Una mobilità esasperante

Una mobilità esasperante

Una vita a più tempi

Serena Caroselli

Università IUAV di Venezia, Cattedra UNESCO SSIIM

Abstract. This article aims to reflect on the effects of forced mobility linked to the trafficking of Nigerian women and on the responses given to them by current European policies. I refer specifically to the European system of international protection and asylum and to the role of national anti-trafficking projects, which configure trajectories which, as in the case studied, reproduce experiences of limitation over time, since they are added to the indebtedness of women themselves with the networks of trafficking. The dimension of time becomes crucial to grasp not only the control mechanisms of migrant subjectivities but above all to reveal how the people themselves react, in terms of possibilities and agency, starting from the social and cultural horizon of reference. In the contexts of European borders, such as that of the Brenner - between Italy and Austria - the expression of security and containment policies produces the phenomenon of secondary movements that place migrants in front of new complications to access the social space and recognition. For the woman protagonist of this ethnography, these obstacles are intertwined with the pressures of the trafficking networks, with the result of a multiplication of the negative effects on her life, which I intend to analyze specifically in this work.

Keywords. Borders; temporality; women; human trafficking; debt,

Introduzione

In questo articolo vorrei analizzare le forme di mobilità forzata dentro lo spazio europeo che coinvolgono le donne nigeriane vittime di tratta e grave sfruttamento sessuale e lavorativo. Il fenomeno viene esplorato a partire dalle risposte che le politiche europee danno di fronte ai movimenti secondari[1]. Il contesto in esame è quello di una zona di confine, quella del Brennero, tra Italia ed Austria, che incide in modo significativo sui percorsi delle persone migranti, e dove ho svolto una lunga ricerca di campo[2].

In questa sede vedremo gli effetti di questi dispositivi nelle evidenze di una donna nigeriana vittima di tratta a scopo di sfruttamento sessuale in Europa. La scelta di concentrarmi su una storia di vita[3], nonostante la ricerca abbia riguardato un ampio numero di soggetti coinvolti, è legata all’importanza di questo strumento metodologico [Saraceno 1986; Corbetta 1999] e alla possibilità che questa donna mi ha dato di tornare più volte a parlare ed approfondire il suo percorso. La storia di vita, oltre a far riferimento al livello individuale proprio del soggetto, mi ha permesso di accedere ad un livello familiare e storico del suo vissuto [Capello et.al. 2016]. In particolare mi ha dato modo di comprendere la complessa relazione di questa donna con sua figlia (di cui parlerò in seguito), una giovane ragazza che ho poi ho conosciuto e della quale ho seguito la vicenda legata al percorso di audizione in commissione territoriale per il riconoscimento dell’asilo[4].

Nell’area di studio analizzata è presente un sistema di normative nazionali e transnazionali che rendono la rotta del Brennero[5] una zona interessata da movimenti oltre confine dipendenti dalle reti criminali della tratta nigeriana e dagli accordi transnazionali di controllo delle frontiere, che contribuiscono ad alimentare una mobilità costante. La moltiplicazione dei confini, il loro scivolamento negli spazi della vita pubblica e la loro pervasività sul piano simbolico e materiale [Rajaram, Grundy-Warr 2007], configurano l’esperienza migratoria come progressivamente rischiosa, ove le persone sono soggette a forme di mobilità circolare [Tazzioli 2017]. Essa non è parte di un progetto migratorio personale, familiare, sociale, bensì una condizione strutturale creata dalle politiche securitarie e contenitive.

Le turbolenze temporali ed esistenziali che questi movimenti generano sono la conseguenza di una politica europea [Papastergoadis 1999; Fontanari 2018] che – costruendo e fortificando i suoi confini interni – riproduce una gerarchia di possibilità per le persone [Khoshravi 2019]. Quando sono le donne ad attraversare i confini, le loro esperienze vanno analizzate tenendo in considerazione il ruolo assegnato al genere femminile etnicizzato dai regimi di frontiera stessi [Ticktin 2008, 864-865] a partire dagli assi di razza, genere e classe. Il confine del Brennero, tramite gli invii diretti della polizia di frontiera alla questura competente per la Provincia Autonoma, si sposta nella città di Bolzano [Caroselli, Semprebon 2021]. Questo luogo, come analizza Dorothy Zinn, è caratterizzato dalle misure implementate dallo statuto di autonomia, che hanno definito la perpetuazione di divisioni storiche basate sulle distinzioni linguistiche, i confini sociali e la separazione tra gruppi. L’apparato amministrativo e sociale dell’Alto Adige appare dunque attraversato dalla tendenza a separare e differenziare piuttosto che a unire [Zinn 2018]. Tale struttura si riflette sul mondo dell’accoglienza delle persone migranti, verso le quali le istituzioni altoatesine hanno risposto creando delle barriere nette di accesso ai diritti sociali. Esse sono diventate, nell’immaginario e nella realtà, soggetti simbolicamente e fisicamente esterni ai confini sociali e identitari dell’Alto Adige [Sciortino 2012]. Le richieste di riconoscimento da parte delle stesse, di accesso all’accoglienza e ai servizi, si colloca in uno spazio sociale che ha, nelle sue radici storiche e nelle sue strutture istituzionali, il lascito di un processo storico di differenziazione. In questo scenario il contesto di accoglienza appare basato su logiche arbitrarie e ampiamente destrutturato [Degli Uberti 2019] contribuendo a creare delle forme di marginalizzazione ed abbandono istituzionale per quelle donne che, giunte a Bolzano attraverso dei meccanismi burocratici, hanno vissuto un tempo sospeso tra la possibilità di essere accolte e regolarizzate a quella di potersi proiettare nel futuro desiderato [Caroselli 2020].

