Social media e prospettivismo politico

Social media e prospettivismo politico

Questioni di metodo, ipotesi, domande aperte

Gaetano Mangiameli

Dipartimento di Filosofia Piero Martinetti, Università degli Studi di Milano La Statale

Abstract. Social media textuality mostly consists of comments on comments, namely reactions to reactions, feeding a schismogenetic spiral with interesting implications when political issues are involved. As debates often address the political identity of individuals as their inner, authentic, permanent feature, social media are arenas that people use to unveil their opponents’ political nature. This article refers to the notion of “ontological disclosure” in order to introduce preliminary reflections concerning some aspects of Facebook interactions about political issues, in their broadest sense, and aims to contributing to the elaboration of a research agenda on this subject by suggesting that the scientific literature on perspectivism and ontology might be relevant to the anthropology of social media.

Keywords. Facebook; Politics; Perspectivism; Schismogenesis.

Introduzione

Fare ricerca sul campo serve innanzitutto a fare emergere il tema della ricerca stessa, a cogliere una tesi di fondo e a individuare gli strumenti più opportuni, più che a declinare sul campo un apparato “tesi-tema-strumenti” già predisposto in precedenza. Per quanto questa convinzione informi l’antropologia contemporanea, tanto da essere esplicitamente evocata sotto la voce "ricorsività" nel noto saggio di Jean-Pierre Olivier de Sardan sulla politica del campo [Olivier de Sardan 2009], si tratta pur sempre di un tratto del metodo etnografico anche nell’antropologia classica, tanto che Bronislaw Malinowski, nella celebre introduzione ad Argonauti, mette in guardia il lettore da un approccio rigido al campo che non permetta all’esperienza di ricerca di intaccare l’atteggiamento teorico dell’antropologo, il quale deve invece aprirsi alla possibilità di cambiare idea e direzione [Malinowski 2004, 18], mentre Edward Evans-Pritchard notoriamente racconta della facilità con cui il tema della stregoneria si manifesta presso gli Azande, suggerendo implicitamente l’idea che in fondo sia compito dell’antropologo adeguarsi a un discorso sociale e riconoscerlo come tema di ricerca proprio nella misura in cui esso si impone all’attenzione del ricercatore indipendentemente dalle sue intenzioni e dalle sue priorità scientifico-intellettuali [Evans-Pritchard 2002, 1].

Una parte significativa, anzi fondamentale, del lavoro sul campo ha quindi carattere propedeutico all’etnografia, pur non essendo realmente distinta da quest’ultima. In questo saggio intendo soffermarmi sul momento forse più creativo dell’attività di ricerca, quello nel quale prendono forma le idee che poi indirizzeranno l’attenzione, la partecipazione, le domande e in generale tutto ciò che l’antropologo farà sul campo, con riferimento a una situazione caratteristica del mondo contemporaneo, vale a dire l’interazione attraverso i social media, in cui è difficile distinguere l’esperienza etnografica dall’esperienza-e-basta [Piasere 2009, 65], prestando una particolare attenzione alle dinamiche connesse all’azione di rilevanza politica attraverso i social media.[1] Se in generale la serendipità [Rivoal e Salazar 2013] caratterizza questo momento creativo in pressoché qualunque contesto di ricerca antropologica, essa è un aspetto significativo più in particolare a proposito dei social media [Biscaldi 2019], il terreno nel quale ci si inoltra in questo saggio, senza escludere che i social media possano fungere “semplicemente” da punti di accesso per affacciarsi su questioni che sarebbero comunque di interesse del ricercatore indipendentemente dai social media stessi [Sinanan 2017]. Sarà proprio nel corso di questo movimento che ci avvicineremo ai temi, inseguendo le implicazioni e le possibilità che si apriranno, proprio per cogliere/simulare quel momento creativo di cui sopra, tenendo conto della difficoltà nel tenere distinti il mondo online da quello offline, di cui c’è ormai da tempo diffusa consapevolezza [Wellman, Boase, Chen 2002; Garcia et al. 2009].

A partire dall’esperienza immersiva su Facebook, che conduco da più di un decennio, in questo saggio sottolineerò alcune caratteristiche dell’interazione che vi si svolge, come operazione preliminare rispetto a una etnografia su una questione specifica (anche se inevitabilmente le osservazioni e gli esempi qui riportati avranno a che fare con questioni specifiche, quali il posizionamento politico, il razzismo, le questioni di genere e l’omofobia). Facebook è un universo discorsivo caratterizzato da una continua espansione che risulta dalle azioni degli utenti. Questi ultimi producono continuamente una quantità inimmaginabile di testo multimediale, che costituisce materiale etnografico spontaneamente messo a disposizione, in continua crescita e in costante aggiornamento.

"Che cosa succede qui?" Essenzialismo social

Una prima questione da porsi quando ci si muove sul campo, qualunque sia il campo, è “Che cosa succede qui?”. In altre parole, c’è qualcosa che per una qualsiasi ragione stia attirando la mia attenzione e mi stia dando l’impressione di meritare ulteriori riflessioni e osservazioni? Dovrebbe trattarsi di qualcosa di relativamente regolare. Premesso che i social media, e in particolare Facebook, si rendono disponibili per un uso relazionale, che permette di “gestire ed ampliare la propria rete sociale”, un uso espressivo, volto a “definire la propria identità sociale”, e un uso esplorativo, che permette di “analizzare l’identità sociale degli altri membri della rete” [Biscaldi e Matera 2019, 29], ciò che accade con una certa rumorosa regolarità è un fenomeno di etichettamento[2] di grande rilevanza politica che si dipana attraverso un intreccio dell’uso relazionale, dell’uso espressivo e dell’uso esplorativo.

