Condividere il bosco

Condividere il bosco

Un confronto tra regimi del patrimonio in Val di Fiemme

Nicola Martellozzo

(Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne, Università di Torino

Abstract. This article aims to consider the historical transition between different forest heritage regimes in the Fiemme Valley. For most of its nine-century history, the community of Fiemme managed its woodland as a commons, a self-organized, long-enduring, and self-governed system of resources. This type of regime began to change as early as the 18th century, under the pressure of influential commercial companies and the administrative reorganization of the post-Napoleonic states. Nowadays, joint forest management and alpine tourism are shaping a new heritage regime, based on sustainability and the valorization of the forests.

Keywords: Fiemme Valley; Heritage regimes; Community forestry; Cultural landscape; Alpine tourism.

Come costruire una foresta

Non è facile pensare al bosco come a qualcosa di progettato. Nel nostro immaginario le foreste sono il luogo selvaggio per definizione, anzi, per etimologia (lat. silva). Eppure, i boschi – e in particolar modo quelli alpini – sono il risultato di una relazione secolare tra le specie vegetali e le comunità umane che coabitano lo stesso territorio. Attraverso la selvicoltura gli uomini hanno trasformato le foreste, modellando il paesaggio secondo precise intenzionalità, bisogni e desideri. L'agire delle comunità alpine, in altre parole, viene inscritto storicamente nel corpo delle foreste montane. Dunque non è per un capriccio di natura che, in Val di Fiemme, più dell'80% dei boschi sia formato da abeti rossi (Picea abies), con percentuali minori di abeti bianchi (Abies alba), larici (Larix decidua) e pini cembri (Pinus cembra). Si tratta piuttosto del risultato di nove secoli di selvicoltura, durante i quali la comunità di Fiemme ha riconsiderato più volte non solo le proprie politiche forestali, ma lo stesso concetto di foresta: come bene comune, come retaggio ereditario, come patrimonio condiviso. Invece di separare nettamente tali visioni del patrimonio forestale, rischiando così di irrigidire eccessivamente un processo in fieri, in questo articolo ci concentreremo sulla sua ri-articolazione, evidenziando il graduale avvicendamento storico tra modelli selvicolturali. L'ultimo in ordine di tempo è quello seguito al disastro della tempesta Vaia, che nell'ottobre 2018 ha colpito duramente l'Italia settentrionale, causando gravi danni alle foreste trentine [Chirici et. al. 2019]. Questo ha portato scienziati, tecnici forestali e la stessa comunità di Fiemme ad interrogarsi sulla validità della propria tradizione selvicolturale, specie in relazione al cambiamento climatico globale [Manfriani 2018].

Le foreste, infatti, agiscono come dei buffer ecologici. Non solo producono quasi la metà dell'ossigeno atmosferico, ma immagazzinano grandi quantità di CO2 come biomassa, contribuendo a stabilizzare i pattern climatici regionali [Moran 2005]. Per questo motivo la questione della sostenibilità ambientale si è imposta con forza nel dibattito sulla gestione forestale, nel tentativo di coniugare la produzione e il commercio di legname con la tutela della biodiversità e la salute delle piante. In Val di Fiemme si è cominciato a parlare di selvicoltura sostenibile a cominciare dagli anni Ottanta, ma è negli ultimi vent'anni che si è prodotto un cambiamento decisivo: l'ottenimento di certificazioni ambientali, i nuovi piani forestali decennali, l'incentivazione del turismo alpino, testimoniano l'attenzione verso la multifunzionalità dei boschi [Cattoi, Pollini, Tosi 2000] e il suo valore per l'abitabilità del territorio. Concretamente, tutto ciò si è tradotto in un aumento di 100 ettari all'anno, anche al netto dei tagli commerciali e in controtendenza rispetto alla crescente deforestazione globale. Dei 30000 ettari d'estensione della Valle trentina, attualmente il 60% è coperto da foreste (e un altro 20% da pascoli d'alta quota), del tutto in linea con le percentuali medie della provincia di Trento [Agnoletti, Biasi 2013], ma che costituisce comunque un considerevole patrimonio ambientale.