La sospensione temporale, in uno spazio di dubbia ammissibilità, è caratterizzata dai ritmi delle scadenze legate al debito che, per le vittime di tratta, struttura la loro intera esistenza e determina una condizione in cui diviene impossibile costruire un’avvenire al di fuori dei legami di dipendenza, poiché su di essi agiscono simboli e nuovi eventi violenti.

Il tempo dell’ammissibilità

Il tempo diviene, oltre allo spazio, la dimensione sulla quale sia le politiche migratorie che le reti criminali esercitano un controllo delle soggettività delle donne. È sui corpi e sulle emozioni delle vittime di tratta che si esprimono le forme di assoggettamento e dipendenza.

La letteratura antropologica ha messo in evidenza quanto la dimensione del tempo sia cruciale per la comprensione delle esperienze di diseguaglianza [Bear 2014], e quanto nell’era della contemporaneità, le persone – in particolare quelle che emigrano – vivano una condizione di insicurezza temporale [Shipley, Comaroff, Mbembe 2010] data dai conflitti, a cui rispondere attraverso la possibilità del senso di futuro che è fondamento del concetto di agency [Bear 2014, 494]. Il movimento è incorporato nell'esperienza dei/delle migranti, ma diviene anche esperienza cognitiva ed esistenziale [Radu 2010; Griffith et al. 2013].

Nel caso etnografico che presenterò, le politiche rivolte alle donne vittime di tratta e grave sfruttamento rendono difficilmente pensabile la possibilità reale di sfuggire allo sfruttamento e poter mettere in campo una scelta di vita autonoma, così come loro stesse desiderano, al di fuori delle pratiche assistenziali dell’accoglienza.

La letteratura antropologica ha ragionato a lungo sulle logiche delle migrazioni per asilo, che caratterizzano una via sempre più violenta, esclusiva e differenziale, di accesso allo spazio geografico e sociale europeo, alle logiche del regime umanitario e alla sua configurazione attraverso la compassione e la repressione [Fassin 2010]. Le etichette attribuite alle donne migranti e rifugiate sono quelle che oscillano dalla vittima da salvare, alla madre da rieducare, passando per la prostituta da redimere [Pinelli 2011]. Tali categorie contribuiscono a costruire degli immaginari che orientano poi le pratiche dell’accoglienza e le possibilità di accedere al futuro sperato [Pinelli 2011; Caroselli 2018].

L’attenzione rivolta alle donne da parte del regime umanitario segna delle profonde ambiguità ben descritte dall’antropologo Nicola Mai [2014], che definisce «umanitarismo sessuale» quel meccanismo secondo il quale sono loro a divenire le principali destinatarie di azioni salvifiche. Esse, poiché identificate come vittime, appaiono i soggetti privilegiati e meritevoli di aiuto in base ad una gerarchizzazione della loro vulnerabilità, dipendente da categorie sessuali e di genere, operata dal regime umanitario stesso. Al momento della loro comparsa nella storia e nella società devono auto - identificarsi come vittime, che eventualmente vengono salvate, liberate dall’oppressione dall’Occidente e dai diritti umani [Fusaschi 2011]. Le pratiche successive ai salvataggi mostrano però una profonda contraddizione che spesso determina dei percorsi di esclusione, espulsione, e l’impossibilità di agire e scegliere dentro le strutture dell’accoglienza della società di approdo. È doveroso aggiungere che, considerati i tempi più recenti, contrassegnati dalla guerra ai soccorsi (via terra e via mare) e dalla criminalizzazione della solidarietà, c’è da chiedersi se il regime umanitario tenda ancora ad agire in questa direzione o non sia ormai stato sostituito da una più generale necropolitica[6] che attraversa l’intera esperienza dei e delle più svantaggiati/e.

Attraverso la prospettiva femminista è possibile leggere quali effetti possono avere sulle singole esperienze delle donne quei processi di vittimizzazione riprodotti dalle regole dell’asilo, con le loro mutazioni e rappresentazioni passivizzanti. L’agency dei soggetti si esprime in relazione ai meccanismi che le politiche occidentali rinforzano, e la conseguenza di questa relazione è la cronicizzazione di eventi traumatici nei percorsi di vita, come ci dimostra la storia di Beauty.

La donna durante il suo percorso in Europa verrà definita attraverso categorie mutevoli, spesso in contrasto tra loro, quali quelle di vittima, prostituta, madre bugiarda, donna vulnerabile.

La vittimizzazione ha come conseguenza quella di privarla di una soggettività politica e di identificarla in persona bisognosa di aiuto, collocata simbolicamente in una posizione di debito rispetto alle pratiche di protezione e cura [Harrel Bond 2005]. Un meccanismo questo che si accompagna a una forma di sorveglianza del soggetto attraverso la mancata reciprocità dello scambio tra soggetto assistito e soggetto che assiste e che pone la donna in un ruolo che essa stessa è costretta ad assumere, di subalternità e dipendenza: il dono definisce le relazioni di status e dunque di potere tra chi lo riceve e chi dona [Mauss 2002].

L’intervento umanitario indebolisce dunque la possibilità di riconoscimento del soggetto – nei suoi progetti e desideri - e agisce forme di risocializzazione che sono di ostacolo ai percorsi di autodeterminazione [Harrel Bond 2005].

L’antropologia femminista, che ha letto i processi di reificazione delle soggettività migranti attraverso i programmi di aiuto internazionale, ha messo in luce come i fenomeni di etnicizzazione delle donne funzionino attraverso un meccanismo che mette in continuità le rappresentazioni di colonizzate e rifugiate, come ha bene descritto Ratna Kapur [2002]. Ciò contribuisce a produrre un immaginario familiare alla società occidentale che risulta poco rispettoso della realtà dei loro percorsi, delle sfere intime e sociali del loro vissuto, pervaso da forme di violenza e sofferenza sociale protratte nel tempo della loro vita. La loro agency rompe con quell’idea di emancipazione femminile - prodotto di un’illusione etnocentrica occidentale e del femminismo egemonico - che ha contribuito a riprodurre un immaginario di donne altre a cui proporre una strada verso l’emancipazione tramite delle progettualità imposte dai modelli occidentali e dal ruolo che la società attribuisce loro.