A questo proposito trarrò spunto da una teoria indigena su Facebook riscontrata dall’antropologo inglese Daniel Miller qualche anno fa a Trinidad [Miller 2013, 152-153]. Secondo questa teoria indigena, è nel profilo Facebook, e non nell’interazione faccia a faccia, che si può cogliere l’autenticità di una persona. Premesso che la teoria indigena ha valore definitorio o normativo, che assume validità qualora questa le sia riconosciuta in un contesto e che in quanto tale non può essere confutata, qui le notizie significative sono due: 1) Esiste un’autenticità della persona; 2) Tale autenticità è conoscibile e può essere colta su Facebook. Di questa teoria è interessante valutare le implicazioni, soprattutto in relazione alle forme di negoziazione, ai posizionamenti e agli etichettamenti che si dipanano continuamente su Facebook, per esempio a proposito dei profili politico-culturali, del populismo, del fascismo e del razzismo.[3]

Il nodo, qui, è l’idea che la persona abbia un’essenza irriducibile che può essere scoperta. Questa essenza autentica, per esempio, potrebbe essere razzista, oppure fascista, come emerge da un passaggio degli Scritti Postumi di Ennio Flaiano che viene frequentemente citato su Facebook e che qui intendiamo considerare non solo e non tanto come espressione del pensiero di un noto autore italiano ma in quanto espressione del pensiero di un noto autore italiano che ha raggiunto un notevole grado di circolazione su Facebook, dove ha acquisito un’assertività autonoma dall’autore stesso[4] e interna alla grammatica dei social media:

Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli 'altri' le cause della sua impotenza o sconfitta.

Indipendentemente dalla qualità della descrizione del fascismo, che può essere condivisibile ma non è in questione in questa sede, la citazione di Flaiano contiene un’idea che da un lato ci riporta alla teoria indigena di Trinidad sulla persona e dall’altro ricorda effettivamente una caratteristica ricorrente del dibattito politico a mezzo Facebook: una persona ha una natura intrinseca. A questa idea Trinidad aggiunge che la natura intrinseca può essere colta su Facebook, mentre Flaiano precisa che anche le collettività possono avere qualcosa di irriducibilmente iscritto nella loro natura, per esempio il fascismo. A queste condizioni, tuttavia, si tratterebbe di discutere di politica senza credere nella possibilità di persuadere l’altro. Se le cose stessero così, un certo dibattito sulle identità politiche che caratterizza l’attività quotidiana di un numero enorme di utenti dei social media non avrebbe alcuna speranza di produrre effetti significativi e dovremmo rassegnarci alla presenza di persone la cui essenza irriducibile è fascista, oppure, per tornare all’esempio del razzismo, razzista. Per questa via si sottrae la persona alla realtà storico-culturale che l’ha prodotta e paradossalmente, quando si discute di razzismo, ne nasce un soggetto razzista che trascende la storia e i contesti, un po’ come le categorie razziali che il razzismo stesso postula. Al contrario, sarebbe necessario riflettere sulle modalità attraverso le quali tale soggettività emerge in quanto tale, per esempio su Facebook, per poi entrare nel dettaglio esaminando le sequenze di interazione, allo scopo di individuare in queste e nelle condizioni di vita (e non nell’essenza irriducibile dell’individuo) i meccanismi di produzione di un certo contenuto, eventualmente di tipo schismogenetico.

Le realtà di Facebook

Facebook è animato principalmente da commenti a commenti. Questa affermazione potrebbe essere sondata attraverso un confronto con l’interazione faccia a faccia e altre forme di comunicazione, allo scopo di vedere se e in che misura questa tendenza sia effettivamente più marcata su Facebook, ma in questa sede è sufficiente segnalare che il “mondo là fuori” viene evocato come serbatoio di fatti da commentare, mentre il commento di prima mano, il commento sulla realtà, ammesso che si possa isolare precisamente la cosiddetta realtà là fuori da quella mediatica, costituisce solo una parte della testualità dei social media. Gli utenti fanno continuamente riferimento ai post altrui, ad atteggiamenti diffusi, a risposte trite e ritrite, alle banalità, alle volgarità, all’arroganza o all’ipocrisia altrui, rispetto a cui si pongono (o aspirano a porsi) su un piano superiore, rivendicano una distinzione e comunque lanciano una polemica (ben più rari sono i post di contenuto positivo). Facebook offre soprattutto reazioni a reazioni, commenti a commenti sui commenti, prese di distanza dai commenti, prese di distanza dalle prese di distanza, e così via, in un vortice che virtualmente non ha fine.

È lecito ipotizzare che questa spirale di reazioni a reazioni possa assumere un ruolo di guida del comportamento e della comunicazione, nel senso che una volta individuata una controparte come parametro negativo di riferimento in una contesa che da una singola questione politica si allarga fino a definire una prospettiva esistenziale e l’ontologia della persona, allora le modalità di azione, il linguaggio e le argomentazioni dell’altro possono contribuire per contrasto a definire che cosa Ego debba essere. Sembra pertinente, a questo proposito, la definizione di schismogenesi proposta da Gregory Bateson nel suo celebre Naven:

Vorrei definire la schismogenesi come un processo di differenziazione nelle norme del comportamento individuale risultante da interazione cumulativa tra individui. [Bateson 1988, 166-167]

La formulazione “Un processo di differenziazione nelle norme del comportamento individuale risultante dall’interazione cumulativa tra individui”, oltre a definire la schismogenesi, si candida a indirizzare efficacemente l’attenzione quando si tratta di inquadrare i dibattiti che si svolgono sui social media a proposito di questioni politiche o di attualità. Per di più, come fa notare lo stesso antropologo britannico, a proposito dei politici:

