l’apprendimento, la pratica e la dimostrazione di capacità utili a creare una cultura olistica sostenibile, a riconoscimento e celebrazione del fatto che tutta la vita è una cosa sola” (Lietaert 2007, 78).

Nella relativa diversità di accenti e di contenuti, basterebbe forse l’analisi di queste quattro citazioni di “visoni” di villaggi funzionanti per delineare un quadro valoriale dai contorni problematici.

Ci sembra di rilevare in talune di queste formulazioni, in altri termini, un’ambiguità nel proporre modelli di socialità responsabile in senso lato che confinano o sconfinano in modelli di socialità chiusa. Certamente, non tutti i progetti di cohousing si spingono sino a tali “visioni” e molti di essi si assestano su una più serena esplicitazione delle motivazioni pragmatiche che ne sono alla base.

La filosofia del cohousing: la comunità debole

Prima di considerare il caso italiano, che presenta caratteri suoi propri che stravolgono l’impostazione originaria del cohousing, riflettiamo su quella che può essere definita la “filosofia” che anima queste comunità di residenza e che intendiamo definire “deboli” per due ragioni fondamentali. Tocchiamo qui il motivo della comunità e il senso più generale della riflessione sul fenomeno.

La comunità del cohousing appare “debole” in primo luogo perché l’orizzonte culturale generale e comune che le anima, sia pure con molteplici sfumature se non differenze, si presenta come fondamentalmente ambiguo nei suoi termini, probabilmente sin dalle originarie formulazioni e realizzazioni, anche se sarebbe necessaria un’analisi puntuale per dare conferma di questa ipotesi. In secondo luogo perché a tali progetti sembra costitutivamente mancare - e oggi più che mai - una visione di più ampio respiro, di carattere politico alto e dotato di una progettualità più ampia.

Coltivare il proprio giardino: l’assenza di una progettualità più ampia

Che siano o no presenti istanze visionarie e settarie, di fatto ogni cohousing rischia di favorire piuttosto che di contrastare l’atomizzazione sociale. Un po’ come il “condominio” del noto romanzo di Ballard, la tendenza all’autosufficienza delle strutture di cohousing configura di fatto comunità isolate. Il cohousing favorisce l’affermazione di piccole comunità che, con motivazioni più o meno condivisibili all’origine, si possono quindi disinteressare della situazione globale più generale senza aspirare a proporre una riflessione critica più ampia e condivisa: è il trionfo del motto volterriano il faut cultiver notre jardin. In tal senso, esso attesta una resa strategica alla possibilità di un cambiamento autentico dello stato delle cose presente, una resa in certo senso tanto più drammatica quanto più si ammanta di intenti che hanno un fronte tanto ideale quanto pratico di ampio respiro che nascondono, però, come emerge in più di un caso, una mentalità, si sarebbe detto un tempo, piccolo-borghese[5].

La composizione socio-economica

Il cohousing, infatti, anche nelle sue forme originarie, sembra funzionare ottimamente per gli appartenenti ai ceti benestanti che manifestino un certa eccentricità nelle preferenze culturali e che abbiano il necessario credito economico e la giusta reputazione politica per entrare in contrattazione con le amministrazioni locali o statali. Forse non casualmente, il fenomeno resta tutt’ora un’esperienza marginale nelle dinamiche urbanistiche di tutto il mondo e limitata al solo occidente ricco e avanzato. Ad oggi, le esperienze riuscite di cohousing appaiono essere quelle di una classe medio-alta che può permettersi il lusso di pensare per sé uno standard di vita diverso, e al limite, appunto, di progettarlo. Ovviamente, analisi in questa direzione potrebbero rivelare anche realtà diverse da quanto stiamo dicendo.

Secondo Lietaert, senza però riferirsi a un caso specifico, ma parlando in termini generali, si può stimare complessivamente al 20% la percentuale delle persone che vivono in cohousing appartenenti a una classe medio-bassa: da questo punto di vista, Lietaert mi segnalava come negli Stati Uniti vi siano delle politiche di governo di sostegno al cohousing che prevedono dei finanziamenti ove vi sia almeno il 20% di componenti che vivano al di sotto dei livelli medi economici di esistenza.