La conoscenza nel tempo

La prospettiva temporale mi ha permesso di andare oltre la narrazione cronologica del vissuto di questa donna - che si pretende sia coerente e comprensibile alle istituzioni e ai servizi - e di costruire una relazione con essa nel tempo. Ciò ha svelato in che modo Beauty si sia riappropriata del proprio vissuto. Questo mi ha anche permesso di leggere ed assistere alle trasformazioni del fenomeno della tratta e di poter cogliere in che modo la sua relazione con le reti dello sfruttamento ha influito nella sua esperienza in un periodo di lunga durata.

Quella della temporalità non è stata dunque solo una dimensione studiata ma anche una metodologia di indagine in cui l’etnografia riconquista il tempo necessario per la conoscenza, intesa come un processo di condivisione dei saperi insieme ai soggetti con cui si conduce la ricerca.

Prendere questo tempo è stato l’impegno sul campo di ricerca, e, per meglio dire l’impegno etnografico è stato quello di considerare la nostra relazione, sì come gerarchica e mai orizzontale, ma contemporanea e frontale: «un confronto/incontro possibile nello stesso campo e allo stesso tempo» [Fabian 1983, 165], così come suggerito dall’antropologo Fabian in Times and The Others.

In questo lavoro emergeva la necessità di superare un approccio classico della disciplina antropologica che tendeva a collocare fuori dal tempo i soggetti della ricerca.

Partendo dal presupposto che lo studio delle relazioni antropologiche è sempre una politica del tempo, o cronopolitica [Fabian 1983, 144], è necessario leggere le differenze che intercorrono con altri sistemi sociali e simbolici come profondamente contemporanee, incorporate nell’organizzazione pratica culturale e sociale «in cui il tempo è coevo, non disgiunto» [Fabian 1983, 25].

Il percorso di Beauty è quello di una minorenne nigeriana che, dopo essere stata data in sposa ad un uomo più grande, viene trafficata dal paese di origine verso l’Europa alla fine degli anni Novanta. Come la maggior parte delle donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale viene sottoposta al rito juju contraendo un debito economico e simbolico molto alto. In Europa attraverserà negli anni vari luoghi (Portogallo, Spagna, Francia, Italia e infine Svezia) lavorando come prostituta e dando alla luce anche una bambina che dopo alcuni anni rimanderà in Nigeria. La sua condizione di debitrice si aggrava al momento del rimpatrio forzato in Nigeria da parte della Svezia. Il suo rientro nel paese di origine sarà segnato da una nuova ripartenza verso l’Europa e dalla contrazione di un nuovo debito che si somma a quello del passato.

Il percorso di Beauty è segnato da un tempo, che è sempre un tempo rubato, in cui vari significati entrano nel suo vissuto e lo determinano. Il tema ricorrente nella sua vita è quello del debito e della dipendenza, che sono strettamente connessi alle relazioni familiari, alla maternità, al ricatto economico e sociale. La dimensione di dipendenza è relativa all’esperienza di tratta ma anche a quella di beneficiaria di aiuto del regime assistenzialista dell’accoglienza. Un contesto paradossale in cui la possibilità di poter inscenare il copione della vera vittima è l’unica tecnica per vedersi riconosciuto un diritto alla vita. La prerogativa dei programmi di protezione internazionale[7] è infatti proprio quella del riconoscimento accordato ad un soggetto donna in qualità del fatto di essere vittima di una società patriarcale disfunzionale [Razack 1995, 46], così come viene considerata quella nigeriana dalle politiche europee. La possibilità di auto-identificarsi come vittima di un sistema di sfruttamento ha anch’essa un tempo, che è sancito dalle regole dei programmi di emersione previsti dai progetti antitratta e dagli indicatori[8] di valutazione da essi utilizzati.

La testimonianza del tempo vissuto dal soggetto di questa analisi - quello passato dentro alle maglie burocratiche e quello necessario alla traduzione giuridica della violenza [Gribaldo 2019, 283] - ci permette di cogliere le profonde contraddizioni del sistema umanitario occidentale, che sembrerebbe guidato dall’obiettivo di salvare la donna, solo laddove però essa sia in grado di abbandonare le strutture simboliche che orientano le sue pratiche culturali.

In una visione lineare ed obsoleta delle culture, le pratiche messe in campo sarebbero orientate da un modello culturale esclusivamente caratterizzato da una corruzione patriarcale. In riferimento alla società nigeriana è utile ribadire quello che Taliani [2019] mette in evidenza rispetto alle teorizzazioni culturaliste, molto scivolose, come quelle proposte da Ellis [2016]. L’autrice definirebbe questo contesto come caratterizzato da una «cultura della corruzione» [Ellis 2016, 230], bypassando la lettura storica dei processi coloniali e neocoloniali che hanno contribuito a costruire una società profondamente caratterizzata da meccanismi connessi al crimine organizzato transnazionale che pervadono la vita sociale e familiare delle donne.

A questi processi storici si somma una pervasività dell’ordine patriarcale, insito nella società tutta, e che nel contesto nigeriano si declina in una forma brutale di assoggettamento delle donne da parte delle reti criminali. La coercizione e il controllo dei corpi avvengono attraverso l’utilizzo di forme rituali che ridefiniscono dei significati che operano sia nell’intimità dei soggetti che in quella dei loro familiari. Sono le relazioni di parentela che legittimano i significati del rito e le conseguenze di una frattura con quel mondo di significati. Le famiglie agiscono forme di pressione attraverso le aspettative economiche e il desiderio di riscatto sociale attraverso il denaro. L’investimento sulle nuove generazioni è l’asse portante di questi meccanismi.

