Rapporti. Fare università, convivere con il virus

Rapporti. Fare università, convivere con il virus

Daniele Parbuono

University of Perugia; Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, Umane e della formazione

Abstract. This article represents an attempt to take stock of my specific experiences about one year of university activities during the complex period of the Covid-19 pandemic. Starting from a reflection on the first anthropological debates – that still emerged in the midst of the lockdowns – I try to re-read my contributions in the management and the political-academic coordination of the emergency phase at the University of Perugia (previous to summer 2021). On the other hand, I describe the path of self-ethnography and shared writing undertaken with the students of the Cultural Anthropology teaching (after summer 2021).

Keywords: Anthropology, Covid-19 pandemic, academic policy, teaching, auto-ethnography (serendipity).

I rapporti come nuvole si separano e riuniscono

di continuo si trasformano quelli eterni o di un attimo

La madre chiede un tempo l’amico chiede un tempo

per rimanere sui tuoi passi

l’amore chiede un tempo come la rabbia chiede un tempo

per nascere ed esprimersi

I rapporti si scelgono e subiscono si costruiscono e distruggono

Vari versatili e variabili non sottometterli a una norma

[Niccolò Fabi, Rapporti]

Da un anno a questa parte, giorno dopo giorno, i nostri immaginari sono stati riconfigurati sotto le spinte massicce delle narrazioni “bioallarmanti” attivate dai media di ogni ordine, dai giornali, dalle trasmissioni televisive e dagli spazi social [1]. Le forme del nostro parlare, del nostro ascoltare, del nostro agire, del nostro guardare le persone e i contesti sono state profondamente segnate dalla pandemia da Covid-19. Difficile pensare oggi un viaggio di piacere, una cena tra amici, una serata pizza-birra-cinema, una comune riunione negli spazi fisici del lavoro; difficile immaginare il momento in cui qualcuno o qualche istituzione potrà prendere parola e, oltre ogni ragionevole dubbio, dichiarare pubblicamente che questa pagina della storia umana, la pagina del virus globalmente diffuso e discusso al tempo di internet, è ufficialmente chiusa.

Per chi si occupa di antropologia, a maggior ragione, neppure la soluzione biomedica del problema potrà corrispondere a una conclusione di carattere socioculturale. Molte sono e saranno le questioni da verificare, le dimensioni da osservare; avremo bisogno di etnografie degli spazi ridisegnati dai diversi ritmi antropici, di etnografie delle politiche pubbliche, dei privati e delle intimità, di etnografie dei corpi socializzati, delle reti, dei discorsi, dei conflitti, dei progetti comuni. Avremo senza dubbio bisogno di un’antropologia che riflette ancor più forte sui “se stessi” e sugli “altri”, sulle metodologie di incontro e di “scontro”, sulle pratiche dell’agire e dello stare insieme: sui “rapporti”, appunto.

Nei primi giorni del gennaio 2020 stavo programmando un viaggio per alcune lezioni tra Chongqing e Chengdu e per un paio di settimane di ricerca sull’ecomuseo di Tang’an, tra i Dong che vivono nella provincia cinese del Guizhou. Nonostante già da dicembre i telegiornali, in un climax di preoccupazione diffusa, stessero parlando di pangolini, pipistrelli, città remote e non meglio precisati malesseri respiratori, nonostante il governo cinese nei primi giorni di gennaio, dopo aver individuato un’emergenza con diversi casi di polmonite nella città di Wuhan avesse riconosciuto un nuovo virus definito 2019-nCoV (famiglia dei coronavirus), nonostante il 23 gennaio in uno scenario inedito da film apocalittico la stessa Wuhan entrasse in lockdown, ho continuato a organizzare il mio viaggio fino al 30 gennaio, giorno in cui il governo italiano ha sospeso tutti i voli dalla Cina e per la Cina.

Tra il 30 gennaio e il 23 febbraio in Italia abbiamo seguito l’evolversi della situazione cinese, con attenzione e, almeno nel mio caso, con una sorta di impotente ottimismo, rispetto alla diffusione internazionale del “problema”. Poi a partire dal 23 febbraio, il numero dei casi riscontrati in Italia ha iniziato a moltiplicarsi su se stesso. Solo a quel punto abbiamo dovuto necessariamente agire sapendo che la ricerca di soluzioni per il controllo del virus non avrebbe più interessato solo qualche città cinese dal nome difficilmente pronunciabile, in cui persone “diverse da noi” si nutrono di pipistrelli e altre stranezze alimentari.

Si è aperta così una fase convulsa di riunioni a tutti i livelli e a tutte le ore, di familiarizzazioni con il complesso linguaggio normativo delle politiche emergenziali, di indecisioni, titubanze, incomprensioni, difficoltà a focalizzare, ma anche di confusione istituzionale. Mentre provavamo a riempire di senso le informazioni frammentarie che giungevano da esperti virologi, politici, amministratori, giornalisti, opinionisti e colleghi competenti (specialmente nel caso di chi come me lavora in una università), l’Italia, con il DPCM del 4 marzo 2020, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, si stava avviando verso uno stato di semi-chiusura dei servizi e della socialità fisica che, tra tentativi di parziale (o areale) allentamento e ripetute strette, ancora oggi (marzo 2021) si protrae. È iniziato allora il tempo della socialità a distanza, virtualizzata, dei corpi costretti nella ridefinizione di differenti e più densi paesaggi domestici [Grilli, Meloni 2020], ma anche delle vicendevoli rassicurazioni partecipate nei canti dai balconi, nelle micro-performance familiari e vicinali dei terrazzi, dei giardini e delle strade di paese [Bassetti 2020]. Ricordo con commozione i video delle canzoni cantate collettivamente che ogni sera al tramonto, per un paio di settimane del mese di marzo, amici e familiari hanno pubblicato nella chat di vicinato del mio paese natale. Ricordo anche una curiosa battuta circolata nella stessa chat che, giocando sulla drammaticità dell’inedita e forzata convivenza, recitava più o meno, quanto segue: “oggi sono rimasto a casa con la mia famiglia… sembrano davvero brave persone”.

I provvedimenti assunti dal governo italiano, numerosi e a tratti scarsamente comprensibili ai più, hanno suscitato, non solo in ambito politico-amministrativo, un acceso confronto tra chi ne riteneva pericolosa la natura verticistica e chi invece ne riconosceva l’efficacia conseguentemente a una improcrastinabile “ragione d’urgenza”. In ambito antropologico numerosi studiosi hanno aperto rubriche, blog e spazi di confronto virtuale, utili a riflettere sulle complessità dell’emergenza e sui possibili scenari futuri. Anche intorno ad alcuni brevi scritti del filosofo Giorgio Agamben, pubblicati a cavallo tra l’avvio della crescita esponenziale della cosiddetta “curva dei contagi” e l’avvio del primo lockdown, si è animata una pagina internet di “FareAntropologia”, in cui Fabio Dei[2], già dai primi giorni della pandemia, ha provato a raccogliere pensieri e opinioni di molti colleghi. Secondo Agamben:

[26 febbraio 2020] Due fattori possono concorrere a spiegare un comportamento così sproporzionato. Innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo. […] La sproporzione di fronte a quella che secondo il CNR è una normale influenza, non molto dissimile da quelle ogni anno ricorrenti, salta agli occhi. Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite [Agamben 2020a].

E ancora:

[11 marzo 2020] È possibile, data l’inconsistenza etica dei nostri governanti, che queste disposizioni siano dettate in chi le ha prese dalla stessa paura che esse intendono provocare, ma è difficile non pensare che la situazione che esse creano è esattamente quella che chi ci governa ha più volte cercato di realizzare: che si chiudano una buona volta le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani [Agamben 2020b][3].

