Antropologia culturale, social media, rete

Antropologia culturale, social media, rete

Qualche riflessione preliminare

Gaetano Mangiameli

Dipartimento di Filosofia Piero Martinetti, Università degli Studi di Milano La Statale

Eugenio Zito

Dipartimento di Scienze Sociali, Università degli Studi di Napoli Federico II

Abstract. In this paper the authors introduce the monographic section on cultural anthropology, social media and web edited by them, presenting some preliminary reflections on these issues in the digital age and discussing briefly the five essays composing the section. Taken together, these essays propose a review of the studies on the topic, deepening some methodological issues relating to digital ethnography, explore strategies and methods of adaptation in different contexts with respect to the use of social media and more generally the web, provide interpretations on the multiple dimensions of change, think of social media as the content that people post, and discuss the political and relational uses of social media.

Keywords. Cultural anthropology; contemporaneity; web; social media; digital age.

La sezione monografica del n. 2 - 2021 di EtnoAntropologia, dal titolo Antropologia culturale, social media, rete, che ci accingiamo a presentare e introdurre, intende offrire una riflessione a più voci, in prospettiva antropologica, sui temi del digitale, del web e in particolar modo dei social media nella contemporaneità e con riferimento ad alcuni specifici contesti.

In connessione con la grande espansione digitale del mondo contemporaneo [Appadurai 2012, 2014; Hannerz 2012], ulteriormente accelerata per la pandemia di Covid-19, l’antropologia culturale è chiamata sempre più a confermare la sua vocazione al coinvolgimento attivo nel mondo attraverso l’attività intellettuale, leggendo con il suo peculiare sguardo critico dinamiche culturali specifiche, precisando gli strumenti metodologici, affinando o rinnovando il suo apparato concettuale.

In proposito, se per esempio consideriamo l’ambito dei social media, questi da un lato prendono forma dall’ambiente sociale, dall’altro hanno il grande potere di ridurre, e in alcuni casi annullare, le dimensioni di spazio e tempo. In rete, e attraverso i social media, modalità di comportamento online e offline si intrecciano e si sovrappongono fino a confondersi per diventare tutt’uno nella condizione di onlife. In altre parole, nella contemporaneità le interazioni che realizziamo attraverso i social media sono sempre più parte integrante e strutturante della nostra vita sociale, che da questa interessante prospettiva può fornire utili spunti di analisi culturale, su cui già da alcuni anni antropologi ed altri scienziati sociali stanno creativamente riflettendo [Wellman, Boase, Chen 2002; Garcia et al. 2009; Miller 2011; Bennett, Segerberg 2012; Horst, Miller 2012; Madianou, Miller 2012; Miller, Sinanan 2014; Hine 2015; Dalsgaard 2016; Sinanan 2017; Costa, Condie 2018; Miller et al. 2018; Biscaldi, Matera 2019; Przybylski 2020; Boellstorff 2021; Geismar, Knox 2021; Miller, Horst 2021].

A tal proposito la sezione monografica che qui presentiamo, oltre questa introduzione firmata dai curatori, include in totale cinque saggi rispettivamente di Domenico Copertino, Franco Lai, Vito Laterza, Gaetano Mangiameli ed Eugenio Zito, che contribuiscono al dibattito in varie direzioni, toccando diverse tematiche. Nell’insieme i contributi propongono una ricognizione degli studi sul tema, considerando l’esistenza di un’ampia letteratura, anche da diverse prospettive disciplinari, approfondendo in particolare alcune questioni metodologiche relative all’etnografia digitale; esplorano strategie e modalità di adattamento in diversi contesti rispetto all’uso dei social media e più in generale della rete; forniscono chiavi di lettura sulle molteplici dimensioni del cambiamento, tenendo conto, come sostengono Miller et al. [2018], che se da un lato i social media hanno cambiato il mondo, è anche vero che il mondo a sua volta li ha cambiati; pensano i social media come i contenuti che le persone postano, più che i contenitori, mettendo in luce la variabilità culturale in prospettiva comparativa, senza trascurare le specifiche opportunità e i vincoli che caratterizzano proprio i social media; propongono riflessioni sulle piattaforme stesse sulle quali gli utenti postano, che non sono strumenti neutri di comunicazione; testimoniano e discutono gli usi politici, relazionali, espressivi, intellettuali e strumentali dei social media, che costituiscono l’ambito entro cui socializziamo e pertanto non sono ascrivibili al “virtuale”, in quanto parte integrante della vita quotidiana in una prospettiva di socialità modulabile [Miller et al. 2018], tenendo anche conto che i social media intaccano i rapporti di potere tra i ricercatori e le persone coinvolte nelle loro attività di ricerca, osservazione e interlocuzione, nonché nella disseminazione dei risultati [Reich 2015].