Tornando alle pratiche di auto-identificazione delle donne come vittime nella nostra società, c’è da aggiungere che, laddove esse non si realizzino e i loro comportamenti non siano immediatamente aderenti all’immaginario salvifico occidentale, la conseguenza è quella del rifiuto delle istanze di protezione e della indisponibilità dei servizi ad accogliere la richiesta di aiuto.

Lo sguardo antropologico utilizzato per comprendere queste vite è quello posizionato della ricercatrice e di una prospettiva femminista che continui a creare punti di giuntura, a rintracciare la parzialità del sapere [Abu Lughod 1990, 12] e ad utilizzare una prospettiva di studio che riporti in luce – non tanto il genere e la falsa pretesa di identificare le donne secondo una omogeneità di gruppo – ma le differenze di potere che emergono dalle storie delle stesse. Questo avviene a partire dalla consapevolezza delle differenti scale di privilegio di alcune rispetto ad altre. La qualità del tempo della ricerca dedicato alla conoscenza, al confronto, all’attesa e al conflitto ha permesso di entrare in profondità e di ascoltare una narrazione diretta, a più tempi. È stato possibile svolgere varie interviste in profondità, a distanza di tempo, leggere la memoria depositata presso la commissione territoriale competente di valutare la sua domanda di protezione internazionale e asilo, poter accedere alla documentazione giuridica relativa alla figlia di Beauty.

Il materiale etnografico raccolto mi ha permesso di rintracciare alcuni elementi centrali della vita di Beauty in Nigeria, fondamentali per intraprendere una riflessione antropologica sui suoi legami familiari, sulla sua esperienza di maternità, sulla trasmissione del debito.

Il tempo, per la protagonista di questa ricerca, è anche quello del futuro mancato, in cui l’impossibilità di mettere in campo una scelta, al di fuori di una logica di ricatto, determina un’ipertrofia del presente traumatico, in cui il debito non si estingue mai. Il racconto di Beauty, la manifestazione delle sue emozioni, il dispiegarsi delle sue azioni, esprimono la necessità di accedere ad un tempo in cui poter agire le proprie scelte come donna, come madre e secondo la possibilità di mettere in pratica delle forme di auto-tutela e non di quella presunta tutela formale che viene proposta dai regimi assistenziali.

La temporalità del debito

Nel lavoro Lettere dagli antenati, Famiglie, genti, identità [2020] Pier Giorgio Solinas descrive il debito «come radice della persona, come componente strutturale della forma stessa di umanità» [2020, 122], partendo dal presupposto che tutto ciò che una persona è venendo al mondo, crescendo, proviene da un passaggio, che è il dono della vita che include i genitori, e più ampiamente la cerchia sociale che plasma e condivide con essi i significati. L’uomo e la donna sono vite-debito. Questa eredità non può mai essere ricambiata, rendendo il debito un’istituzione, e la persona indebitata mancante di qualcosa appunto, definita sempre in difetto rispetto a questa impossibilità di ricambiare. Immaginando la famiglia come «un’istituzione intermedia tra individuo e gruppo, che ha la legittimità di riproduzione degli individui, luogo della produzione della continuità delle relazioni sociali» [Parisi 2017, 162], è proprio qui che il legame e i vincoli da essa prodotti stabiliscono gli obblighi generazionali e i codici comportamentali. Nello scenario delle migrazioni internazionali la famiglia non cessa di esistere, ma si ridefinisce e riorganizza in risposta ad una presunta disaggregazione dei rapporti e ricostruisce una nuova geografia delle relazioni familiari [Lam et al. 2002], che nel caso del soggetto di questo studio è contraddistinta dal moltiplicarsi di richieste, ricatti e dal dispiegarsi di sentimenti di paura.

È nello spazio della famiglia che si instaura il sistema di consumo delle donne e le trasformazioni post-coloniali della società nigeriana, la presenza del crimine organizzato che, in continuità con il mondo coloniale, riproduce significati e simboli riattualizzati e trasposti nel presente. Questo sistema presente in Nigeria è «un particolare sistema di assoggettamento, economico religioso e generazionale, che crea disuguaglianze sociali e simboliche tra giovani ed adulte a partire dal rito del juju» [Taliani 2019, 36], esso determina una forma di indebitamento economico e simbolico della persona ad esso sottoposta che merita di tornare ad essere considerato – dalla ricerca e dalle politiche - per la sua predominanza nei percorsi delle donne nigeriane che oggi giungono in Europa, come Beauty. Quando affermo che il potere del juju deve tornare ad essere considerato per la sua forza ed efficacia mi riferisco al fatto che nel 2018 l’Oba[9] di Benin City, ha condannato pubblicamente sfruttatori e sfruttatrici ed ha dichiarato sciolto il debito contratto da tutte le donne nigeriane vittime di tratta. Questo evento pubblico aveva come obiettivo quello di liberarle dal ricatto e contrastare questo fenomeno. Nonostante la risonanza avuta a livello internazionale, e ad alcuni effetti positivi, che hanno visto alcune giovani trovare il coraggio di denunciare la loro schiavitù, questo editto non ha cancellato il significato che tale rito ha nella vita della maggior parte delle donne nigeriane. Al contrario il fenomeno della tratta non è sparito, ma la percezione esterna da parte di molti servizi rivolti a questa categoria di soggetti è stata quella di una riduzione della platea delle donne coinvolte, con una conseguenza negativa sulle modalità operative di valutazione e presa in carico delle future beneficiarie dei programmi di protezione e assistenza.

La pretesa che il potere del rito juju sia un elemento residuale nelle esperienze migratorie, e dunque ormai poco efficace nel determinare le vite delle donne, ha impedito a molti servizi la comprensione delle scelte che esse mettono in campo nelle traiettorie che intraprendono in Europa. Inoltre è un dato rilevante quello che vede un’elevata presenza di vittime di tratta in Europa – nonostante siano diminuiti gli sbarchi e ripresi i movimenti all’interno dei confini europei - e anzi va considerato proprio come il tempo passato nello spazio europeo sia molto lungo – così come sono molti i luoghi attraversati – e determini nel suo scorrere conseguenze e mutazioni. In questo senso la condizione di indebitamento e dipendenza si rinforzano nella mobilità, logorando il vissuto soggettivo.