Sarebbe interessante esaminare in che misura i politici, nella politica che conducono, reagiscano alle reazioni degli oppositori e quanto siano attenti alle situazioni che tentano di sistemare. [Bateson 1988, 176]

Ora, sostituendo ai “politici” gli “individui comuni coinvolti in discussioni di carattere politico”, la citazione di Bateson coglie un tema di riflessione suggerendo anche una chiave di lettura interessante e nel contempo preoccupante: quando Ego reagisce alle reazioni dei suoi antagonisti, è ancora in grado di tenere d’occhio il contesto in cui si muove e rispetto al quale avrebbe senso concepire le azioni, oppure, appunto, si limita a reagire alle reazioni, usando l’antagonista come parametro negativo da rigettare indipendentemente dal merito delle scelte di quest’ultimo? In altre parole, le scelte di Ego hanno a che fare con la sua lettura del mondo o si limitano a controbattere le scelte dell’antagonista? La ricerca qualitativa via Facebook può sollevare queste domande e in parte fare emergere risposte, ma probabilmente una strategia di ricerca basata su altri strumenti, di tipo quantitativo, potrebbe permettere di raggiungere risultati di ampio respiro.

Il gigantesco affastellarsi di reazioni a reazioni in opposizione binaria fa pensare a un importante fenomeno di schismogenesi che si svolge continuamente sotto i nostri occhi, con la proiezione, nel caso dell’Italia, di due Italie[5] che prendono le distanze l’una dall’altra, continuamente, e la radicalizzazione di questa opposizione.[6] A questo proposito è opportuno chiedersi su che cosa si basi questa opposizione. Forse su due visioni inconciliabili della realtà? Di questa spirale di reazioni a reazioni preme qui sottolineare che a innescarla sono effettivamente realtà plurali, differenti, quelle corrispondenti ai profili Facebook, realtà plurali che però vengono compresse in un’opposizione binaria tra due schieramenti.

Quando due o più utenti commentano un singolo elemento (un articolo, un video, un post), quell’elemento che funge da “realtà” da commentare, preso isolatamente, si manifesta alla stessa maniera per tutti loro, anche se viene filtrato poi in maniera variabile, su base ideologica o comunque culturale. Nessuno di questi utenti, però, è in grado di vedere in quale sequenza sintagmatica quell’elemento si inserisce agli occhi altrui, nel Facebook visto da ciascuno degli altri. È proprio in quella sequenza, tuttavia, che l’elemento assume un senso agli occhi dell’utente, un senso posizionale. Le sequenze sintagmatiche sono effettivamente le realtà social e sono sempre differenti tra loro. Il mondo che Ego vede su Facebook nasce dalle sue reti di relazioni, cioè dalle selezioni operate da Ego e dagli altri utenti, ed è filtrato ulteriormente dall’algoritmo di Facebook. Nessuno (o quasi[7]) vede il “Facebook” che vedono gli altri. Ciascuno vede ciò che i suoi contatti fanno o meglio ciò che i suoi contatti gli permettono di vedere attraverso le impostazioni di privacy.

La realtà dei social media che il singolo utente vede, quella che fornisce a questi gli stimoli per commentare qualunque singolo elemento, è unica e irripetibile, isolata nel profilo individuale che oggettiva le sue relazioni. Questa realtà apparentemente esterna è dunque profondamente e inevitabilmente legata a Ego e di fatto inattingibile a terzi. L’annullamento delle distanze è più illusorio di quanto sembri, perché in realtà ogni utente costruisce un mondo e vi resta dentro. Ego vede la reazione di un suo contatto a qualcosa, ma non vede il contesto a cui quel contatto sta reagendo. Tuttavia, Ego giudica quella reazione e interviene per approvarla o censurarla, come se sapesse davvero di che cosa l’altro stia parlando, perché vede la realtà che effettivamente c’è nella sua prospettiva.

Sebbene il prospettivismo, come strumento teorico nato dall’etnologia amerindia e a questa applicato, possa erroneamente apparire come un mezzo per mediare principalmente fenomeni culturali esotici, sembra proprio che a beneficiare del suo uso possa essere anche il lavoro antropologico su un contesto a tecnologia avanzata come quello dei social media. Quello di Facebook è un universo effettivamente multiplo e relazionale, nella misura in cui il mondo che il singolo utente vede risulta dalle relazioni da questi stabilite. Queste relazioni, con la mediazione ulteriore dell’algoritmo di Facebook, vengono oggettivate nella forma di un panorama discorsivo che è unico e irripetibile perché irriducibilmente legato al profilo dell’utente. Se volessimo “cogliere il punto di vista del nativo”, in questo caso, non potremmo che provare l’aspirazione ad assumere effettivamente la prospettiva del nativo-utente, cosa che sarebbe virtualmente possibile solo in due situazioni-limite: 1) usando un profilo coincidente con quello dell’utente x, cioè stringendo relazioni esattamente con gli stessi profili, seguendo le stesse pagine e sottoscrivendo l’appartenenza agli stessi gruppi Facebook; 2) accedendo al profilo dell’utente con le sue credenziali.[8]