Tuttavia, il modellamento sistematico dei boschi di Fiemme ha inizio già nel XV secolo; in quest'epoca le foreste fiemmesi cominciarono ad essere sfruttate intensivamente per la vendita del legname, portando in poco più di un secolo al raddoppiamento dell'area destinata ad abeti rossi e bianchi, le specie di Pinaceae più redditizie. Questo ha significato una profonda riorganizzazione dello spazio alpino, con la diffusione di boschi ad alto fusto e coetanei, nettamente separati dalle zone di pascolo d'alta e bassa quota. A livello storico possiamo individuare due fattori che hanno influenzato questa “progettazione” del bosco: da una parte lo sviluppo del sistema comunitario rurale, con l'affermarsi della Magnifica Comunità di Fiemme (MCF), dall'altra gli interessi economici e politici di enti come il Principato vescovile di Trento, i Conti del Tirolo e la Repubblica di Venezia [Agnoletti e Biasi 2013].

La Magnifica Comunità di Fiemme è stata senz'altro il principale protagonista e responsabile della gestione forestale della Valle. Istituzione d'origine medievale (XII secolo), per quasi nove secoli la MCF ha governato i boschi di Fiemme come proprietà comune dei vicini, coloro che come abitanti della Valle possedevano il diritto di usufruire congiuntamente delle sue risorse naturali. Il privilegio dei valligiani, trasmesso per discendenza agnatica, venne continuamente contestato dalle comunità limitrofe, dalle entità politiche e dalle compagnie commerciali interessate al controllo delle foreste. Pertanto è fondamentale riferirci alla documentazione legale, soprattutto agli ordinamenti forestali di cui la MCF si dotò fin dal XV secolo, proprio in risposta a queste pressioni. In questo modo, il patrimonio forestale ci appare come un'entità dai confini sfumati: conteso, negoziato e costruito, prima che regolato.

La storia della Magnifica Comunità inizia con i Patti ghebardini del 1111 d.C., con cui il Principe vescovo di Trento – signore territoriale della Val di Fiemme – riconosce e definisce le competenze giuridiche della Comunità di Fiemme [Giordani 1998]. Rappresentate massimo della MCF è lo Scario, eletto dai Regolani, i rappresentanti delle Regole in cui la Comunità di Fiemme era suddivisa a livello demografico-territoriale. Il numero e la composizione di queste Regole è cambiato nel tempo, fino a fissarsi nelle undici attuali[1]. A rimanere invariata è la vicinanza, l'insieme dei diritti d'uso civico e il privilegio di usufrutto dei beni comunitari, su cui si fonda l'esistenza e la continuità della MCF. I vicini, cioè i residenti originari della Valle e i loro discendenti, sono organizzati in fuochi, corrispondenti alle unità familiari. L'assemblea dei capi-fuoco (Comun general) fu il principale strumento di democrazia diretta della struttura comunitaria, in cui veniva definito il governo del patrimonio collettivo, composto per lo più da pascoli e foreste [Bonan 2016, 597-99].

Dal punto di vista del loro utilizzo, le foreste della Magnifica Comunità sono un esempio di common-property regime, ovvero «an institutional arrangements for the cooperative (shared, joint, collective) use, management, and sometimes ownership of natural resources» [McKean 2000, 27]. Tuttavia vanno distinti i boschi ingazzati, cioè “riservati” alle necessità edilizie della MCF, e le selve libere, cui ogni vicino poteva accedere liberamente. La possibilità di sfruttare in modo autonomo e (teoricamente) illimitato le foreste libere rappresenta senza dubbio il diritto più redditizio per i vicini [Agnoletti 2018, 186]. Per regolarne l'uso, il meccanismo del rotolo prevedeva la rotazione quadriennale delle aree collettive, divise e affidate a sorte ai diversi quartieri in cui erano raggruppate le Regole di Fiemme. Questo sistema, se da un lato incentivava gli abitanti a mantenere in buono stato la proprietà comune, dall'altro provocò crescenti resistenze tra le Regole, che a più riprese chiesero l'affidamento in perpetuo di aree specifiche. Dopo diversi tentativi di riforma nel corso del XVII secolo, il rotolo venne definitivamente abolito nel 1847 dal nuovo statuto austriaco.