Le posizioni di Agamben, evidenziando dal suo punto di vista un utilizzo strumentale del potere statale attraverso la determinazione di un permanente stato di eccezione, hanno stimolato il pensiero critico antropologico a praticare una lettura profonda di ciò che la comunicazione di massa in quel momento stava presentando quale esclusivo dato epidemiologico[4]. «Agamben ci dà più di uno strumento per non essere vittime del silenzio», scrive Giovanni Pizza [2020]. «Nel rafforzamento dei poteri statali c’è più violenza strutturale o più perseguimento del bene comune […]?» si chiede, più scettico, Fabio Dei [2020].

Non è semplice dare risposte univoche a domande così aperte, ma partendo dalle mie esperienze personali, anche nella diretta (pur se parziale) gestione istituzionale dell’emergenza pandemica all’interno di una università[5], quindi partendo dai quotidiani e difficili tentativi di far quadrare dato quantitativo (aumento del numero dei malati e dei positivi asintomatici), normative governative, regolamentazioni locali e aspettative delle persone, ho fin da subito assunto posizioni di mediazione rispetto alla possibile polarizzazione del dibattito. In linea con quanto scritto da Berardino Palumbo «Comprendo e solo in parte condivido i timori espressi da Agamben […] e altri, che vedono in questo il rischio di una fantasmizzazione del sociale ad uso di progetti di estensione permanente di stati di eccezione. Resto più cauto, però, perché i processi sociali, visti da vicino, sono sempre meno lineari di quanto non appaiano a sguardi teoretici» [Palumbo 2020].

Con il medesimo spirito, nel prolungarsi di quello che Adriano Favole – citando Francesco Remotti[6] e riportandomi alla memoria i “margini” rischiosi nei riti di passaggio teorizzati da Arnold Van Gennep [1909] – definisce stato di “sospensione” ed evitando il «delirio dell’opinionismo ai tempi del coronavirus» di cui scrive Mara Benadusi nella sua pagina Facebook il 17 marzo 2020, ho cercato nuove strade per far dialogare i miei stati d’animo, la mia esigenza di capire, la necessità di proseguire con una didattica universitaria non decontestualizzata e le difficoltà di sperimentare forme di ricerca etnografica in campi reali, pur se virtuali.

In effetti fin dal mese di marzo 2020 la mia università, con una non trascurabile rapidità di reazione ha trasferito tutte le attività didattiche dalla condizione della cosiddetta “presenza” al web, prevedendo per ogni singolo insegnamento uno specifico spazio virtuale poi ampliato anche a sedute d’esame e di laurea. Al contempo governance di Ateneo e direttori di dipartimento si sono attivati nella stesura di appositi regolamenti per gestire l’inedita situazione, cercando quotidianamente opportune soluzioni logistiche, attraverso il lavoro del TACI (Tavolo di Ateneo di coordinamento interno delle attività necessarie per la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19). Nello stesso periodo alcuni colleghi medici sono entrati a far parte del Tavolo tecnico-scientifico istituito dalla Regione Umbria per la gestione dell’emergenza sanitaria, così come nell’ambito delle attività di Terza missione è stato attivato il GOS (Gruppo Operativo di Supporto) che ha lavorato alla creazione di reagenti da utilizzare nell’analisi dei tamponi realizzati in ambito ospedaliero per l’individuazione di persone positive al contagio.

Nel mese di aprile 2020 la comunità accademica perugina si è inoltre misurata con la definizione di una metodologia di confronto interdipartimentale e interdisciplinare inedita, quella del cosiddetto brainstorming di Ateneo, istituendo un gruppo di lavoro costituito da un rappresentante per ciascun dipartimento – oltreché dal Rettore – e da me coordinato. Questo appuntamento intitolato “Unipg pensa il post-covid. Primo brainstorming di Ateneo”[7], finalizzato a riflettere in modo aperto sulla pandemia, ma anche su possibili progetti per il “dopo”, si è tenuto 4 e il 5 maggio 2020 con una numerosa adesione di colleghi che hanno risposto a una Call for speech di cui riporto i passaggi più salienti:

L’emergenza derivante dalla pandemia Covid-19 ci ha costretti a vivere esperienze che solo qualche settimana fa sarebbero state inimmaginabili. Le università italiane hanno reagito a questa sfida con determinazione e con solerzia. Il nostro Ateneo […] ha attivato il gruppo “Unipg post-Covid”, per promuovere un’ampia riflessione sul “dopo”. L’intento è quello di individuare soluzioni, proposte operative, ripensamenti degli stili di vita e di lavoro, ricollocazioni delle professionalità, ridefinizioni degli spazi, dei luoghi, delle forme di esistenza e di convivenza, del concetto di salute. Le persone e le istituzioni avranno bisogno di praticare una gestione calibrata e progressiva delle forme economiche e della socialità, delle attività e delle sensibilità umane, in relazione con caratteristiche ambientali profondamente mutate. Siamo convinti che la nostra Università possa fornire un contributo decisivo alla definizione di questi processi attraverso un lavoro interdisciplinare che coinvolga le migliori competenze.

La giornata di brainstorming ha poi portato all’organizzazione del convegno “Unipg pensa il post-covid. 30 idee per l’Umbria”[8] tenutosi tra il 25 e il 28 maggio 2020 e alla pubblicazione dell’omonimo volume nel 2021 [Parbuono 2021]. Nel frattempo un importante confronto scientifico promosso dal Dipartimento di Scienze politiche, già durante l’estate, è confluito in un poderoso volume pubblicato in tre tomi [Medici, Randazzo 2020].

Per quanto mi riguarda oltre a partecipare, relativamente alle mie competenze di mandato, alla gestione della fase emergenziale, oltre ad aver coordinato il confronto scientifico interdisciplinare che ha coinvolto più di duecento colleghi dell’Università degli Studi di Perugia, dopo l’estate, quando iniziavo a digerire con maggiore riflessività l’esperienza della pandemia, ho sentito la necessità di avviare un percorso di condivisione delle visioni, delle intimità, delle preoccupazioni, delle considerazioni e dei punti di vista sul tema Covid con le mie studentesse e con i mie studenti del corso di Scienze della formazione primaria. Già dalle prime ore di lezione “a distanza” – ho avuto modo di incontrare fisicamente solo cinque o sei (su centocinquanta) di loro durante alcune sporadiche turnazioni della didattica “mista” – ho percepito la necessità che tutti sentivamo di parlare delle nostre nuove e stranianti modalità di rapportarci con la situazione contingente. Da qui è nata l’idea di costruire un laboratorio informale, non riconosciuto e non palesato istituzionalmente, né dal Corso di laurea, né dal Dipartimento, che abbiamo voluto definire “focus group”, ad adesione volontaria e dichiaratamente extracurriculare; per intenderci, senza necessità di presenza, senza impegni e senza alcuna forma di valutazione. Numerose sono le etnografie dei contesti educativi praticate in Italia negli ultimi anni con particolare riferimento a esperienze di ricerca-azione e laboratoriali [Falteri, Giacalone 2011; Bonetti 2019]. La particolarità di questa è rappresentata dal fatto che si è lavorato con studenti adulti, universitari, nella peculiare condizione dovuta alla quasi totale impossibilità degli spostamenti, quindi necessariamente vincolati all’utilizzo del web. Con una ventina di loro, infatti, ci siamo riuniti una decina di volte nella stanza virtuale dell’insegnamento (Antropologia culturale), tra dicembre 2020 e febbraio 2021, normalmente a fine giornata, dalle diciotto in poi, con l’obiettivo di confrontarci su una serie di tematiche individuate come traccia di lavoro durante il primo incontro avvenuto il 10 dicembre 2020:

- Qual è stato l’impatto, per chi non ha mai frequentato l’università prima d’ora, nel ritrovarsi online proprio all’inizio del percorso? Il passaggio fra la scuola superiore e l’università, importante anche a livello fisico, è segnato dall’ingresso in una struttura più grande. La mancanza di questo passaggio cosa comporta e cosa comporterà?