Escluse le due situazioni-limite appena viste, ogni profilo Facebook non è una finestra sullo stesso mondo che vedono anche gli altri, ma è esso stesso un mondo (a sua volta in continua costruzione perché strutturato/orientato attraverso le ricerche, le reazioni e le interazioni del profilo). Non siamo dunque di fronte a una realtà unica sulla quale si andrebbero a sovrapporre e a contrastare visioni, opinioni, rappresentazioni differenti, originate dalla sensibilità del commentatore, dal retroterra culturale o dall’orientamento ideologico. La "realtà social" è effettivamente plurale, e lo è nella misura in cui le relazioni sociali, che risultano oggettivate nelle relazioni social, costituiscono il materiale di cui quella realtà è fatta. I mondi social sono multipli in quanto sono mondi relazionali di cui l’utente è portatore/creatore. Rispetto al prospettivismo amerindio, tuttavia, il prospettivismo social presenta una differenza evidente: nel primo caso le unità che si fanno portatrici di prospettive incorporate sono le specie, ciascuna delle quali si vede come umana e percepisce gli esemplari delle altre specie come prede o predatori; nel secondo caso sembra che le prospettive prendano corpo attraverso l’individuo, dando luogo a un numero enorme di mondi distinti. In base alla quantità di fonti o riferimenti comuni nell’universo social (contatti diretti, pagine seguite e gruppi di appartenenza), si può cogliere una maggiore o minore distanza sociale che viene oggettivata nei mondi social che ne risultano. Queste distanze relazionali che diventano ontologiche sono variabili e gli sforzi di comprensione sempre possibili e praticabili, per fortuna, ma nel caso di due utenti con pochi contatti in comune è ragionevole immaginare le rispettive realtà facebook come straordinariamente divergenti.

Non è detto però che queste innumerevoli realtà debbano restare isolate le une dalle altre come monadi intraducibili. Tra le ipotesi su cui lavorare c’è quella secondo cui a mediare tra queste interverrebbero elementi condivisi trasversalmente attraverso le opposizioni binarie tipiche della polarizzazione.[9] Le opposizioni binarie permettono di ricreare un ordine sociale trascendendo l’isolamento dell’utente come portatore di un mondo unico creato e vissuto solo da lui/lei. Anzi, è proprio sulla base della condivisione della ostilità a “Utente x”, che Ego trova in “Utente y” non solo un alleato, ma qualcuno che apparentemente vive nello stesso mondo.

Questi innumerevoli mondi plurali, apparentemente incommensurabili tra loro, vengono ridotti drasticamente attraverso la polarizzazione, in altre parole passano attraverso una riduzione di complessità basata su una logica binaria. A fungere da mediatore per rendere i mondi apparentabili e dunque permettere l’alleanza tra i loro portatori c’è la condivisione della presa di distanza dal referente negativo (che può essere individuato attraverso l’asse “buonista vs razzista”, oppure “radical chic vs populista” e simili). Le sfumature di esperienza sulla cui base qualcuno scrive qualcosa diventano imperscrutabili e comunque irrilevanti. I soggetti coinvolti in dibattiti social (sul razzismo, sull’omofobia, sul covid-19) si essenzializzano a vicenda a partire dall’oggettivazione illusoria di ciò che commentano, riconducendo la variabilità degli atteggiamenti a due versioni monodimensionali e assolutamente incompatibili: l’altro è un buonista-e-basta, o un fascista-e-basta, ecc.

Etichettare per etichettarsi: il disvelamento ontologico

Gli universi discorsivi social sono costituiti in gran parte, come si diceva, da reazioni a reazioni, ma solo di rado ci si interroga sul fondamento delle reazioni altrui: nella schismogenesi social la reazione-2 non è un tentativo di comprendere la reazione-1, ma semmai una sorta di anelito di differenza che deve sottolineare la distanza tra Ego, da un lato, e il portatore della reazione-1 insieme a tutti quelli che si mostreranno concordi, dall’altro. In altre parole, in questi microconflitti l’analisi del tema in sé sembra essere secondaria rispetto all’urgenza di segnare la propria distanza dalla controparte, di reagire pubblicamente alla reazione, cioè rispetto all’esigenza di definirsi in termini oppositivi (ma è proprio questa una delle dimensioni che dopo essere state colte nella fase di costruzione della ricerca devono ispirare una strategia metodologica che permetta di fare affermazioni con fondamento solido). Quello che è in corso nel multiverso social, quotidianamente, continuamente, è una sorta di gioco identitario che sembra avere come obiettivo principale un autoetichettamento che viene ottenuto attraverso l’etichettamento dell’altro (come si era prefigurato nel paragrafo 2).

Così, per esempio, il militante antirazzista si impegna quotidianamente o quasi per combattere il razzismo su Facebook. Sebbene non manchino tentativi di argomentare, in gran parte gli interventi si riducono a dichiarazioni reiterate di appartenenza al campo antirazzista (lo stesso vale per la controparte, che però rifiuta generalmente l’etichetta di “razzista”). La scelta di campo, preliminare alla partecipazione alla contesa, tende ad assorbire la contesa stessa. Ciò che conta, nel gioco identitario, è esporre/esprimere/riconfermare il proprio profilo attraverso l’essenzializzazione dell’alterità. In gran parte, la contrapposizione può essere ricondotta a uno scambio di etichettamenti: “tu sei un buonista (o un comunista, o un radical chic, ecc.)” vs “tu sei un fascista (o un razzista, unn suprematista bianco, un sovranista, ecc.)”. Prendendo le distanze dall’altro, l’utente si definisce per opposizione.