Oggi la MCF ha conservato solo alcune competenze economiche e selvicolturali, ma possiede e gestisce ancora quasi 12000 ettari di boschi, oltre a 7000 ettari di pascoli d'alta quota [Jeanrenaud 2001]. Se in Val di Fiemme tra il 1892 e il 1970 le conifere sono passate dall'84% al 99,5% [Agnoletti 2018, 168] – riconfermando il modello di gestione tradizionale –, oggi i cambiamenti nel mercato del legno e il tema urgente della sostenibilità ambientale hanno indotto la MCF a rivedere la propria politica forestale. Il ripensamento della selvicoltura è solo un esempio di quelle trasformazioni che, più in generale, negli ultimi vent'anni hanno interessato gran parte delle comunità alpine. Davanti a sfide economiche e sociali – trasversali all'intero contesto delle Alpi – che mettono a rischio il loro patrimonio materiale e immateriale, le comunità rispondono riformulando (e talora inventando) le proprie tradizioni, dialogando con nuovi attori sociali [Bonato, Viazzo 2013]. Anche il territorio viene coinvolto in queste pratiche di patrimonializzazione, enfatizzando la sua dimensione culturale (come cultural landscape) e il suo ruolo nella costruzione identitaria e nella memoria sociale della comunità.

In tal senso, il turismo alpino gioca un ruolo determinante in questa ricontestualizzazione del paesaggio montano come patrimonio. Mentre enti governativi ed istituzioni internazionali perseguono per lo più una politica dei beni culturali orientata alla tutela e alla preservazione, il turismo si distingue per interessi e logiche differenti, volte alla fruizione attiva del patrimonio. Il Trentino Alto-Adige si attesta come regione capofila per il turismo alpino italiano [CA 2013, 48], e la Val di Fiemme è tra le mete più frequentate e apprezzate, grazie alla sua ampia offerta. Le foreste rappresentano sempre più un patrimonio comunitario condiviso con i turisti, in cui il background giuridico dei boschi rimane comunque determinante per valutare le modalità e l'impatto del turismo sulla Valle [Breman et. al. 2010, 76]. Possiamo descrivere questa configurazione di attori, valori e politiche come un particolare regime del patrimonio.

Nonostante gli heritage regimes nascano per descrivere le diverse ricezioni delle convenzioni internazionali per il patrimonio nei singoli Stati, ne possiamo parlare più in generale come di insiemi «of regulatory steps, actors and institutions that transform a cultural monument, a landscape or an intangible cultural practice into certified heritage» [Bendix, Eggert, Peselmann 2013, 11]. Diventa quindi interessante valutare, in una prospettiva storica, i regimi del patrimonio forestale della Val di Fiemme, intesi come assemblaggi di istituzioni, leggi e pratiche che hanno regolato per secoli le relazioni tra MCF e i principali stakeholder nella regione, modellandone i boschi. Possiamo considerare gli ordinamenti e le politiche forestali come precursori storici di veri e propri regimi del patrimonio, in cui la differenza è data proprio dal modo in cui il concetto stesso di patrimonio viene immaginato, negoziato e concretizzato nelle pratiche comunitarie. Concentrandoci su questi regimi è possibile non solo rendere conto del graduale avvicendamento tra forme storiche, che si concretizza proprio nella transizione tra regimi, ma anche mettere a fuoco la questione della governamentalità e della gestione condivisa del capitale culturale [Geismar 2015].

Statuti, commons e compagnie commerciali

Nonostante la comunità di Fiemme non coincida più con la sola MCF, quest'ultima rimane tuttora un importante stakeholder nella Valle, specie rispetto alle politiche forestali. Rendere conto della sua esistenza plurisecolare permette di comprendere meglio come sia avvenuto il modellamento storico dei boschi di Fiemme, nonché l'avvicendamento tra differenti heritage regimes. La descrizione di Netting della comunità alpina di Törbel ben si adatta al nostro contesto fiemmese:

«a corporate community of citizens with real, though circumscribed, power was negotiating with regional government, holding and transferring property, legally closing its membership to outsiders, and subscribing to written statutes providing for internal order» [Netting 1981, 59].