- Come ci sentiamo? Cosa stiamo provando in questo anno? L’online aiuta a sentirsi meno soli?

- Quali differenze si riscontrano fra la didattica in presenza e la didattica a distanza (dad)?

- È efficace la dad? Come cambia l’attenzione? Pro e contro.

- Come cambiano i rapporti fra compagni di corso?

- Come cambia la percezione del ruolo del professore e dello studente con il distanziamento? È più facile parlare dietro a uno schermo o in presenza? Come cambia il rapporto con l’ansia da prestazione?

- Come è cambiato l’approccio allo studio da casa? Cosa c’è oltre alle lezioni?

- Questa didattica è accessibile? È più o meno inclusiva (anche in riferimento a studenti fuorisede, studenti lavoratori, studenti genitori)?

- Stare in casa tutto questo tempo cosa produce nella nostra quotidianità? Nel nostro rapporto con i conviventi?

- Qual è il nostro approccio con l’Antropologia “a distanza”? La lettura antropologica ha contribuito a decifrare l’attualità?

Lo strumento telematico imposto dalla contingenza è risultato efficace sul piano pratico perché ci ha permesso un contatto costante utile a sviluppare e a migliorare le proposte tematiche prima e le riflessioni sui temi poi. Nel susseguirsi degli incontri è però emersa una crescente insofferenza rispetto ai limiti del distanziamento, solo parzialmente colmati della vicinanza digitale delle videoconferenze: «[d]’altronde, è proprio dai cosiddetti “nativi digitali” e dalle loro consapevolezze che ci può venire una speranza di una socialità più soddisfacente ed equilibrata. […] sono proprio loro che manifestano forme di saturazione e di insoddisfazione crescenti nei confronti della relazione di rete, e rivendicano l’insostituibilità del rapporto diretto […]», osserva Roberta Bonetti [2019,14-15] già immediatamente prima della pandemia.

Anche a partire da questo non troppo velato disagio, fin dalle prime riunioni, abbiamo iniziato a maturare l’idea che parte delle considerazioni emerse dal confronto potessero essere palesate e allo stesso tempo fissate all’interno di un saggio, con l’intento di contribuire “a caldo”, ancora costretti nel parziale isolamento, a mettere insieme esperienze, dati, considerazioni, punti di vista, che potranno poi essere tesaurizzati in futuri e più approfonditi percorsi di ricerca. Una sorta di auto-etnografia del lockdown trasformata in esperienza di condivisione del campo virtuale, di confronto aperto sullo stato dei fatti, ma anche sulle sensazioni intime, sui desideri, sulle paure, sui nuovi modi di costruire rapporti. Di comune accordo abbiamo deciso di non forzare la mano tentando avventurose interpretazioni socio-culturali rispetto alle questioni emerse; nessuno di noi sente di poter guardare con il necessario distacco alle circostanze in cui siamo inevitabilmente ancora coinvolti. Abbiamo ritenuto però utile tentare una forma di scrittura condivisa da cui potessero emergere punti di vista e diversità di approccio, in particolar modo a partire dall’urgenza della didattica universitaria (in presenza o a distanza).

Da un punto di vista metodologico, durante il primo incontro abbiamo deciso di registrare i nostri dibattiti e di consegnare a due studentesse (Margherita Esposito e Paola Rubino) il compito di verbalizzare schematicamente gli interventi di riflessione sulle tematiche che ci eravamo assegnati e che di giorno in giorno affrontavamo. Alla fine del percorso di riflessione ho chiesto al gruppo di poter utilizzare verbali ed eventualmente registrazioni, per riflettere sui contenuti e tentare una prima riorganizzazione dei materiali da verificare collettivamente nel successivo appuntamento del focus group. In quella occasione, nel marzo 2021, ho proposto di raccontare la nostra esperienza presentando in questo articolo le trascrizioni degli interventi riviste, corrette e organizzate secondo otto ambiti tematici da me individuati. All’interno di ogni ambito, gli interventi dei singoli partecipanti (riportati in ordine alfabetico) contengono pezzi di trascrizione tratti da dibattiti tenutisi anche in giornate differenti. Proprio per questa ragione la mia ricomposizione delle trascrizioni è stata verificata dai singoli partecipanti e discussa collettivamente in una riunione del focus group specificamente convocata. Le testimonianze che seguiranno sono quindi esito di una scrittura soggettiva – dalla verbalizzazione alla “riscrittura” del sottoscritto – poi rivista e condivisa da tutti coloro i quali (e li ringrazio) hanno preso parola e hanno deciso, palesando al gruppo la propria volontà, di essere presenti in questo saggio: Alessandra Arcelli, Sara Berzilli, Elisabetta Di Lernia, Margherita Esposito, Laura Gherghi, Vittoria Guarducci, Amanda Lorenzini, Francesca Manfredi, Chiara Marchetta, Samuele Mariani, Erika Metopio, Arianna Pannaccio, Giovanni Peraio, Valentina Persichetti Sistoni o Pepparoni, Stella Rossi, Paola Rubino, Arianna Sisti, Michela Ventotto, Renata Vitali.

Primo ambito tematico. Rapporti

Alessandra Arcelli: io non avevo mai avuto così tanti amici all’università; quando mi sono laureata vent’anni fa avevo scelto tre quattro compagne e stavo sempre con loro; probabilmente perché abitavamo vicine. Mai mi sarei sognata di poter stare oggi con così tante persone. Se fossi andata fisicamente all’università avrei avuto tempo di fermarmi alla macchinetta del caffè e fare amicizia? Forse sì, ma non così tanto e in maniera così indistinta. Solitamente, già prima di iniziare a parlare con qualcuno, io mi faccio un’idea guardandolo. Probabilmente a molte persone, in presenza, non avrei dato confidenza e questa mia modalità mi avrebbe privato del non verbale. Anche durante i laboratori avrei scelto persone più vicine alla mia età, invece così è stato tutto molto casuale. La modalità a distanza mi elimina tutta la parte dei pregiudizi.

Sara Berzilli: con la didattica a distanza puoi avere un rapporto più personale, diretto, puoi confrontarti, ma molto dipende dal tipo di insegnamento. Molto dipende anche dalla grandezza della classe; se è piccola risulta più facile creare relazioni. Almeno in ambito universitario l’interazione online è accettabile, anche perché in questo momento è l’unica strada percorribile, l’unico canale di comunicazione è quello telematico. Certo mi sento più sola, manca quello stacco che permette di conoscersi oltre le lezioni; l’università sembra essere il nostro unico argomento in comune.

Elisabetta Di Lernia: avere iniziato l’università in dad mi ha resa più spaesata, non ho avuto nessun riferimento. In presenza l’incontro fisico avrebbe favorito dialoghi nei corridoi con i colleghi per esempio; questo mi avrebbe aiutata.

Margherita Esposito: secondo me siamo più soli, si sta creando un nuovo tipo di socialità, ma non è la stessa di prima. Le conversazioni si troncano con la fine della connessione; si abbandona la conversazione e stop , non c’è più lo stacco tra didattica e non didattica, il parlare per conoscersi e creare relazioni.

Laura Gherghi: mancano tutti quei rapporti che ti fanno vivere a pieno l’università. Mi dispiace per i neo-diplomati che devono iniziare con un’esperienza non piena. Si perde una parte di relazione, a me sembra di vivere l’università non completamente.