A rendere più efficace l’operazione di etichettamento intervengono alcune procedure diffuse, scorciatoie concettuali la cui regolarità rende il risultato automatico, anzi, in un certo senso si tratta di atti comunicativi che contengono il risultato in sé. Un modo semplice per cogliere sul fatto il nemico, riconoscendone la natura profonda, nasce dall’uso di alcuni marcatori discorsivi: i due esempi più noti sono certamente “Io non sono razzista, ma…” e “Io ho molti amici gay, ma…”.[10]Questa formula, “Io non sono razzista, ma…” è ormai stata assunta come vessillo del razzismo latente; per questa via il razzismo latente viene dato per manifesto. Nel terreno negoziale dei social media, dire “io non sono razzista, ma…” o comunque esordire con una formula equivalente significa dichiararsi (involontariamente) razzisti agli occhi degli antirazzisti, esattamente come accade con la formula “Io ho molti amici gay, ma…”, che prelude, secondo una diffusa opinione, a prese di posizione di carattere omofobo. Premesso che questo processo andrebbe sottoposto a un’attenta analisi che si rinvia a un’altra occasione, in questa sede sarà sufficiente utilizzare questo esempio per illustrare un aspetto della "realtà social": ciò che gli utenti fanno nel gioco identitario è tentare di cogliere la natura profonda, vera, irriducibile di una persona, operazione che può essere sovrapposta o confusa con l’attività politica, di informazione e/o dibattito. In fondo era proprio su questo punto che verteva la già citata questione posta da Bateson: quando i politici reagiscono alle altrui reazioni, sono ancora in grado di tenere conto delle condizioni del mondo nel quale si muovono? In altri termini, quando Ego si lancia in una polemica via Facebook, sta facendo politica rivolgendosi a un mondo circostante che gli interessa, un mondo al quale si adatta e con il quale si sintonizza, o sta reagendo alle reazioni per disvelare l’altro, obiettivo che gli preme principalmente se non esclusivamente per ottenere il proprio ancoraggio ontologico?

Ostensioni, caricature, esche e la spirale dell’autoisolamento

L’esposizione delle schermate con sequenze di insulti razzisti, sessisti o omofobi o con varie forme di apologia del fascismo è uno degli strumenti più comuni di espressione dell’indignazione ed è immediato, comprensibile e apparentemente efficace, in quanto funziona per ostensione: ecco la violenza verbale, ecco l’omofobia, ecco il razzismo, ecco il neofascismo. Oltre a permettere di cogliere immediatamente la natura profonda degli autori di certi messaggi o commenti, mettere in mostra questi contenuti ha simultaneamente un effetto positivo e rassicurante di autoetichettamento, cioè di ancoraggio ontologico (nel senso appena accennato): chi espone questi contenuti lo fa per prenderne le distanze; mettendo in scena la propria indignazione, certifica/afferma/produce la propria natura profonda di segno opposto. Tuttavia, questo potrebbe avere anche una conseguenza indesiderata e anche per questa ragione degna di approfondimento: attraverso la reiterazione di questi contenuti, sebbene si possa rinforzare la consapevolezza da parte di chi è già sensibile al tema, si rischia anche di produrre, involontariamente, una sorta di assuefazione basata sul fatto che un certo tipo di linguaggio viene vissuto come tutto sommato sempre più consueto e sempre meno sorprendente, la norma a cui volenti o nolenti ci si abitua.

Che cosa può o deve fare l’antropologo su questo fronte? È opportuno perlomeno dubitare che sia sufficiente registrare o apprezzare il posizionamento dal punto di vista dell’antropologo, cioè sulla base del valore che questi, eventualmente in sintonia con l’utente social, attribuisce qui e ora a parole e immagini, o a tutto ciò di cui si compone il testo social. Sarebbe auspicabile interrogarsi anche e soprattutto su come quel valore venga confermato o si modifichi nel tempo dal punto di vista di terzi, nonché sul contributo che l’azione dell’utente/militante fornisce volontariamente o involontariamente a questa produzione di senso.

In altre parole, a partire dal gioco identitario di individuazione della natura profonda, l’antropologia potrebbe o dovrebbe porsi la domanda: “A quali condizioni questo genere di intervento è efficace?”. Senza rispondere a domande di questo genere, la lettura delle arene politiche è assolutamente incompleta ed eventualmente anche l’attività di ricerca militante resta ingabbiata in una condizione di sospensione. Per rispondere a questa domanda, tuttavia, bisogna porsi un’altra questione. Come sondare l’efficacia? Innanzitutto, attraverso strumenti di analisi degli stessi social media e/o attraverso un’integrazione o un prolungamento dello sguardo nelle vite offline, magari per mezzo di etnografia più tradizionale o eventualmente anche di metodi quantitativi? In ogni caso, per portare a termine gli specifici obiettivi di un’attività di ricerca militante sarebbe comunque necessario lavorare su strumenti teorici e metodologici con una valenza più ampia e che in sé non hanno necessariamente a che fare con un’idea di antropologia come pratica intellettuale politicamente schierata.

In attesa di individuare le risposte, bisognerebbe comunque iniziare a immaginare gli scenari possibili facendo buon uso della sospensione del giudizio. Indipendentemente dal posizionamento, ci si dovrebbe preparare ad accettare anche l’ipotesi secondo cui l’esposizione dei commenti è certamente efficace all’interno del campo di cui si fa parte, un mondo denso di riferimenti comuni, dove gli attori si confermano a vicenda l’adesione ai valori condivisi e si misurano nell’attenzione e nella cura con cui si preoccupano dell’andamento delle cose; essa, tuttavia, risulta molto meno efficace all’esterno di questo campo, nei confronti di quello che dovrebbe essere il destinatario del messaggio, se lo scopo è arginare il razzismo, l’omofobia o qualunque altra forma di discriminazione.

La polarizzazione è una caratteristica macroscopica della spirale discorsiva sui temi di attualità politica, e in particolare su migrazioni, razzismo, diritti civili, omofobia e, in tempi più recenti, covid-19 e vaccini. Con l’inasprirsi della contrapposizione, nessuna concessione può essere fatta all’avversario, le cui prese di posizione devono essere sempre e comunque rigettate. Atteggiamenti di mediazione o comunque di riconoscimento parziale delle ragioni dell’avversario sono fortemente sospetti e dunque scoraggiati da ambo le parti, pena la sanzione morale che marchia di infamia chiunque possa sembrare troppo morbido. Le aree grigie, che lasciano pensare a una contaminazione o a una sovrapposizione anche parziale con l’avversario, vanno evitate.