Individuo e comunità

Alla luce di questi elementi, non vi è niente di rivoluzionario, nel senso classico della parola, nel cohousing, a dispetto anche di quanto possano dirne alcuni fondatori originari: esso va forse inteso più propriamente, nella migliore delle ipotesi, nei termini di una diversa e più consapevole modalità di esistenza. Il cohousing può realizzare una sorta di "rivoluzione" morbida per un’utopia sociale debole il cui centro appare essere, in certo senso, l’individuo e non la comunità: Lietaert sostiene, sempre nel colloquio che abbiamo avuto, che in queste esperienze "l'individuo si mette in gioco in una dimensione comunitaria, in uno stare insieme, in un prendere insieme decisioni che lo riguardano direttamente".

Come attestano esplicitamente molti protagonisti di questo fenomeno, il cohousing è figlio delle esperienze comunitarie del Sessantotto e degli anni Settanta, ma nel suo concreto funzionamento sembra accogliere l'individualismo proprio dei modelli capitalistici occidentali per stemperare, nella migliore delle ipotesi, gli eccessi dell'uno e dell'altro modello: non comunità di affetti e di beni quindi, ma nemmeno strumento di vantaggio personale a discapito di quello degli altri.

Orientamento politico dei cohousers

Per questo motivo, in generale, gli aderenti ai progetti di cohousing si situano, secondo Lietaert, "al massimo in uno schieramento politico di centro sinistra" e vi sono anche persone che abbracciano convinzioni politiche di destra. Comunque l’orientamento politico non appare essere un elemento importante nel caratterizzare il fenomeno.

Il caso italiano

In Italia il cohousing sembra assumere caratteri che lo situano chiaramente all’interno delle logiche del mercato capitalistico[6]. Per quanto abbiamo potuto vedere, si tende a perdere o si perde del tutto l’elemento programmatico-progettuale che nasce dal basso, pur con tutti i limiti che esso contempla e che si sono detti, a favore di una vendita diretta di un servizio abitativo.

Navigando nel sito www.cohousing.it non è difficile trovare diverse veri e propri slogan come «Urban Village Bovisa: beato l'ultimo che acquisterà la sua casa col sorriso!» e «Vieni a vivere con noi, nella casa dove trovi la felicità!».[7] In questa proposta di cohousing vi è una deciso richiamo a clienti circa un investimento fruttuoso che gioca su elementi culturali di moda che fanno riferimento a «dimensioni perdute di socialità, di aiuto reciproco e di buon vicinato» e al «desiderio di ridurre la complessità della vita, dello stress e dei costi di gestione delle attività quotidiane».

Una prima conclusione

Possiamo quindi provare a indicare una provvisoria conclusione della breve riflessione presentata. In una considerazione generale n on devono essere sottovalutati alcuni aspetti sociali e culturali positivi che il cohousing potrebbe, sul lungo periodo, contribuire a promuovere. Ad esempio, per il fatto che il cohousing si pone come una modalità di socializzazione concordata che richiede l’adesione volontaria e partecipata di chi intende praticarla, esso potrebbe promuovere e diffondere nella società modalità alternative di pratiche considerate “naturali” e definitive da larga parte delle società dei paesi occidentali e dei loro ceti dirigenti. Basterà solo un esempio: un diverso modello di famiglia e di educazione dei bambini basato sulla presenza di spazi condivisi dedicati ai più piccoli e sulla rotazione delle responsabilità settimanali assunte dagli adulti nei confronti dei figli di tutti e non solo dei propri.

Da un altro punto di vista, non c’è dubbio che il cohousing possa essere coerente con alcune proposte per l’ “utopia concreta” della “decrescita serena e conviviale” avanzate da Serge Latouche. Mi sembra che tale fenomeno possa rientrare in una delle “8 R”: la “rilocalizzazione”, che non solo concerne l’ambito produttivo e di consumo delle merci, ma la dimensione stessa degli agglomerati urbani e la loro autonomia economica e politica. Ricorderemo a tal proposito la nozione di “ecomunicipalizzazione” di Murray Bookchin[8] e le attività della Rete del Nuovo Municipio in Italia. Cohousing in tal senso potrebbe intendersi come affermazione di un nuovo modo di concepire il “locale” che, secondo Latouche,

non è un microcosmo chiuso, ma il nodo in una rete di relazioni trasversali virtuose e solidali, volta a sperimentare pratiche di rafforzamento democratico (tra cui il bilancio partecipato) che permettono di resistere al dominio liberista (Latouche 2009, 60-61).

Non bisogna però dimenticare il limite inerente a tali progetti: di essere potenzialmente chiusi e appagati nella loro realizzabilità, di porsi come strategia di ceti privilegiati che hanno mezzi e risorse per creare, con una scissione, uno spazio protetto ed esclusivo di socialità che è in opposizione ma anche garantito da quel mondo da cui pure ci si separa. Siamo ben lontani da forme di comunità non compromesse con le logiche dominanti del mondo.