Vittoria Guarducci: venendo da una precedente esperienza di laurea triennale, mi ero abituata a condividere il percorso con quattro o cinque compagni; ho trascorso tutti e tre gli anni con lo stesso piccolo gruppo di persone. In questa situazione, invece, c’è stata una maggiore naturalezza nel creare rapporti, nel dire siamo tutti nella stessa situazione, viaggiamo insieme. Sono riuscita a entrare in confidenza molto prima rispetto a relazioni che si sarebbe instaurate in presenza. Prima della pandemia, ogni volta che dovevo scrivere a qualcuno temevo di disturbare, invece adesso sono già riuscita a creare rapporti più aperti in cui ci scriviamo tranquillamente a tutte le ore del giorno, per esempio tramite WhatsApp.

Amanda Lorenzini: io non sono riuscita a creare buoni rapporti interpersonali; c’è un incontro solo strumentale, la relazione si basa sull’aiuto, sulle cose da fare.

Erika Metopio: ho interagito di più rispetto a quello che avrei fatto in presenza, siamo meno soli. Se noi ora instauriamo relazioni sui social , poi possono convertirsi in relazioni fisiche. Si sono creati rapporti generali con tutti, ma anche rapporti più stretti con i pochi.

Valentina Persichetti Sistoni o Pepparoni: io ho vissuto un anno “distante” per seguire un agriturismo e non ho mai fatto una singola videochiamata, mentre ora uso molto questo mezzo e sono riuscita a creare più legami. Nella prima quarantena non ho sentito la mancanza fisica, mentre da ottobre mi è arrivata tutta insieme la sensazione di questa assenza. Ora mi sento molto più a rischio (lavoro nella ristorazione) di prendere il Covid, sono aumentati anche i miei livelli di ansia. Credo che l’utilizzo del video mi abbia aiutato a stringere rapporti a distanza. In riferimento alla mia esperienza, non so se valga anche per le persone timide, io sono nello spettro autistico e so che in presenza avrei avuto molte più difficoltà ad inserirmi in una discussione. Inoltre, i diversi canali dell’ online danno la possibilità di avere una discussione asincrona: io molte volte vorrei intervenire, ma in quel momento non ho le energie per farlo e ciò mi frusta. Invece con WhatsApp, per fare un esempio, puoi riprendere il discorso successivamente citando il messaggio. In questo modo ho potuto avvicinarmi a chi trovavo più affine e stringerci amicizia. Ovviamente viene a mancare qualcosa, come il semplice prendersi un caffè insieme e scambiarsi quelle informazioni che solo in presenza possono essere veicolate. In generale, però, partire con un rapporto online per me è stato decisivo.

Stella Rossi: per me questa è la prima esperienza universitaria, non so come sarebbero andate le cose in una situazione “normale”. Non avrei mai pensato di legare così tanto con così tante persone. Non ho creato le amicizie di una vita, ma sono nate relazioni, rapporti, confronti molto interessanti e anche divertenti.

Paola Rubino: anche se non ho visto fisicamente molte persone, c’è un costante essere in contatto, quasi 24 ore su 24, sono migliorati i mezzi di comunicazione, le videochiamate sono diventate normali (prima c’erano ma non si usavano, non ci si pensava). Credevo sarebbe stato difficile fare gruppo; invece di creare gruppetti e poi gruppo, si è creato prima il gruppo grande, che è un punto di riferimento importante per parlare, per confrontarsi, per commentare. Poi si sono creati sottogruppi e si è iniziato a capire i livelli di affinità. Per esempio tutti fanno domande nella chat collettiva (gruppo grande) e rispondendo a un messaggio si danno informazioni a centocinquanta persone. Si sono creati ruoli, si sa a chi riferirsi per domande, dubbi, ecc.. Secondo me anche in presenza le relazioni partono dalle cose che le persone hanno in comune, nel nostro caso l’università. Bisogna poi trovare la forza di andare oltre e costruire una relazione più ampia. Il semplice spostarsi da un’aula all’altra, la pausa caffè, la pausa sigaretta, normalmente avrebbero creato rapporto. Lo studio collettivo permetteva di andare oltre quello che si poteva fare da soli. Per studiare insieme ora si deve trovare un momento libero in comune, non c’è la spontaneità nel condividere idee su ciò che si sta studiando. Certo il rapporto web ha reso tutto più immediato, ha unito molte più persone e ciò è positivo. Però ne do un giudizio positivo sapendo che si tratta di una situazione temporanea, se fosse permanente probabilmente io stessa sarei più distaccata, avrei meno voglia di impegnarmi per conoscere qualcuno virtualmente. Invece sappiamo già che passeremo cinque anni insieme, che prima o poi ci incontreremo e condivideremo gli stessi spazi, quindi c’è una voglia di avviare queste conoscenze in vista dell’incontro di persona. Non sapendo quanto questa situazione durerà, credo ci stiamo tutti esponendo di più, tutti vogliamo conoscere i nostri colleghi al meglio, in modo da saperci già orientare su quali conoscenze approfondire o meno in presenza.

Arianna Sisti: riconosco il grande aiuto dei mezzi tecnologici, anche se dall’altro punto di vista ci siamo “raffreddati”, viviamo la realtà virtuale come se sostituisse la realtà fisica. Il web ci ha aiutati, ma il prezzo che stiamo pagando è l’estremo distacco dalla realtà materiale: videochiamata versus caffè. Siamo più soli.

Secondo ambito tematico. Il corpo socializzato

Alessandra Arcelli: l’obiettivo non può prescindere dal contesto. A me manca la socializzazione non per trovare chissà quali amici, ma perché siamo proprio esseri sociali che occupano uno spazio fisico.

Margherita Esposito: ho paura di incontrare i miei compagni di corso per strada e di non riconoscerli. Mancando la presenza fisica i corpi non si riconoscono. Quando ci incontreremo davvero cambierà la percezione che abbiamo degli altri.

Vittoria Guarducci: confrontando il primo periodo della mia laurea triennale (in presenza) e questo nuovo inizio (in dad), posso dire che nel primo caso mi sono ambientata molto più facilmente, nelle pause, nei dialoghi fra i corridoi, nei contatti anche fisici.

Francesca Manfredi: rispetto a esperienze pregresse in presenza mi sono trovata in difficoltà dal punto di vista sociale. Sto facendo realmente l’università? Mi manca il contatto. Un confronto con colleghi e con i professori in presenza sarebbe molto diverso!

Chiara Marchetta: in questo momento quello che viene fuori è l’aspetto intellettuale dei singoli. Il confronto sui temi è in primo piano rispetto alla simpatia, all’affinità “a pelle”; il corpo non influisce nelle relazioni online . Per questo siamo paradossalmente più vicini. In presenza il corpo è inevitabile, a distanza manca la reazione dell’altro agli stimoli proposti. Il punto è creare un equilibrio tra fiducia e paura dell’altro.

Daniele Parbuono: la socialità manca anche a me, gli spazi parlano, le aule parlano. Stare all’università non significa farsi mille amici, ma piuttosto condividere anche fisicamente un percorso. Manca l’incontro, manca il dialogo dei corpi. Mancano gli sguardi che ti permettono di cogliere il livello di attenzione, le insofferenze, le approvazioni. Il corpo parla, in telematica non si attivano dei segnali che in presenza sarebbero inequivocabili.

Terzo ambito tematico. Famiglia

Alessandra Arcelli: a me manca la solitudine, vorrei un po’ di tempo da sola. Con la mia famiglia, che è molto numerosa, mi diverto molto, ma vorrei un po’ di silenzio ogni tanto, soprattutto la sera.

Sara Berzilli: io ho i miei nipotini qui e a volte è disturbante, vorrei i miei spazi ma non ci sono.