L’ultima volta che incontro Beauty di persona è il dicembre del 2019 – da lì ci sentiremo sempre e solo al telefono[10] – quando ci incontriamo per un appuntamento nello studio di una avvocata che seguirà il suo ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) contro cinque paesi dell’Unione Europea che hanno commesso gravi violazioni nei suoi confronti rispetto al diritto alla tutela e alla possibilità di chiedere asilo. Il momento segna l’epilogo di una narrazione del suo percorso (che ho ascoltato molte volte dal 2017 quando la conosco a Bolzano dove sto svolgendo la ricerca di campo per il dottorato di ricerca), di un trascorso violento che le vivifica una sofferenza che non passa. Deve ricordare dall’inizio la sua storia di tratta, la fine degli anni Novanta segna le prime tappe verso lo sfruttamento, quando ha 15 anni, e alla morte del padre viene data in sposa da suo zio ad un uomo adulto. La figura dello zio ricorrerà fino ad oggi nei suoi racconti. Il matrimonio forzato e la fuga dalle violenze sessuali subite la portano ad affidarsi ad una donna che sarà il tramite con la sua madame in Europa. Beauty viaggerà con un visto falso e verrà sfruttata in Spagna, in Francia e poi in Italia. Il debito, contratto a seguito del rito juju - cui viene sottoposta in Nigeria - è di 50.000 dollari. In Italia lavorerà per alcuni anni come prostituta fino a quando conoscerà l’uomo di cui si innamora e di cui rimane incinta e con il quale deciderà di fuggire in Spagna, con la promessa di una vita migliore. Qui, dopo aver dato alla luce sua figlia (che viene riconosciuta dal padre), verrà sfruttata dal padre stesso della bambina, che le chiederà una somma di denaro per risarcirlo del fatto di averla liberata dalla madame. Beauty scapperà in Italia, stavolta a Sud, e con l’aiuto di un’amica riuscirà ad affidare temporaneamente sua figlia ad una famiglia italiana che, dietro compenso, si prenderà cura della bambina. Lei continuerà a prostituirsi in strada per ripagare il debito e per provvedere al mantenimento di sua figlia. Come spiega Simona Taliani [2019] «la scelta di tenere in vita un bambino nato nella situazione migratoria vuol dire darlo alla luce in un mondo precario e dunque ciò comporta un rapporto sociale problematico» [2019, 17]. L’antropologa si riferisce al processo di maternità spossessata, all’esperienza delle donne nigeriane con i servizi sociali che ne valutano la capacità genitoriale, ma anche in riferimento alle richieste da parte dei familiari rimasti nei paesi di origine, per i quali «i bambini pegno diventano una garanzia di sostentamento familiare allargato e un’ipoteca nella vita della madre: ciò crea un obbligo per la donna che è quello di un guadagno costante, sempre maggiore, che si raggiunge solo rimanendo ai margini di un’economia occulta» [Taliani 2019, 26].

La maternità – oltre ad essere un ulteriore elemento di precarizzazione - diventa la possibilità di ribaltare uno stigma sociale, che è quello della prostituta. Nonostante, dopo la gravidanza, Beauty avesse dovuto comunque riprendere il lavoro sessuale, l’aver messo al mondo una figlia le permetteva di pensarsi in modo diverso, non senza dei corti circuiti emotivi: c’è in questa ambivalenza e tensione costante un conflitto interiore, rispetto all’immagine di sé che spesso emerge dai suoi racconti, all’immagine che sua figlia ha oggi di lei, e al bisogno di identificarsi nell’una o nell’altra categoria, funzionali al riconoscimento giuridico. Ciò la pone in conflitto emotivo costante sia con le scelte fatte che con l’immagine che ha di sé e che vuole restituire all’esterno.

Sua figlia resterà in Italia fino all’età scolare, ma poi verrà riportata in Nigeria con un visto falso e con la garanzia che si troverà al sicuro perché accudita dalla nonna materna. Beauty verrà mandata in Svezia, dove lavorerà in appartamenti privati come prostituta e poi verrà costretta a lavorare in strada. È qui che verrà identificata dalle forze dell’ordine come irregolare e verrà rimpatriata forzatamente verso la Nigeria.

Al suo rientro, avvenuto nel 2016, scoprirà che sua figlia è stata trafficata verso l’Europa, in seguito all’uccisione della nonna, avvenuto per mano dell’uomo a cui Beauty era stata data in sposa e da cui era fuggita all’età di quindici anni. L’uomo aveva tentato di sposare la giovane, come da accordi presi con lo zio di Beauty, ai quali l’anziana donna si era opposta nascondendola e pagando con la morte. Questa vicenda troverà riscontro nelle dichiarazioni della stessa ragazza, rilasciate in sede di audizione per il riconoscimento dell’asilo, così come emergerà l’esistenza di un debito anche per lei, di una breve esperienza di sfruttamento in Italia, poi interrotto in seguito all’incontro con sua madre. È solo dopo aver ritrovato Beauty che la ragazza verrà a conoscenza della sua storia, ciò la aiuterà a rifiutare lo stesso destino che le è stato imposto.