La “filosofia” che anima queste comunità di residenza e i valori culturali che presiedono ai progetti di cohousing denotano forme di comunità “deboli”: carenza se non assenza di una visione politica più ampia e generale; ambigua relazione con il marketing e le logiche di mercato capitalistiche, dominanti nel caso italiano; e, infine, richiamo a valori culturali, simboli e discorsi che, fin dalle formulazioni originarie, sembrano ammiccare a un “senso comune” di rimpianto e desiderio per un generico mondo diverso e che oggi, sulla scorta dell’attenzione ai problemi ambientali e alla portata della crisi economica, possono fare facile presa anche in ambito mediatico rinviando a utopie sociali blandamente riformiste.

Forse si potrebbe ripensare a quanto Jean-Luc Nancy scriveva in merito all’esperienza comunitaria e al pensiero di George Bataille che

fu sicuramente colui che fece per primo, o nella forma più estrema, l’esperienza moderna della comunità: né opera da produrre, né comunione perduta, ma lo spazio stesso, e lo spaziamento dell’esperienza del fuori, del fuori-di-sé (Nancy 1995, 49).

In una considerazione più ampia, Bataille

riuscì a opporre all’“immenso fallimento” della storia politica, religiosa e militare soltanto una sovranità soggettiva degli amanti e dell’artista – l’eccezione, cioè, di folgorazioni “eterogenee” semplicemente strappate all’ordine “omogeneo” della società, col quale non comunicano (Nancy 1995, 54).

Comunità elettive degli amanti, degli amici e degli artisti, di cui ci parlano, con toni e tensioni differenti appunto Bataille, Nancy, Blanchot e Agamben, che nel loro essere forme di vita immanenti alla dimensione umana, prefigurano e annunciano, o soltanto mostrano, una diversa configurazione dello stato delle cose, e per ciò stesso sono intrinsecamente, autenticamente forme politiche di esistenza.

Reference List

Agamben G. 2001, La comunità che viene, Torino: Bollati Boringhieri.

Ballard J.C. 2007, Il condominio, Milano: Feltrinelli (ed. or. 1975).

Blanchot M. 2002, La comunità inconfessabile, Milano: SE.

Bookchin M. 1997, The Politics of Social Ecology: Libertarian Municipalism, Montreal: Black Rose Books.

Latouche S. 2009, Breve trattato sulla decrescita serena, Torino: Bollati Borighieri (I ed. 2008).

Lietaert M. (a cura di) 2007, Cohousing e condomini solidali. Guida pratica alle nuove forme di vicinato e vita in comune con allegato documentario “Vivere in cohousing”, Firenze: Editrice Aam Terra Nuova.

Nancy J.L. 1995, La comunità inoperosa, Napoli: Cronopio.



[1] Ci si riferisce al momento in cui si presentava questo intervento, nel 2009: non abbiamo verificato se siano da allora uscite altre pubblicazioni, come è molto probabile.

[2] Vedi in tal senso l’intervista a Jan Gødmand Høyer, l’architetto considerato il padre del cohousing [Lietaert 2007, 16 sgg.].

[3] Tra gli altri, vedi Sostenibilità ecologica di Mary Kraus [Lietaert 2007, 52-57].

[4] «Direttore della rivista statunitense Communities magazine. Ha scritto il best seller Creating Life Together, Practical Tool sto Grow Ecovillages e recentemente Finding Community: How to Join an Ecovillage or Intentional Community » [ Lietaert 2007 , 80 nota].

[5] Basterà dare anche un rapido sguardo ai documenti riportati nella sezione “approfondimenti” del sito italiano <http://www.cohousing.it> della società di servizi Cohousing Ventures.

[6] In Italia queste esperienze vedono progetti concentrati soprattutto nel centro-nord: ricordiamo la Bovisa Urban Village Bovisa 01 (Milano – 25 famiglie), e i comuni di Abbiate Grasso (MI), Corti di Nerviano (MI), Cohlonia (Calambrone - Pisa).

[7] Cfr. <http://cohousing.it/content/blogcategory/25/24/>. La pagina, visitata l’ultima volta il 18 aprile 2010, non riporta più questi contenuti, ma notizie dell’avvenuto completamento del cohousing.

[8] Vedi ad esempio Bookchin 1997.

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