Margherita Esposito: anche se siamo in cinque in famiglia, comunque mi sento spesso sola, perché i miei fratelli sono grandi e indipendenti, hanno le loro attività.

Laura Gherghi: io ho i genitori separati, quindi sono stata un po’ da un genitore e un po’ dall’altro. Quando ho voluto autonomia mi è bastato cambiare casa. All’inizio mi ha fatto anche piacere avere una “pausa dal mondo”, ma poi ho avuto dei momenti più negativi in cui avrei tanto desiderato uscire.

Francesca Manfredi: nelle videochiamate di famiglia riesci a sentirti vicino ai parenti che magari vivono lontani. Dal punto di vista fisico ti allontani, ma dal punto di vista virtuale ti avvicini. Noi a causa del Covid ci siamo ritrovati a vivere in sei (io, i miei genitori, mia sorella e i nostri fidanzati); ci siamo fatti forza.

Daniele Parbuono: ora sento i miei genitori tutti i giorni in videochiamata, quando ho passato una vita intera telefonando, se andava bene, una volta a settimana. Chiamarsi è diventata una pratica usuale, ma mi chiedo perché lo sto facendo? È cambiato il mio modo di concepire i legami familiari? È cambiato il contesto? La percezione del rischio di perderci?

Giovanni Peraio: l’anno scorso mi sono trovato con due genitori maestri, tre sorelle in dad e io che mi ero preso un anno sabbatico. Mi sono sentito isolato dalla mia stessa famiglia; ero l’unico che non aveva l’obbligo di stare connesso tutto il giorno con il computer .

Valentina Persichetti Sistoni o Pepparoni: io sono sola con mio padre; venivo da un anno di isolamento per lavoro e sono stata molto contenta di poter riagganciare i rapporti con lui. Ho avuto la possibilità di parlarci molto e di approfondire il nostro legame. Ho sempre pensato di essere una persona solitaria, ma ora mi sono resa conto di avere molto più bisogno di persone di quello che credevo. Adesso anche la mia migliore amica sta a casa con noi; ho rivalutato molto l’idea del nido familiare.

Stella Rossi: appena iniziato il Covid sono “scappata” da casa per andare a convivere con il mio compagno. Ho sempre cercato l’indipendenza e così l’ho trovata. Sono stata contenta perché ora quando torno a casa mezz’ora mi rendo conto che mi basta questo per essere serena. Ora questa situazione inizia a pesarmi per via della routine ; è davvero stancante stare tutto il giorno seduta. Io sono anche una cantante e questo lockdown mi ha fatto perdere due anni di lavoro in pratica.

Paola Rubino: sto bene da sola, ma sono contenta di tornare dai miei ora. Ho vissuto il primo lockdown con i miei genitori e mio fratello e siamo stati benissimo; io che ero molto solitaria, cercavo di stare fuori in tutti i modi, sono stata contenta di vivere questa situazione con loro. Forse ci rendiamo conto che siamo in una fase di precarietà, oggi possiamo parlarci, domani magari i miei genitori si ammalano e non posso sentirli più. In generale, comunque, penso dipenda dalle persone che hai intorno, se sono “piccole” dopo un po’ ti serve aria, se sono tutti autonomi alla fine puoi conservare i tuoi spazi.

Renata Vitali: per me il lockdown all’inizio è stato una manna dal cielo perché facevo un lavoro che odiavo e stare in smart working mi ha aiutata molto. Ho dovuto rimandare il matrimonio; mio marito era molto frustato perché lavorando in un centro per disabili in quel periodo è stato proprio fermo, ma alla fine siamo riusciti a sposarci.

Quarto ambito tematico. Il tempo

Alessandra Arcelli: senza la possibilità di fare dad non avrei potuto intraprendere un percorso universitario seguendo le lezioni in presenza. Devo stare dietro a quattro figli, non avrei avuto il tempo di frequentare. La dad è una grande risorsa!

Margherita Esposito: si perde l’incontro casuale, se voglio sentirti ci dobbiamo accordare e ti devo chiamare a una precisa ora, non ti posso incontrare alla macchinetta del caffè per fare due chiacchiere. Si scoprono nuovi hobby , si ritrova tempo, è vero, ma si perdono i rapporti casuali. Aumenta la quantità del tempo online , ma non sempre aumenta la qualità perché ci si distrae facilmente. Io ho potuto trovare un metodo di studio e sto cercando di sfruttare questo tempo al massimo per poter poi essere libera quando finirà la pandemia.

Laura Gherghi: non è questione di quantità, ma di qualità del tempo.

Vittoria Guarducci: per me è un trauma, ho scritto una tesi in lockdown ed è stato pesante. Non avendo il tempo ben scansionato non riesco autonomamente a gestirlo; se sto otto ore sui libri, quelle effettive di studio sono non più di quattro.

Chiara Marchetta: bisognerebbe distinguere fra chi lavora e chi non lavora, chi ha una famiglia e chi non la ha. Nel mio caso se prima avevo quattro impegni in ballo ne potevo scegliere uno, ora magari riesco a fare di più, ho più tempo.

Erika Metopio: stando tutto il tempo a casa tendo a rimandare, a trovare scuse, mi gestisco peggio.

Amanda Lorenzini: io continuo a lavorare con i disabili a scuola la mattina, quindi in realtà per me il tempo non è mai abbastanza.

Daniele Parbuono: prima con il tempo lento diluivo delle cose in un giorno, ora in un’ora.

Paola Rubino: per me è scomparso il tempo libero, stando solo a casa e dovendo solo studiare, se non studio mi sento in colpa e comunque, in genere, non riesco a finire quello che metto in programma. Stando a casa tra l’altro studio da sola e non mi rendo bene conto del livello della mia preparazione; non ho feedback . Il problema è il livello di attenzione in relazione al tempo; i contenuti passano lo stesso, ma è una sfida maggiore.

Michela Ventotto: è difficile, in questo tempo indistinto non si creano ricordi.

Quinto ambito tematico. Disuguaglianze e opportunità

Alessandra Arcelli: la dad dà più opportunità per tutti, ma il desiderio di partecipare è inferiore.

Margherita Esposito: in questo momento abbiamo molti stimoli, molte possibilità, ma sta a ognuno di noi decidere cosa e quanto fare. Dobbiamo imparare, auto-educarci a selezionare quello che vogliamo, quello che ci serve.

Laura Gherghi: io, se ho lezione alle 9.00, fino alle 8.59 mi dedico totalmente ad altro. Prima, per svolgere qualsiasi attività di scuola o università avevo bisogno di prendevo un pullman e spostarmi, ma già l’andare, il muovermi, mi faceva entrare nell’ottica di quello che stavo per cominciare. Non dipende tanto dai livelli di attenzione, ma dal tipo di persona. Io, per esempio, dal vivo assimilo di più.

Chiara Marchetta: si tratta di coinvolgimento, di emozione, di energia; davanti a uno schermo siamo apatici.

Amanda Lorenzini: consideriamo anche che la dad ha portato all’acquisto di dispositivi tecnologici che hanno un costo e non tutti hanno potuto rispondere a questa esigenza nella stessa maniera.

Francesca Manfredi: direi che ci sono più opportunità anche se molto dipende dal punto di vista. Io ora quando seguo qualcosa se non la risento non la assimilo.

Daniele Parbuono: tutte le spese hanno un impatto, ma un affitto è di certo più costoso di un cellulare. Il punto mi pare un altro però: ci siamo (con tutte le difficoltà del caso), ma ci siamo davvero? Questa accessibilità è solo formale o sostanziale? Non basta essere connessi per sentirsi “presenti”, per questo è così centrale riflettere sulla nozione di accessibilità nel senso più ampio del termine.