Le storie di madre e figlia si intrecciano in Europa, dove entrambe subiscono i dispositivi di ingresso nel sistema di accoglienza, tramite l’adesione ad un immaginario di vittime e vulnerabili, e ad entrambe verrà precluso l’ingresso ad un programma di protezione per vittime di tratta. Il legame madre-figlia, la dipendenza economica e simbolica da un debito che ognuna delle due ha contratto, assumono il significato profondo di una sorte comune che sembra essere connessa alla «trasmissione di un debito che passa di generazione in generazione» [Taliani 2019, 58]. Esso ha per Beauty le caratteristiche di un debito a vita, che può essere passato a sua figlia, può ripetersi circolarmente. Per la giovane tale pressione, così come il significato di morte che lo accompagna, avranno un effetto differente, probabilmente connesso al rifiuto di un sistema di significati che sentirà più lontano e meno influente nella sua vita, ma anche a causa all’esperienza dolorosa di sua madre, da cui la giovane vuole distaccarsi, che nel tempo la impara a conoscere, comprendere e infine perdonare.

Una volta in Nigeria – nel 2016 - Beauty contrarrà un nuovo debito e verrà ri-trafficata per poter tornare in Italia in cerca di sua figlia, stavolta attraversando la rotta che va dalla Nigeria alla Libia, passando per il Niger, una delle traiettorie più note e violente che i migranti sono costretti a percorrere per raggiungere le coste italiane. Ciò che accade viene spiegato da Beauty come una conseguenza del rito juju, e del debito contratto nel passato e ancora non saldato; ogni aspetto negativo della vita viene raccontato dalla donna come una punizione, anche per aver rimandato la figlia in Nigeria, verso la quale prova un profondissimo senso di colpa, nonostante avesse agito nel desiderio di tutelarla da percorsi altrettanto drammatici. Quello che svilisce negli anni la vita di Beauty, è un debito senza fine che agisce in più tempi come un inesorabile orologio che segna la sua possibilità di vivere o morire.

Quando Beauty giunge a Bolzano nel 2017 a causa dei controlli da parte della polizia di frontiera del Brennero, che le impediscono di raggiungere la Germania, è alla ricerca di sua figlia, della quale ottiene notizie in questura e dopo aver fatto richiesta di asilo, decide di denunciarne la scomparsa. Alla notizia che sua figlia è in Italia ed è al sicuro, Beauty decide di chiedere aiuto per se stessa e intraprende il primo colloquio con il progetto antitratta di Bolzano. Qui, oltre a spiegare la sua storia, fornisce anche dei nominativi utili ad una futura denuncia degli sfruttatori, ma l’approccio dell’operatrice del progetto è quello di liquidare la sua richiesta sostenendo che la donna da troppo tempo sia in Europa e che questo stia ad indicare la certezza dell’estinzione del debito e la non attualità dello sfruttamento. Inoltre la storia desta alcuni sospetti da parte dell’operatrice impiegata nei colloqui di valutazione per l’emersione dallo sfruttamento: sostiene che Beauty possa essere a sua volta la madame di sua figlia. Un elemento che mortifica la donna e che si aggiunge alla fatica emotiva di riallacciare un rapporto affettivo problematico tra le due. È sulla possibilità di una ricomposizione delle esperienze delle due donne che le politiche occidentali agiscono un controllo molto forte delle loro emozioni: rabbia, frustrazione, tristezza e colpa sono i sentimenti principali che le due esprimono di fronte alla possibilità di un futuro, atteso, che fatica ad arrivare. Immaginari occidentali che forniscono alcune possibilità di redenzione dentro le maglie del regime assistenziale dove dover rinunciare alla propria percezione dell’esperienza vissuta. Una struttura dei sentimenti irrisolti come suggerisce Kaplan [1996], definiti da un'incompiutezza del loro significato, a cui si aggiungono gli ostacoli che le due donne incontrano mentre cercano di ricomporre il loro presente.

Il progetto antitratta preclude a Beauty la possibilità di intraprendere un percorso di emersione, di accoglienza e di superamento dell’esperienza traumatica, anche attraverso la presa in carico etnopsichiatrica. La stessa operatrice, nei mesi a seguire riterrà insufficiente anche la motivazione che sta dietro alla richiesta della giovane figlia per poter accedere al programma di protezione. Il tempo della richiesta di aiuto e tutela è ancora una volta un tempo sbagliato, misura dell’esperienza “fuori tempo” rispetto alle scansioni e alle regole dei progetti dedicati alla protezione delle vittime di tratta.

La lotta contro il tempo e la frustrazione di Beauty di non riuscire a scardinare da sola un meccanismo troppo grande all’interno del quale è intrappolata si coniuga con i significati che agiscono un potere sulla sua vita, che diviene una forma di vita in prestito [Solinas 2007, 21], la cui esperienza futura ruota sulla continua cessione del sé come debitrice, un debito senza fine, il suo e quello di sua figlia, soggette entrambe a forme di dipendenza dal sistema di significati e dai soggetti che ad esso appartengono, ma anche entrambe protese verso un desiderio di autonomia dagli stessi. Beauty tenterà varie volte di rimanere incinta del suo compagno attuale – un desiderio di maternità compiuta, di realizzazione della sua storia, di nuova possibilità di messa alla prova delle sue capacità genitoriali e amorose - ogni volta senza successo vivrà eventi dolorosi, aborti spontanei che lei spiega come conseguenze del rito juju, e come punizione per non aver ripagato il debito e non essersi presa cura di sua figlia in passato. Un’idea di se stessa che sembrerebbe ricondurla alla condizione problematica che la maternità genera in un percorso migratorio fragile, se non fosse che il suo desiderio di libertà è situato nella sua storia [Mahmood 2001], laddove lo smantellamento dell’istituzione familiare non è la strada del superamento dell’oppressione – presunta dal femminismo egemonico [Vergés 2018]. La riappropriazione di sé e di un futuro attraverso qualcosa che nel suo passato è rimasto incompiuto mostra un’agency, difficilmente comprensibile da un punto di vista puramente occidentale, ma che ci parla di desiderio, di aspirazione, di possibilità del sé di essere nel futuro. Sua figlia percorrerà le tappe della protezione internazionale, accederà all’accoglienza temporanea e intraprenderà lentamente un percorso di inclusione lavorativa ed abitativa. Beauty, abbandonato il lavoro sessuale, troverà lavoro come assistente di cura presso la casa di una donna anziana. Dal suo stipendio sottrarrà sempre una parte del ricavato per ripagare il debito, nonostante nell’ultimo anno non abbia avuto più notizie della sua madame. Infine, sarà durante il periodo del primo lockdown, legato alla crisi pandemica, quando anche per lei si prospetterà una situazione di precariato lavorativo, che riprenderanno le minacce da parte di suo zio, che rivendicherà anche lui del denaro. I messaggi via whatsapp incalzeranno e sfiancheranno la donna, che li condividerà con l’esterno e prenderà la decisione di inviare il denaro che ha messo da parte, nonostante abbia per sé solo i suoi risparmi. Un tempo presente in cui un vecchio debito torna a scandire le emozioni e le azioni della donna. Nel frattempo, la relazione tra madre e figlia si esprime attraverso sentimenti ambivalenti, ma in un affetto che le due recuperano nel tempo che riescono a passare insieme. Il desiderio di Beauty di avere una gravidanza fa da sfondo a un presente in cui gli aborti spontanei divengono la manifestazione dei suoi errori, delle sue mancanze, della sua incompiutezza percepita.