“Noi non stiamo con Salvini”, titolava legittimamente ed emblematicamente la rivista Rolling Stone nel 2018, aggiungendo che “Da adesso chi tace è complice” e accompagnando questa mossa con il lancio dell’hashtag #chitaceècomplice. In questo caso, la semplice evocazione del nome dell’avversario dal quale si intendeva prendere le distanze era consustanziale alla mobilitazione. A questo proposito, è presumibile, ma l’ipotesi andrebbe sottoposta a verifica, che dinamiche di questo genere tendano a marginalizzare o eliminare ogni elemento di contenimento o mediazione, il che, altrettanto presumibilmente, fa aumentare di intensità la contrapposizione stessa. La polarizzazione è autocatalitica.

In questo clima “armato”, è fondamentale portare continuamente e ben in vista vessilli identitari: usare il linguaggio dei social media per sottolineare la propria appartenenza, scegliere parole e temi non necessariamente per argomentare ma innanzitutto per sventolare la propria bandiera. Con questo torniamo alla questione della dichiarazione di campo. Esprimere soggettività: questo è il terreno, questo è lo strumento, questo è il risultato.

Il gioco identitario ha come posta in palio un accertamento ontologico autoriferito, che si nutre dell’individuazione di avversari la cui natura profonda viene colta nell’attività di disvelamento. Qui si può intravedere un’ambivalenza del prospettivismo social. L’utente osservatore, che è anche e soprattutto portatore/creatore del mondo relazionale nel quale si muove, cattura l’avversario come preda nell’attività di disvelamento e simultaneamente lo denuncia come predatore nella correlata denuncia di pericolosità. Il prospettivismo social denuncia costantemente l’altro come pericolo dilagante, anche se poi sdoppia lo stesso altro in due figure complementari, la preda e il predatore, in base alle circostanze discorsive.

Ogni sessione dello scontro è un’occasione per portare in scena un copione che è noto a entrambe le parti, come risulta evidente dai riferimenti espliciti che mostrano competenza in tal senso. Tendenzialmente l’attore si conforma al "proprio ruolo" facendo frequentemente riferimento al ruolo, allo stile e alle argomentazioni tipiche dell’altro, anticipandolo, imitandolo o comunque facendo allusioni. Più che descrivere il “mondo là fuori”, tali sequenze interattive, ripiegate su loro stesse, ospitano numerosi riferimenti metatestuali alle modalità e ai contenuti della “battaglia social”. Una versione estrema di questo atteggiamento prevede che in alcuni scambi il messaggio non contenga altro che la caricatura del copione della controparte. Per questa via, ancora una volta, l’utente si mostra in grado di riconoscere l’avversario, cioè di coglierlo in quanto tale e di inchiodarlo alla sua natura.

Accanto alle caricature, un altro strumento di battaglia discorsiva a mezzo social media che presenta evidentemente le caratteristiche del disvelamento ontologico è l’uso delle “esche”. In questo caso si tenta di indurre l’altro ad agire nella parte di se stesso ma alla luce di falsi stimoli, cioè facendolo cadere in una trappola. A questo scopo, si può costruire una falsa notizia che presumibilmente possa attirare con facilità discredito su una categoria sociale che si vuole difendere, allo scopo di mostrare l’arroganza, l’aggressività, la stupidità e/o l’ignoranza della controparte: la notizia gonfiata o del tutto inventata su questioni di migrazioni o di diritti lgbqt, per fare due esempi, stimola all’intervento il commentatore ostile proprio come una preda indifesa attira il predatore. L’esito di questa modalità di battaglia discorsiva si ha con la pubblicazione della schermata, che funge anche in questo caso da supporto del disvelamento ontologico: x è un predatore ed è stato colto mentre manifestava la sua natura, per di più abboccando all’esca di una notizia falsa o appositamente gonfiata; diffondendo (cioè producendo e riproducendo) e commentando il disvelamento ontologico, l’utente certifica/afferma/produce la propria natura opposta a quella del predatore.

Tra le reazioni alle reazioni, una particolarmente gettonata ed estremamente significativa è la minaccia di chiusura del rapporto che può prendere la forma della rimozione dell’utente indesiderato dalla lista dei contatti (gli “amici”) oppure del blocco dell’utente stesso. A questo esito convergono a fornire un contributo le strategie viste sopra, tra cui l’ostensione delle schermate, le caricature e le esche. Chi reagisce a questi stimoli in maniera non conforme rischia appunto il disvelamento ontologico e, più prosaicamente, la sanzione relazionale via Facebook, cioè il blocco o la rimozione dai contatti di Ego. L’obiettivo è impedire all’indesiderato di leggere e/o di commentare i contenuti prodotti dall’attore e viene automaticamente centrato. Oltre alla minaccia di chiusura, spesso gli utenti comunicano ai propri contatti di aver eliminato alcuni elementi indesiderati e lo fanno esplicitandone le ragioni a beneficio dei contatti che restano attivi. Questa azione comporta una conferma dei parametri politico-morali che vanno considerati condivisi e indiscutibili, rimarca una linea disciplinare salda e funge da monito.

C’è però un effetto ulteriore, che consiste nel restringere il campo dei destinatari del messaggio. Non si tratta di un fatto meramente quantitativo, ma soprattutto qualitativo: a essere esclusi, presumibilmente, sono coloro i quali non concordano con l’utente, mentre restano nel pubblico quelli che presumibilmente concordano. Tendenzialmente, in un processo che non si può mai assumere come davvero concluso, l’utente parla sempre di più a un pubblico che la pensa come lui. Il fatto è significativo in quanto è del tutto evidente come per questa via l’obiettivo eventuale di far cambiare idea a qualcuno non venga affatto perseguito.