Valentina Persichetti Sistoni o Pepparoni: la dad apparentemente è più inclusiva, anche se in realtà poi richiede device , strumenti, connessioni che hanno un costo. Certo, a pensarci bene però riduce le differenze di classe. Per chi non può permettersi di fare il pendolare o di affittare una casa è tutto più semplice.

Sesto ambito tematico. La dad e lo studio

Alessandra Arcelli: se sei in presenza non sai cosa fare mentre aspetti, se stai a casa prima puoi fare quello che vuoi, seguire, non seguire, guardare o fare altro. Nasce il galateo del device , aspettare per non sovrapporsi, lo sfondo, la connessione. Per quanto riguarda le lezioni, se il docente non crea relazione, non partecipi attivamente. C’è di più: io mi sono già laureata nel 2001; ricordo ancora quando sono entrata la prima volta nell’aula magna e mi sono sentita parte di qualcosa di più grande e di diverso da me. C’era una bellezza nello stare tutti insieme che andava oltre al mio essere solitaria.

Sara Berzilli: trovo che ci sia ancora difficoltà nel pensare agli strumenti più opportuni per fare dei lavori di gruppo ad esempio.

Margherita Esposito: io credo che ci sia una certa differenza tra materie “umanistiche” e materie “scientifiche”. Seguire una lezione di Matematica in dad sarebbe molto più difficile. Parlo con una certa cognizione perché l’anno scorso ero iscritta proprio a Matematica.

Amanda Lorenzini: pensiamo anche alla connessione, a volte si perdono dei pezzi di lezione per colpa della rete.

Francesca Manfredi: la dad è complicata per chi ha i laboratori; lo so perché lo scorso anno ero iscritta a Chimica. In generale, per me il problema è non avere qualcosa di diverso da fare e, non avendo altro da fare, se non studio mi sento in colpa, quindi tendo a studiare di più ma a rendere di meno.

Chiara Marchetta: nella dad manca il linguaggio non verbale, è molto più facile avere dei fraintendimenti, non capirsi. Poi, manca il gruppo di studio, quello in cui prima di parlare delle cose serie, hai un rapporto informale. Io ho seguito in precedenza lezioni di Scienze dell’educazione e ho notato che in presenza eravamo sempre i soliti a intervenire; dopo lezione potevamo parlare degli argomenti trattati, mentre online viene meno l’autenticità, così pure i timidi riescono a partecipare. Devo dire però che le lezioni in questo modo sono meno coinvolgenti e, dal punto di vista dell’apprendimento, non avendo un contatto diretto con il professore, qualcosa viene a mancare. Inoltre credo che aumenti l’ansia da prestazione, per esempio durante gli esami. Infatti essendo connessi tutti sentono tutto, è impossibile non ascoltare le persone che parlano prima di te, quindi è molto più frequente non sentirsi all’altezza. In ogni caso non giudico questa esperienza del tutto negativa e credo che dovremmo mantenere una base delle lezioni online anche quando torneremo in presenza.

Arianna Sisti: il professore che spiega muovendosi, utilizzando una lavagna, scorrendo dei fogli in presenza, è una cosa diversa.

Samuele Mariani: per me la dad è un incubo, mi manca il contesto che c’è oltre la didattica, mi mancano il cortile e gli spazi. Avendo iniziato quest’anno, non ho capito cosa significa vivere davvero l’università. Si perde l’essenziale.

Erika Metopio: finire a giugno le scuole superiori online e ricominciare così mi ha dato la sensazione di non aver cominciato l’Università anche se le materie sono differenti. Per quanto riguarda le lezioni ho fatto due settimane in presenza e mi rendo conto che è molto più semplice parlare dietro a uno schermo perché non si capisce se gli altri sentono oppure no. Tendo però a distrarmi e questo mi dà un certo senso di colpa. Per quanto riguarda gli esami il discorso cambia perché l’esame è sempre pubblico ma online ti sentono tutti, necessariamente; in presenza se parli piano c’è maggiore riservatezza.

Arianna Pannaccio: io ho vissuto malissimo questo periodo perché ho finito le superiori a giugno e non ho percepito il passaggio all’università. Poi i miei genitori e i miei nonni hanno preso il virus, quindi ho dovuto concentrarmi molto sulla famiglia.

Valentina Persichetti Sistoni o Pepparoni: per me il gruppo di studio che abbiamo creato online è stato una salvezza. La didattica a distanza è preziosa, ha un valore inestimabile, puoi seguire ovunque. Non dovrebbe mancare mai più almeno la modalità mista (presenza e online ). Quando però si sta a casa si tende a distrarsi più facilmente per fare più cose in contemporanea. Ci vorrebbe un ambiente di lavoro tranquillo, ma non tutti possono averlo.

Stella Rossi: io non posso fare confronti con esperienze pregresse di studio dopo dieci anni di stop , ma posso dire che creare un gruppo di studio, anche se online , è stato estremamente positivo. La mia sensazione è che dietro al computer manchi il linguaggio del corpo e quindi le persone più timide riescano a prendere parola più facilmente, senza imbarazzo, anche se in presenza il rapporto cambia e puoi conoscere l’altro in modo più profondo. Per me, in questa fase, ciò che non è studio sarebbe distrazione, la socializzazione passa in secondo piano. Per quanto riguarda gli esami la mia opinione è che quando sei a casa e senti tutti gli esami prima, senti le domande, le risposte, puoi capire meglio gli obiettivi del docente; direi che aiuta molto.

Paola Rubino: nei laboratori diventa complesso scrivere o lavorare insieme; in telematica ci si parla sopra e questo porta a confondere le idee. La differenza più grande, infatti, sta nel come si riuniscono gli studenti, non tanto nelle lezioni, ma a livello aggregativo. C’è stata poca attenzione all’orario, giornate molto piene con poche pause. Forse per alcuni professori la didattica a distanza risulta più semplice, ma non è così! Inoltre ci sono distrazioni esterne date dal contesto “non professionale”, casalingo in cui ci si trova. La difficoltà è rimanere concentrati nella lezione online senza il professore che ti guarda e ti tiene attento; in più si perde tempo dietro ai dispositivi tecnologici. Prima mi sentivo in colpa, ora non riesco a concentrarmi, sono stanca.

Settimo ambito tematico. Autenticità e spontaneità

Margherita Esposito: secondo me esistono diversi gradi di spontaneità nel virtuale ma anche in presenza. È impossibile essere totalmente spontanei o totalmente non spontanei. Dipende molto dai contesti; nelle lezioni si è più spontanei, nei ricevimenti meno. Ci si sente obbligati a intervenire ogni tanto per timore che il professore pensi che non ci sei, che non segui. Le persone timide che non intervengono arrivano all’esame con la sensazione di essere “sconosciute”.

Vittoria Guarducci: per me la spontaneità c’è quando sono davanti all’altro e so che l’altro non si aspetta nulla da me, cosa molto molto difficile.

Erika Metopio: nemmeno con me stessa sono totalmente spontanea.

Daniele Parbuono: ho qualche problema con il concetto di autenticità. Non esiste un concetto di autenticità assoluto, non dobbiamo pensare che quello che stiamo facendo ora, le relazioni virtuali, il nostro lavoro online non sia autentico. È solo differente. Dobbiamo piuttosto soffermarci sul concetto di spontaneità; che vuol dire essere spontanei? Quando siamo di fronte a una persona in carne e ossa, siamo spontanei? Il virtuale per opposizione ci porta a essere artefatti? Oppure è il contrario? Le categorie rigide mi rendono sempre perplesso.