La sezione si apre con il saggio di Domenico Copertino dal titolo Online/offline preservationists. The material engagement in Syrian cultural heritage between Facebook and offline life in cui l’autore descrive e discute le attività di un gruppo di conservazionisti siriani che si svolgono sia su Facebook che offline, mettendo in evidenza come la dimensione “virtuale” dei social media non comporti l’abbandono di quella “reale”, in carne ed ossa, del loro attivismo. Quest’ultimo infatti determina spesso una lotta contro i cambiamenti materiali delle strutture e i rischi che l’uso di alcuni materiali vietati come il cemento possa produrre nei siti del patrimonio. Le distruzioni provocate dalla guerra in corso si aggiungono alle cause che hanno portato l’Unesco a inserire la Medina di Damasco tra i patrimoni a rischio. Il dibattito sulla salvaguardia e la trasformazione del patrimonio mostra il ruolo influente della società civile in Siria e l’esistenza di un’interessante area di critica, ammessa dal regime, pur in un Paese mediorientale non democratico. L’autore affronta così, con originalità, la complessa questione della patrimonializzazione dei beni storici e culturali siriani, essendo riuscito a seguire, a distanza grazie al web, gli sviluppi della protezione del patrimonio in tempo di guerra. In particolare alcuni dei suoi interlocutori della ricerca, tutte persone che ha lungamente frequentato sul campo, discutono ampiamente del tema del patrimonio proprio su un social come Facebook. Copertino presenta quindi la questione del patrimonio in pericolo, anche per la guerra, riprendendo elementi della sua ricerca sul campo e introducendone altri che emergono dalla ricerca svolta da remoto, attraverso e sui social media.

Nel suo saggio intitolato I memi come parodia del discorso politico italiano durante la pandemia del Covid-19 (2020-2021), Franco Lai presenta la sua interessante interpretazione della produzione e della circolazione dei memi come parodia del discorso politico e mediatico italiano durante la pandemia. Secondo l’autore il termine meme e la circolazione virale di messaggi visivi e audiovisivi possono essere interpretati alla luce delle formulazioni di Richard Dawkins, Luigi Luca Cavalli Sforza e Dan Sperber. Si tratta di replicatori culturali dalla circolazione, per l’appunto virale, capaci di “installarsi” tra i significati culturali presenti nella società. In questo caso i memi hanno una loro grande capacità di diffusione attraverso le reti amicali, parentali, di lavoro, e così via, supportate dai social media, quali per esempio, tra gli altri, WhatsApp e Facebook. Tali memi possono essere elaborati da autori precisi, particolarmente dotati sul piano tecnico e creativo, successivamente caricati e fatti circolare con molta facilità attraverso i social media. Altre volte possono essere elaborati da una moltitudine di creativi con tecniche più “fai da te” e con una base regionale e locale, a giudicare dalle caratteristiche delle immagini e del linguaggio utilizzato. La linea interpretativa di Lai fa riferimento alla dimensione “sovversiva”, critica e oppositiva della parodia come elaborazione della cultura popolare di massa contemporanea dei messaggi politici, culturali, mediatici dominanti. Per l’autore, inoltre, seguendo la prospettiva di Daniel Miller, appare evidente che non solo l’uso sociale delle tecnologie cambia i social media, ma anche che i social media si inseriscono nelle reti sociali sostenendole, potenziandole e creandone di nuove, facendo inoltre delle reti sociali stesse un ambito di relazione caratterizzato dalla continua e istantanea interazione.

Segue nella sezione il saggio di Vito Laterza dal titolo Human-technology relations in an age of surveillance capitalism: towards an anthropological theory of the dialectic between analogue and digital humanity in cui l’autore si interroga su quale contributo possa oggi dare l’antropologia culturale al contemporaneo dibattito a proposito degli effetti negativi dei social media sulla gente. Partendo da una critica del lavoro antropologico che vede la soggettività e la cultura umana come ontologicamente non influenzate dall’uso dei social media, Laterza sostiene invece che l’impegno umano con queste tecnologie digitali produca significative trasformazioni ontologiche che meriterebbero maggiore attenzione in seno alla ricerca. L’autore, in particolare, sviluppa questa sua analisi dialogando proficuamente con l’ontologia del digitale di Tom Boellstorff, la teorizzazione della virtualità e dell’affordance di Bonnie Nardi e la formulazione del capitalismo di sorveglianza di Shoshana Zuboff. Nel suo saggio, inoltre, Laterza usa le illustrazioni empiriche dello scandalo dei dati di Cambridge Analytica per evidenziare le giunzioni teoriche chiave rispetto ai concetti usati. Il suo contributo principale si delinea come un originale abbozzo di una teoria antropologica della dialettica tra ciò che chiama umanità analogica e ciò che definisce invece come umanità digitale. Questi due concetti sono reciprocamente costituiti, ma ontologicamente distinti. Nell’attuale economia politica della digitalizzazione, le aziende tecnologiche stanno guidando un processo di crescente sostituzione dell’umanità e dei modi di vita analogici con quelli digitali, come parte della loro ricerca di previsioni accurate e di ingegneria sociale di tutti gli aspetti del comportamento umano. Mentre una posizione anti-tecnologia non è né praticabile né auspicabile, Laterza sottolinea che gli antropologi dovrebbero attentamente pensare a come l’umanità e le forme di vita analoghe possano essere preservate e coltivate in modo da poter evitare l’estinzione ontologica.