A queste condizioni, i già citati strumenti di disvelamento ontologico dell’altro assumono un senso ulteriore. La diffusione da parte di Ego delle schermate con commenti inaccettabili diventa una finestra su un mondo con il quale si è sempre meno in contatto, il mondo nel quale qualcuno (l’altro) reagisce in un certo modo (deplorevole, secondo Ego) a un certo stimolo (non problematico, secondo Ego) per ragioni che Ego non intende sondare. Adesso è però più chiaro, come si è cercato di mostrare, che agli occhi di due utenti differenti lo stesso elemento discorsivo si manifesta all’interno di due catene sintagmatiche differenti. In altre parole, i due utenti reagiscono a due mondi differenti in senso non metaforico. Riconnettendo questa “spirale dell’autoisolamento” (attivata dalla rimozione dei contatti non concordi) al disvelamento ontologico dell’altro, emerge un’ipotesi preoccupante. Il dispiegarsi delle strategie di disvelamento dell’altro potrebbe dare luogo a una tendenza per cui la comunicazione sui social ha sempre meno a che fare con un intervento nel mondo, con la persuasione di qualcuno, con la produzione di una differenza di qualche tipo, mentre ha sempre più a che fare con un reiterato (e pleonastico) accertamento della propria natura, di fronte a un uditorio sempre più omogeneo, all’interno di un mondo dall’orizzonte sempre più angusto.

La macchina cibernetica della discriminazione

Esiste un variegato fronte che si oppone alle discriminazioni di ogni genere, che vanno dal razzismo all’omobitransfobia e al sessismo, connettendole sul piano dell’intersezionalità.[11] È lecito, anzi opportuno, per il futuro, riflettere sulla possibilità che le attività discorsive su questi temi abbiano linee comuni talmente forti da meritare una trattazione di ricerca unitaria che per certi scopi generali potrebbe prescindere dai contenuti specifici delle singole battaglie per concentrarsi piuttosto sulle disposizioni, sulle reazioni e sugli effetti, tenendo conto anche del fatto che sono le stesse attività discorsive a tessere una trama che intreccia questi temi fino a fonderli virtualmente in un unico macrotema intersezionale con un’unica linea del fronte tra le parti contrapposte. Solo per esigenze di semplicità, quindi, in queste righe conclusive si accenna al razzismo, abbozzando qualche ipotesi che potrebbe essere valida anche per altri filoni della discriminazione che costituiscono materia di dibattito sui social media.

Il discorso antirazzista trae ispirazione da un capitale culturale corposo e raffinato nella cui produzione l’antropologia svolge certamente un ruolo di primo piano, non soltanto attraverso la sua impostazione generale e da tempo attestata ma anche attraverso le ricerche contemporanee che mostrano la pervasività del razzismo. L’attività social dell’antirazzismo ha quindi due elementi forti di contenuto che informano gran parte se non tutti i tentativi di diffusione di conoscenza e di sensibilizzazione: 1) dal punto di vista genetico le razze non esistono, ma accanto al razzismo tradizionale si attestano forme di razzismo debiologizzato; 2) il razzismo si presenta in forme soffuse, nascoste, subdole (che l’antropologia è in grado di cogliere).

Il punto 2, in particolare, è al centro di numerose ricerche etnografiche meritorie che producono un grande contributo di conoscenza cogliendo e rivelando il razzismo in pratiche, atti, messaggi e circostanze in cui la sua presenza non è comunemente percepita. Evidentemente si tratta di ridefinire il razzismo, di aumentare l’estensione del concetto di razzismo, e conseguentemente di allargare anche la base delle persone che possono essere accusate di razzismo, cioè delle persone che, nel senso visto in questo saggio, possono essere oggetto di disvelamento ontologico.

Questo tentativo suscita però forti resistenze e provoca aspre polemiche sui social, il luogo in cui le accuse di razzismo vengono da un lato lanciate e dall’altro messe in discussione, sostenute o neutralizzate. Negli scontri verbali che ne conseguono, è possibile cogliere (contesto della scoperta) una tendenza preoccupante che va sondata ulteriormente (contesto della giustificazione): all’aumentare della diffusione, della frequenza e della visibilità delle accuse di razzismo, il peso percepito delle accuse stesse cala. Se l’accusa di razzismo perde di valore, contemporaneamente l’idea di stare dalla parte dei razzisti sembra essere sempre meno disdicevole.

Alla fine di ogni iterazione di questa ipotetica sequenza semplificata, il razzismo ha perso una parte dell’aura di orrore che lo circonda. Esso si normalizza ottenendo consenso, mentre l’antirazzismo appare pretestuoso e dunque perde legittimità e autorevolezza. Proseguendo nell’illustrare questa ipotesi terrificante: la spirale del razzismo è una macchina cibernetica che si basa su profezie che si autodeterminano e produce maggiore legittimità per il razzismo? In tal caso, è proprio a questa macchina che dobbiamo sottrarci.

In conclusione, sembra lecito porsi la questione di una schismogenesi in corso, che trova nei social media terreno di espressione e amplificazione. La spirale richiama continuamente l’attenzione sul conflitto tra le parti, che sono impegnate a definire la loro natura profonda sulla base dell’opposizione stessa. Questo sottrae spazio, tempo e visibilità alla sintonizzazione con l’ambiente socioculturale, all’analisi delle condizioni di vita e all’elaborazione di proposte, impedisce una valutazione serena delle proposte stesse, inibisce una riaggregazione delle forze.