Valentina Persichetti Sistoni o Pepparoni: per me è aumentata la spontaneità, non devo mostrarmi per forza con la webcam o la accendo per poco e oltretutto non vedo la reazione degli altri. Per gli esami scritti è diverso perché il sistema adottato segnala tutti i movimenti e il diventare una statua di sale, non potermi muovere, non poter guardare intorno a me, mi ha irrigidita molto.

Stella Rossi: per me l’esame orale o scritto ha dato buoni esiti, perché nonostante i professori ti stiano controllando (qualcuno sospetta che copi, leggi o altro), non hai una sovraesposizione sensoriale e non ti distrai nell’impatto con un ambiente non tuo (per esempio lo studio del professore o l’aula).

Ottavo ambito tematico. Antropologia nel lockdown

Alessandra Arcelli: io avevo già affrontato l’antropologia nel mio percorso universitario precedente. Più che aiutarmi a capire ciò che mi capita intorno, mi aiuta con le mie dinamiche personali. Mi stupisce quanto riflettere sul decentramento mi aiuti a non pensare in termini di causa-effetto o a uscire dalla dinamica dei sensi di colpa o dell’attribuzione di colpa (è colpa di questo, è colpa di quello…). In questi termini, sto rivalutando il mio percorso e sto lavorando su di me. Ho una figlia appassionata di Cina, di Giappone e di Vietnam, l’altro dice “i cinesi c’hanno portato il virus”. Abbiamo dei figli che sono pronti a lanciarsi verso il mondo e altri che ragionano a partire dallo stereotipo (una chiave di lettura comunque possibile). Non si dice mai “hai ragione tu” o “non hai ragione tu”, si cerca di far capire che, a seconda di dove ti poni, la prospettiva cambia e vedi un’altra cosa. L’antropologia mi aiuta a costruire mediazioni del punto di vista.

Sara Berzilli: capire e conoscere di più permette di non subire la situazione passivamente.

Margherita Esposito: l’antropologia ha modificato la mia visione della vita in generale, di tutto quello che succede. Anche studiando altre materie (per esempio psicologia), ogni volta che leggo la parola cultura oggi penso a cosa direbbe un antropologo. L’antropologia ti stravolge completamente la visione del mondo. Ho un nuovo sguardo sulla realtà, a tratti positivo, a tratti negativo, perché ora tutto è più complesso. Più che sul lockdown , l’antropologia mi ha dato nuovi strumenti per leggere la mia vita. Ho una nuova visione sul mio viaggio in Africa per esempio. Ho nuove chiavi di letture per guardare al mondo.

Francesca Manfredi: non avevo mai studiato antropologia, non sapevo cosa trattasse, è stata una bella scoperta. Penso che incontrarla durante il lockdown l’abbia resa ancora più efficace, poiché il decentrarsi, il capire che vi sono molti punti di vista mi ha aiutato a rivalutare la situazione.

Valentina Persichetti Sistoni o Pepparoni: l’antropologia mi ha aiutato molto in questo preciso momento storico. Con l’antropologia puoi elaborare un nuovo punto di vista più relativo e meno centrato su te stesso; cosa ancora più importante oggi rispetto al passato. Nel giro di pochi mesi si è ampliato tantissimo il punto di vista che abbiamo sul mondo. Tante cose prima non erano così visibili. Ora tutto si è trasferito online e abbiamo accesso a tanti aspetti della vita in più; tematiche civili e sociali, questioni sanitarie, politiche. Anche chi prima magari non se ne curava, oggi deve necessariamente imparare a riflettere. Per questo il corso di antropologia è stato utilissimo come chiave di lettura differente per la realtà del lockdown e dei suoi surrogati. Quale momento migliore di questo per essere meno centrati su se stessi? Tenendo in mente che questa situazione è vissuta in maniera diversa da ognuno.

Paola Rubino: a me continua a fare molta rabbia la riflessione che abbiamo più volte fatto sulla costruzione sociale del “noi/loro”, nel senso che ne riconosco i fondamenti, però le ricerche dimostrano che ci sono stati dei “loro” che hanno subito la pandemia più di “noi”. L’antropologia ha reso tutto quanto più difficile, perché pensi “sì, dovrebbe essere così, ma purtroppo non è così”. Tutti i concetti che stiamo imparando sono giusti sulla carta, ma troppo spesso non sono rappresentati nella realtà sociale. Penso all’America dove la sanità è a pagamento e molti hanno dovuto rinunciare alle cure anche in questo tempo di pandemia; ecco dove si creano dei “noi” e dei “loro”. Non ci sono neanche i parametri per definire ciò che è giusto o non giusto, ma di fatto sono arrabbiatissima da quando ho seguito questo insegnamento e rivedo con altra attenzione certe situazioni sociali.

Arianna Sisti: vengo dal liceo delle scienze umane, l’antropologia era la materia che mi piaceva di meno, ora l’ho completamente rivalutata, supera anche la pedagogia tra le mie preferenze. Mi aiuta ad ampliare la prospettiva, ad andare più in profondità, a non limitarmi al livello superficiale, alla facciata come sarebbe più semplice fare. Ho la consapevolezza di riuscire a comprendere “di più” e che anche gli altri possono affrontare il mio stesso percorso. La pandemia ci ha tolto ogni certezza; cercare di comprendere a fondo, anche grazie all’antropologia, ci permette di essere più pronti a questa flessibilità.

Dentro la necessità di “fare università” cercando di “convivere con il virus”, nei primi mesi della pandemia, sotto il fisiologico effetto di un disorientamento cognitivo rispetto alle categorie umane, scientifiche e professionali cui ero solito far riferimento, ho tentato una pronta reazione operativa cercando di far dialogare le mie posture antropologiche con le necessità impellenti del mio Ateneo e del territorio in cui vivo. D’altro canto, dopo l’estate, provando a riconfigurami come persona, ma anche come professionista, in base alle condizioni contingenti, ho sperimentato quella che definirei una pratica di serendipity metodologica [Silverman 2000]. Ho sentito il bisogno di capire di più, non tanto del virus, quanto delle implicazioni a livello intimo, familiare, sociale di pratica e di azione della pandemia e delle misure restrittive a essa conseguenti, a partire dalle fondamenta del mio mestiere, dall’etnografia. Ma l’etnografia classicamente concepita è fatta di incontri, di spazi, di condivisioni anche e soprattutto fisiche, è fatta di quell’“andare sul campo” che contraddistingue il lavoro dell’antropologo, rendendolo sensibile a particolari, a dettagli, a sfumature – Giancarlo Baronti parlerebbe di «puntinismo etnografico» [Baronti 2016, 492] – che con maggiore difficoltà possono emergere smaterializzando, digitalizzando lo spazio investigato. Il lockdown, in questa fase, ancora “dentro” la pandemia, ci ha costretti a cercare nuovi “attrezzi” nella nostra “cassetta”, a trovare nuove strade per interpretare. Per questa ragione, mentre stavo spiegando alle studentesse e agli studenti che «[l]a produzione di etnografia ha un carattere artigianale, è legata al mondano operare della scrittura» [Clifford 1997, 28], nell’autunno 2020, ho deciso di proporre loro la sperimentazione di una delle poche forme di etnografia possibili al momento, cioè l’osservazione delle nostre pratiche quotidiane, il confronto aperto, prolungato, sui punti di vista che mano a mano avremmo maturato osservando e, conseguentemente, una condivisione (da me moderata) della fase di scrittura.