Nel suo saggio intitolato Social media e prospettivismo politico. Questioni di metodo, ipotesi, domande aperte Gaetano Mangiameli introduce alcune riflessioni preliminari su certi aspetti delle interazioni via Facebook rispetto a questioni politiche, nella loro accezione più ampia. Partendo dal presupposto secondo cui la testualità dei social media si compone di commenti a proposito di altri commenti, cioè si presenta come una spirale multiforme e infinita di reazioni a reazioni, in cui è facile perdere di vista gli obiettivi generali dell’azione politica a favore di un impegno focalizzato sul rapporto schismogenetico con gli antagonisti, l’articolo mette in luce che i dibattiti politici via social media sembrano avere come posta in palio non tanto la persuasione di qualcuno quanto il disvelamento ontologico dell’altro, che è a sua volta connesso a un processo di autoetichettamento. Gli strumenti a supporto della strategia di disvelamento illustrati nel saggio di Mangiameli sono l’ostensione, la caricatura, l’esca e la restrizione dei contatti. Questi strumenti, che sono tesi a indicare una linea di comportamento e di comunicazione, rimarcano i valori morali di riferimento e fungono da monito per gli utenti in contatto, nascono e vengono utilizzati però, come si mostra nel saggio, in un contesto di mondi plurali, di cui i profili Facebook sono creatori e portatori. A questo proposito, peraltro, l’autore sottolinea come la molteplicità di mondi inscritta e veicolata dai profili Facebook venga ridotta e letta attraverso la logica binaria della polarizzazione. Mangiameli si propone così di contribuire con alcuni spunti all’elaborazione di un’agenda di ricerca su questo argomento, suggerendo infine che la letteratura scientifica su prospettivismo e ontologia potrebbe essere rilevante per l’antropologia dei social media.

Nel saggio dal titolo «Mi fai fare un giro con la webcam?». Storie di malattia da un’etnografia digitale in Marocco Eugenio Zito, partendo dalla sua esperienza di ricerca in antropologia medica sul tema della malattia cronica in questo Paese del Nord Africa, discute e tematizza, anche alla luce del contemporaneo dibattito sull’antropologia della rete di cui riporta un ampio spaccato, la sua prosecuzione e il suo riadattamento per via digitale, a seguito delle limitazioni imposte agli spostamenti dal Covid-19 nel 2020 e nel 2021. Vengono così mostrate difficoltà e potenzialità di un’etnografia “ibrida” sui temi della salute in un contesto come quello marocchino, ai tempi del digitale e nel corso di un’inedita e così pervasiva pandemia come quella in corso. Le storie di malattia raccolte da remoto con gli interlocutori conosciuti però sul campo in Marocco nelle fasi precedenti della ricerca, prima della pandemia, permettono all’autore di mostrare alcuni interessanti aspetti della recente intensa accelerazione digitale connessa alla nostra vita sociale. Inoltre, queste storie gli consentono da un lato di analizzare criticamente una serie di aspetti metodologici collegati alle opportunità fornite da un’etnografia digitale e ibrida e dall’altro di continuare, nonostante la distanza fisica e geografica, il suo lavoro di ricerca precedentemente avviato in presenza e per il quale ha ottenuto nel 2020 e nel 2021 il riconoscimento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale come “Missione Etnologica Italiana in Marocco”, pur con alcuni necessari adattamenti e aggiornamenti nel metodo. Ne esce fuori un quadro di potenziali rinnovate possibilità ed opportunità per la pratica etnografica nell’era digitale contemporanea, anche per la specifica riflessione e la ricerca su tematiche complesse come quelle legate alla salute, alla malattia, alla cronicità e alle relative pratiche di cura in contesti quali quello marocchino.

In conclusione, combinando descrizioni etnografiche e riflessioni di ordine più generale, con un focus non limitato all’Italia e all’Europa, ma esteso anche ad altri contesti come il Marocco e la Siria, questa sezione monografica su antropologia culturale, social media e rete offre alcuni contributi di antropologi italiani a un campo di ricerca che sta attraendo una sempre maggiore attenzione e certamente sarà via via più centrale nel dibattito internazionale nelle scienze umane e sociali del prossimo futuro.

Riferimenti bibliografici

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