Sembrerebbe opportuno, a questo punto, chiamare in causa la tradizionale distinzione antropologica tra ciò che l’indigeno fa e ciò che pensa di fare, distinzione che peraltro può vedere esteso il suo campo di applicazione fino a coprire virtualmente l’umanità intera. In questo caso il cosiddetto “indigeno”, cioè Ego, subirebbe il disvelamento a opera dell’antropologo a proposito del senso da attribuire alla sua partecipazione a dibattiti o polemiche politiche via Facebook: “Tu pensi di svolgere attività di rilevanza politica attraverso i social media, ma ciò che fai è dare vita a una procedura di accertamento ontologico della tua natura profonda per opposizione”. La medesima distinzione antropologica, peraltro, potrebbe essere evocata a proposito del rapporto tra Ego e l’antagonista, dal punto di vista di Ego. In questo caso, la differenza politica tra Ego e l’antagonista deriverebbe dagli errori o dai limiti di quest’ultimo a proposito del mondo, e dunque Ego potrebbe agire da disvelatore come l’antropologo, spiegando al suo antagonista come stanno davvero le cose al mondo. A questo punto di questa rassegna preliminare di riflessioni volte a tentare di costruire un oggetto di ricerca antropologica sui social media, però, noi potremmo legittimamente sospettare di questa posizione, anche con il conforto di Eduardo Viveiros de Castro. Come ci segnala quest’ultimo, infatti

Il problema è che il nativo certamente pensa, come l’antropologo, ma molto probabilmente non pensa come l’antropologo. Per questo la differenziazione malinowskiana tra ciò che il nativo pensa o fa e ciò che pensa di pensare (o di fare) è una differenziazione spuria. È appunto qui, in questa biforcazione della natura dell’altro, che pretende d’inserirsi l’antropologo (il quale farebbe ciò che pensa). La differenza buona, o reale, è quella tra ciò che pensa o fa il nativo e ciò che l’antropologo pensa che il nativo pensi (e di conseguenza ciò che l’antropologo fa con ciò che pensa che il nativo pensi) [2019b, 115].

Traendo spunto da questo suggerimento di Viveiros de Castro, possiamo sostituire Ego all’antropologo e il suo antagonista social al nativo, per comprendere come Ego intervenga per correggere gli errori dell’antagonista, al quale spiega come si sta al mondo, dopo aver premesso la differenza tra ciò che pensa di stare facendo e ciò che sta facendo davvero in quel mondo comune che Ego presume di conoscere meglio dell’antagonista. Nonostante questo, però, va rimarcata, per restare ai termini dell’antropologo brasiliano, la differenza “buona”, quella tra ciò che l’antagonista pensa o fa e ciò che Ego pensa che l’antagonista pensi, perché in realtà è a partire da questa differenza che i due discutono senza trovare un accordo. Quest’ultima differenza trova il suo fondamento in un’altra differenza, quella tra i distinti mondi relazionali nei quali si muovono rispettivamente Ego e l’antagonista. Ciascuno dei due appare nel campo percettivo dell’altro, cioè nel mondo dell’altro, ma lo fa agendo nel proprio campo e commentando questo, cioè parlando del proprio mondo; le sue reazioni, tuttavia, vengono lette ed etichettate come se fossero relative, nuovamente, al campo percettivo dell’altro, cioè al mondo dell’altro.

Questo equivoco è indubbiamente pane per antropologi. La sua chiarificazione necessita probabilmente di uno sforzo di teorizzazione e qualche precisazione di metodo, le cui principali fonti di ispirazione potrebbero non essere limitate alla letteratura sui social media.

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[1] Gli attori sociali possono vedere in Facebook o Twitter autentici terreni di battaglia [Stein 2012]; i social media sono strumenti utili per mobilitare individui e risorse con strategie e risultati da valutare attraverso uno sguardo adeguato. Su questo si vedano per esempio Bennett e Segerberg 2012a e 2012b.

[2] In questa sede sarà forse il caso di andare oltre il concetto di etichettamento. Un’etichetta si appone per distinguere un oggetto da un altro e può essere rimossa e sostituita senza mettere in discussione ontologicamente l’oggetto. L’essenzialismo fissa l’oggetto, non si limita a fare riferimento a qualche opinione su esso.

[3] In Miller et al. [2018, 181 e seguenti] si parla di un uso relativamente limitato dei riferimenti alla politica via Facebook in alcuni contesti. Qui, senza entrare nel merito del peso relativo dei riferimenti alla politica nella testualità di Facebook, ci si limita a discutere di alcuni aspetti delle interazioni che chiamano in causa questioni politiche in senso lato.

[4] È in questo senso che la si usa qui: non per valutarla nella traiettoria biografica e intellettuale dell’autore, ma per accoglierla così come si manifesta nei social media.

[5] Si può ragionevolmente supporre, peraltro, che situazioni analoghe possano essere colte altrove.

[6] Per una riflessione sulla polarizzazione in senso schismogenetico in contesto italiano si veda Ciccozzi [2016].

[7] Vedi oltre.

[8] È bene precisare che in entrambi i casi subentrerebbero comunque come fattori differenziali la cultura, l’ideologia e la sensibilità del ricercatore, variabili esterne all’universo Facebook e tuttavia non trascurabili.

[9] Sulla polarizzazione si veda per esempio: Samet [2013]; Schroeder [2018, cap. 3].

[10] Si veda per esempio l’interessante volume di L. Manconi e F. Resta [2017].

[11] Sull’intersezionalità si veda per esempio: Cho, Williams Crenshaw, McCall 2013; McCall 2005.

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