Abbiamo così cercato una strada comune, a tratti conciliante a tratti più conflittuale, per “addomesticare” culturalmente la potenza poco gestibile della natura (il virus), ma anche delle pratiche socio-culturali (le politiche conseguenti al virus). Personalmente ho via via compreso che la parte più interessante del lavoro collettivo non sarebbe stata quella di descrivere la “realtà” o il tentativo di oggettivarla, quanto la differente o meglio le differenti narrazioni che da essa traevano origine, utilizzando la didattica dell’antropologia per aggiustare, per modellare, lo spazio della riflessione, “il reale”, nella produzione di quelle che Mondher Kilani definirebbe delle«fictions» [Kilani 1997, 73] perfettamente situate dentro i diversi punti di osservazione e dentro le differenti esperienze del lockdown.

Così «Piuttosto che cercare di trovare, da qualche parte all’interno della struttura delle relazioni sociali, un comune denominatore per la serie più ampia possibile di fenomeni culturali […]» [Hannerz 1998, 16], abbiamo sempre di più spostato l’asse sulle diversità: sui diversi contesti familiari, sui diversi modi di pensare alla didattica, alle relazioni, alle nostre presenze pubbliche (fisiche e virtuali). Ne è emersa una generale frammentazione delle sensazioni, dei sentimenti, delle necessità, così come una certa diffidenza rispetto alle forme del riduzionismo essenzializzante sul tipo “meglio presenza / meglio virtuale”, “meglio spazi universitari / meglio dad”, “meglio vivere in pochi /meglio vivere in tanti”. Confrontando le nostre auto-osservazioni abbiamo piuttosto capito quali potrebbero essere i gradienti di variazione e di integrazione dei mezzi e delle posture che da più di un anno, in modo così massiccio, stiamo sperimentando e, in questo senso, mi pare di poter concordare sul fatto che «[…] i social media e la realtà virtuale rappresentino spesso forme di integrazione della comunicazione “in persona”, delle relazioni faccia a faccia» [Dei, Lombardozzi 2020].

Se è vero «[…] che l’agente sociale è, prima di tutto, un essere di carne, di nervi e di sensi […]» [Wacquant 2002, 7], è anche vero che carne, nervi e sensi, in questo ultimo anno sono stati provati nel canale della connessione web e nella separazione dei corpi, degli spazi, nella costruzione di inedite e specifiche intimità umane. È palese che la didattica a distanza cui il virus ci ha costretti abbia alterato gli usuali equilibri/disequilibri relazionali nelle già normalmente complesse dinamiche di costruzione dei “rapporti di formazione” (e formazione reciproca) nei contesti universitari. Ma se né io, né le studentesse e gli studenti, per la maggior parte iscritti al primo anno, abbiamo potuto far conto su uno «[…] stato d’animo particolare, di tranquillità e di normalità» [Polidori 2020, 31], abbiamo d’altro canto esercitato la nostra creatività, negoziando tematiche fondamentali del sapere antropologico – famiglie, relazioni, corpo, Stato, politiche, socialità, linguaggi, diversità, posture, sguardi… – con le vicissitudini articolate del tempo pandemico. Abbiamo prodotto immaginari, sui “noi” e suoi “loro”, abbiamo cercato di costruire senso nella pratica culturalmente situata dell’“interpretazione”. Abbiamo raccontato rapporti, costruito rapporti e riflettuto sui rapporti che abbiamo costruito.

Questo saggio rappresenta un primo passo verso la sistematizzazione (non necessariamente editoriale) più accurata del mio lavoro universitario nel periodo dei lockdown. Non credo ci siano ancora le condizioni di sufficiente distacco riflessivo (critico) per elicitare dati di ricerca, dibattiti teorici e posizioni personali rispetto a ciò che stiamo vivendo. In fin dei conti continuo a reputare valida la prima regola dell’arte di ascoltare di Marianella Scalvi, con cui normalmente apro il mio insegnamento di Antropologia culturale: «Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca» [Sclavi 2003, 63]. Ma dalle esperienze professionali antecedenti e successive al periodo estivo 2021 posso trarre una maggiore e rinnovata consapevolezza rispetto a due specifici punti: a. l’inderogabile urgenza di un dialogo “consiliente” – così lo definirebbe Giovanni Pizza [Minelli, Parbuono, Pizza 2020] – tra le scienze; b. di per sé, l’insegnamento non produce apprendimento [Wenger 2006], è piuttosto necessario curare la definizione di un contesto didattico costruttivo, franco, in cui i frutti dell’insegnamento possano essere coltivati insieme (docenti e studenti) e condivisi al momento della loro maturazione. L’esperienza del lavoro comune, del pensare insieme, del condividere “università”, anche se solo nello spazio virtuale, ha prodotto rapporti collaborativi che verosimilmente proseguiranno nel tempo “fisico” del post-covid[9]. Il focus group, in particolare, è stato più utile a me che alle studentesse e agli studenti, ne sono certo.

Bibliografia

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[1] Ringrazio il Direttore, la redazione e i referee anonimi della rivista «EtnoAntropologia» per aver dedicato tempo e attenzione a questo articolo. Ringrazio inoltre Fiorella Giacalone per avermi invitato a scriverlo.

[2] Si veda: https://fareantropologia.cfs.unipi.it/notizie/2020/03/1421/

[3] Agamben, nel corso di questo anno, mantenendo l’impianto complessivo del suo punto di vista, ha continuato a riflettere sulla gestione della situazione pandemica, all’interno della rubrica “una voce”, da lui curata nel sito «Quodlibet». Il 23 febbraio 2021 scrive: «Occorre prendere sul serio la tesi, più volte ripetuta dai governi, secondo la quale l’umanità e ogni nazione si trovano attualmente in stato di guerra. Va da sé che una simile tesi serve a legittimare lo stato di eccezione con le sue drastiche limitazioni della libertà di movimento e espressioni assurde come “coprifuoco”, altrimenti difficilmente giustificabili» [Agamben 2021a]. E il 3 maggio 2021: «Il progetto planetario che i governi cercano di imporre è, dunque, radicalmente impolitico. Esso si propone anzi di eliminare dall’esistenza umana ogni elemento genuinamente politico, per sostituirlo con una governamentalità fondata soltanto su un controllo algoritmico. Cancellazione del volto, rimozione dei morti e distanziamento sociale sono i dispositivi essenziali di questa governamentalità, che, secondo le dichiarazioni concordi dei potenti, dovranno essere mantenuti anche quando il terrore sanitario sarà allentato» [Agamben 2021b].

[4] Si tratta della primissima fase di espansione del virus in Italia; fase caratterizzata da una diffusa incertezza sui dati epidemiologici, sulle conseguenze per la salute individuale e collettiva, sulle concrete possibilità logistiche e organizzative delle strutture sanitarie. Un generale disorientamento emergeva dalle interviste televisive o a mezzo stampa di politici e specialisti. Numerosi virologi, letteralmente “presi d’assalto” da cronisti e conduttori televisivi, rilasciavano interviste da cui emergevano posizioni in molti casi contradditorie, a volte antitetiche, tra tentativi di rassicurazione e propensioni allarmistiche.

[5] Dal gennaio 2020, presso l’Università degli Studi di Perugia, ricopro la carica di Delegato al Coordinamento staff e relazioni del Rettore.

[6] Si veda: https://www.youtube.com/watch?v=f9LTwVjQ0go. Il concetto è stato poi ripreso in Aime, Favole, Remotti 2020.

[7] Si veda: https://www.youtube.com/watch?v=ZwWpxfpL1JA&t=13353s.

[8] Si vedano: https://www.youtube.com/watch?v=oglI_2Cnwr4&t=7649s e seguenti.

[9] Alcune studentesse e alcuni studenti di questo gruppo mi hanno proposto di continuare a incontrarci per scegliere alcuni testi di Marco Aime – durante le lezioni avevamo utilizzato il suo libro Una bella differenza [Aime 2009] – da leggere e da presentare in aula insieme alle ragazze e ai ragazzi del prossimo anno accademico (2021-2022).

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