Una madre ed una figlia, entrambe debitrici, svuotate di sé, de-socializzate, rese schiave, tentano la ricomposizione di quel processo di espropriazione del sé derivante dalla loro riduzione a involucri, a corpi vuoti, ceduti, minacciati. Queste emozioni, di cui mi parla Beauty, sono protratte nel tempo e vissute nello spazio dei confini europei e delle città che ha percorso, sentendosi minacciata, privata, mancante, incompleta. Nonostante nelle nostre conversazioni esprima un desiderio molto forte di futuro – che è aperto ma condizionato – incombe nella sua vita il rischio di “non esserci”, richiamando De Martino. E allora c’è la necessità di un tempo in cui riconfigurare l’esperienza di una vita intera, fatta di sottrazioni funzionali all’arricchimento di altri ed altre. Un tempo che sembrerebbe non arrivare mai. La cessione delle donne nigeriane ad altri/e diviene l’ingranaggio di un intero sistema complesso che distribuisce ruoli e regole: «la logica del debito, di un possibile riscatto fanno intrusione fino ai confini più stretti dell’identità della persona» [Solinas 2020,123], generando corpi legati, che si ammalano, che si percepiscono smembrati, vite in negativo in cui il presente è traumatico così come il passato narrato, e il futuro è attraversato dalla presenza di un’attesa, di una liberazione che mai avviene. La liberazione qui non sta ad indicare l’emancipazione – come ampiamente discusso nel dibattito dell’antropologia femminista – ma la possibilità (per lei come per altre donne che condividono con Beauty alcuni tratti esperienziali) di poter scegliere come determinare il proprio futuro, nonostante le scelte negate o la limitazione degli spazi di azione, soprattutto quando la dimensione del ricatto pervade la loro intera vita.

La domanda che emerge a partire da questa narrazione etnografica è: in che modo una donna con questo vissuto doloroso e violento può proiettarsi nel futuro, immaginarlo, definirlo, se le politiche europee da un lato esprimono una violenza ormai esplicita di inammissibilità [Speed 2016] e dall’altro producono percorsi di emancipazione profondamente etnocentrici, poiché basati sull’idea di redenzione possibile esclusivamente attraverso l’adesione a pratiche e significati condivisi all’interno della nostra società?

È in questa idea di liberazione della donna che si producono pratiche di assimilazione dei corpi e dei desideri all’interno di un unico futuro pensabile, un contenitore predefinito che contribuisce a redistribuire sofferenza sociale e ad impedire che lo scorrere del tempo divenga il dispiegarsi di un agency che possa muoversi in un orizzonte di possibilità e pratiche che ad oggi vengono ancora mortificate dall’intervento umanitario e dalla società di accoglienza.

Conclusioni

Il tempo in questa analisi ha svolto una funzione duplice: è metodo di indagine e materia di analisi. Il percorso di Beauty lungo una temporalità molto ampia emerge con la sua forza e le sue contraddizioni, mostra le regole del sistema dello sfruttamento delle donne nigeriane e la difficoltà di recidere tali relazioni all’interno di quei paesi che si assumono il compito di distribuire una formale protezione. Il sistema dell’asilo ha riconosciuto la richiesta di protezione della donna in risposta alla sua capacità di tradurre la sua esperienza in un linguaggio giuridico e burocratico in qualità di vittima di un sistema tradizionale e patriarcale, precludendole poi una possibilità di accoglienza. Il progetto antitratta ha supposto che non fosse meritevole di aiuto e che addirittura fosse un pericolo per sua figlia, escludendola dalla possibilità di intraprendere un percorso di elaborazione dell’esperienza di tratta e dei sentimenti negativi ad essa connessi, che hanno continuato ad agire e a cronicizzarsi nel tempo di una vita sospesa. L’esplorazione delle forme di ammissione e riconoscimento da parte dello Stato regolato sulla base della sessualità, connessa alla razza e al genere moralmente adeguato, permette di comprendere come la valutazione dell’esperienze delle donne s’intersechi con la valutazione di una femminilità che in base al soggetto viene classificata come pericolosa [Pinelli 2021, 131]. È così che Beauty diviene un pericolo nella coppia ambivalente di sfruttata/sfruttatrice, prostituta/bugiarda, diviene poi docile e assimilabile poiché vittima di ripetute violenze nel suo Paese di origine. Del suo desiderio non resta traccia se non nelle sue azioni, nei tentativi di agire sul futuro. La cronicizzazione delle conseguenze vissute nelle maglie del sistema europeo delle migrazioni ha avuto come esito la perpetuazione di un sistema di dipendenza dai simboli e dai significati vissuti negli anni in relazione alle dinamiche del debito e dello sfruttamento, ma anche dell’impossibilità di reciderne le radici.

La condizione di debitrice è incorporata nel dispiegarsi della sua vita, si amplifica quando gli eventi mostrano il loro lato negativo, e quando l’influenza dei legami familiari – di ricatto e terrore – divengono una forma di dipendenza da un ordine sociale di riferimento che non cessa di agire su di lei una pressione molto forte.

La sua vita è contesa in un rapporto vita-debito prodotto all’interno delle relazioni familiari e di vita-debito prodotto all’interno del mondo della tratta dello sfruttamento. Doppiamente debitrice, il ricatto di dover adempiere a promesse, aspettative, configura le sue azioni e scelte, che non vengono comprese all’interno degli immaginari che compongono il mondo dei servizi e delle politiche europee. Ciò lascia un vuoto di possibilità, che Beauty cerca di colmare ricomponendo la sua storia, i suoi sentimenti e il suo ruolo di madre, nonostante la profonda solitudine e le difficoltà materiali di condurre una vita che si possa definire dignitosa e desiderata.

Inoltre, come la stessa storia di Beauty insegna, alla luce della crisi pandemica da covid19, della precarietà economica ed emotiva che essa ha acuito, sarà importante esplorare in che modo le reti criminali potranno nutrirsi di tali svantaggi per creare nuovi vincoli economici per la sopravvivenza delle donne. Ma anche capire come si struttureranno i legami familiari condizionati dalle pressioni delle reti criminali transnazionali, stabilendo nuovi debiti e nuove forme di coercizione, alla luce della globale crisi pandemica e dell’impoverimento ulteriore di un’ampia parte della società. È sull’asse del debito inestinguibile che esse contraggono per accedere a forme di mobilità transnazionali dalla Nigeria all’Europa, che agiscono significati e simboli incorporati nelle fasi di vita. In questo meccanismo di sfruttamento delle nuove generazioni nigeriane – con distinzioni di genere al loro interno – il corpo e l’intera vita dei soggetti femminili vengono resi oggetto di consumo all’interno di un progetto di arricchimento economico di una parte della società. A questa reificazione delle donne l’unica alternativa proponibile sembrerebbe quell’azione salvifica emancipatrice del modello assistenziale occidentale. Società occidentale contraddistinta da forme di patriarcato sempre più esplicite e violente che obbligano ad una profonda ristrutturazione e trasformazione sociale, dove la possibilità di scelta per le donne sia una realtà e non l’illusione basata su una promessa di salvezza futura, possibile solo a patto che esse aderiscano uniformemente alle regole stabilite, ancora una volta, da altri ed altre.

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[1] Definiti come: il movimento di migranti, inclusi rifugiati e richiedenti asilo, che per diversi motivi si spostano dal Paese in cui sono arrivati ​​per la prima volta per cercare protezione o reinsediamento permanente, altrove. Vedi https://ec.europa.eu/home-affairs/what-we-do/networks/european_migration_network/glossary_search/secondary-movement-migrants_en

[2] Mi riferisco alla ricerca che ho svolto per il dottorato dal 2017 al 2019 per l’Università degli Studi di Genova e in seguito al lavoro portato avanti per il progetto INSigHT (Building Capacity to Deal with Human Trafficking and Transit Routes in Nigeria, Italy, Sweden) presso la Cattedra UNESCO SSIIM dell’Università IUAV di Venezia http://www.unescochair-iuav.it/insight-action/ . Quest’ultimo mi ha dato la possibilità di tornare a passare molto tempo al fianco della donna di cui parlo in questo articolo, di viaggiare in Nigeria nel giugno 2019, e di tornare nel contesto di Bolzano e del Brennero fino al mese di febbraio 2020 e mantenere un contatto costante, anche telefonico, con i soggetti della mia ricerca di dottorato.

[3] È utile sottolineare come la disciplina antropologica offra importanti esempi di lavori etnografici che hanno come oggetto la singola biografia di un soggetto di ricerca [Shostak 2000; Crapanzano 2007].

[4] Questa possibilità è dettata dal fatto di aver collaborato come volontaria per il progetto Antenne Migranti (per la tutela e il sostegno dei diritti dei migranti al Brennero) e di aver seguito alcuni percorsi legati all’ottenimento della protezione internazionale e dell’asilo, tra cui quello della ragazza in questione. Per un approfondimento sul dibattito italiano in merito al ruolo dell’antropologia nel lavoro con i richiedenti asilo si veda Altin, R. et al (a cura di) 2017, Richiedenti asilo e sapere antropologico, in Antropologia Pubblica, 3 (1), SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata).

[5] Area che si estende dalla città italiana di Verona fino a quella austriaca di Innsbruck.

[6] In Italia nel 2019 sono arrivate solo 11 donne nigeriane a causa delle politiche europee sugli sbarchi, della difficoltà di lasciare la Libia, della trasformazione delle rotte interne ai paesi dell’Africa dove molte di loro scompaiono e per le evidenze di una situazione geopolitica complessa e violenta nelle aree di confine tra Nigeria, Niger e Libia.

[7] Mi riferisco qui sia alla possibilità di accedere al sistema dell’asilo e dell’accoglienza che al percorso di emersione e protezione previsto per le vittime di tratta e grave sfruttamento previsto dal Piano nazionale antitratta disposto dal Ministero dell’Interno, Dipartimento Pari Opportunità.

[8] Nel 2021 l’UNHCR ha disposto le nuove linee guida per l’identificazione delle vittime di tratta. Disponibili qui: https://www.unhcr.org/it/wp-content/uploads/sites/97/2021/01/Linee-Guida-per-le-Commissioni-Territoriali_identificazione-vittime-di-tratta.pdf

[9] Capo politico e spirituale cui viene accordato dalle comunità di Benin City e dell’Edo State, un ruolo molto influente.

[10] A causa dell’inizio della pandemia e delle misure imposte dal lockdown.

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