La forte frammentazione dei terreni agricoli nella Valle ha favorito storicamente un modello policolturale, un'agricoltura domestica e, soprattutto, una selvicoltura collettiva. Già nel 1270 la Magnifica Comunità rivendicava la proprietà collettiva dei boschi della Valle [Sartori Montecroce 2002, 84], presentandosi come un'istituzione legata al governo di beni comuni, o commons. Tale concetto, nato in relazione ai pascoli e alla questione delle enclosures nella campagna inglese, è stato ripreso e sviluppato in modo innovativo dalla premio Nobel Elinor Ostrom, come common-pool resources (CPRs) [De Moor 2011; Ostrom 1990]. I CPRs sono insiemi di risorse talmente estesi da rendere troppo dispendioso il loro sfruttamento da parte dei beneficiari, come ad esempio una foresta con le sue migliaia di ettari di alberi [Ostrom 1990, 30]. Un approccio gestionale valido è quello in cui il territorio forestale viene concepito come un «self-organized, long-enduring, and self-governed CPRs» [Ostrom 1990, 58-102]. Ne è un esempio la comunità di Törbel: «for at least five centuries these Swiss villagers have been intimately familiar with the advantages and disadvantages of both private and communal tenure systems and have carefully matched particular types of land tenure to particular types of lands use» [Ostrom 1990, 63].

Queste osservazioni valgono anche per la MCF e i suoi boschi, con la differenza che l'esperienza della comunità trentina si estende per ben nove secoli. Nella struttura della Magnifica Comunità ritroviamo tutte le caratteristiche che, secondo Ostrom, garantiscono la corretta gestione del commons: la presenza di confini territoriali e giuridici chiari, che definiscano univocamente i beneficiari (vicinanza); la regolamentazione dei diritti dei beneficiari relativi allo sfruttamento dei beni (Statuti e Consuetudini); degli organi decisionali basati su principi collettivi e democratici (Comun general); un sistema di sanzioni per chi infrange le norme comunitarie; il monitoraggio e il rendiconto periodico dei responsabili della gestione alla comunità (accountability); dei meccanismi giuridici per risolvere velocemente i conflitti infra-comunitari; il riconoscimento dell'autonomia locale da parte di poteri regionali (Patti ghebardini e seguenti); un'organizzazione stratificata dei beni comuni, quando dispersi su territori molto vasti (MCF, Regole, fuochi) [Ostrom 1990, 88-101].

La Magnifica Comunità rappresenta senza dubbio uno dei più longevi esempi di community forestry, ovvero contesti culturali in cui le comunità locali detengono un forte controllo della gestione forestale, sfruttando le risorse naturali per ottenere vantaggi sociali ed economici, spesso attraverso modelli ecologicamente sostenibili di selvicoltura [Charnley, Poe 2007, 303]. Dagli anni Ottanta del secolo scorso l'interesse degli antropologi per queste comunità è cresciuto in modo considerevole, anche al seguito di due fenomeni parzialmente collegati: da una parte, la progressiva deforestazione di ampie zone del pianeta; dall'altra, la nascita di nuove community forestry – specie in Asia e Sud America – come tentativo di molti gruppi indigeni di sviluppare forme alternative di gestione [Charnley, Poe 2007, 305-307]. Sono tentativi che muovono dalla consapevolezza di un rapporto stretto tra conservazione della biodiversità, sviluppo economico e abitabilità del territorio, oltre che dalla volontà di creare uno spazio culturale di negoziazione tra diversi stakeholder [Menzies 2007]. Spesso, infatti, l'intreccio di interessi nella gestione forestale si traduce in una distribuzione diseguale dei vantaggi e delle ricadute tra i vari attori coinvolti. Al contrario, un forte controllo delle politiche forestali da parte della comunità locale permette spesso la realizzazione di modelli selvicolturali più sostenibili ed efficienti, sagomati sui bisogni della comunità stessa [Charnley, Poe 2007, 316].

I regimi basati sui beni comunitari non sono gli unici che permettono uno sfruttamento ottimale delle foreste. In ogni forma di proprietà – pubblica, privata o comune – i suoi possessori hanno la possibilità di creare istituzioni valide, in grado di gestire il commons con successo e in modo sostenibile, garantendone la continuità [Moran 2005, 19]. I problemi, semmai, sorgono quando lo stesso patrimonio viene gestito congiuntamente da più enti, o quando due o più regimi del patrimonio si sovrappongono. Si rischia allora di andare incontro alla “tragedia del commons”, in cui lo sfruttamento eccessivo dei beni comunitari da parte di singoli individui avviene a detrimento della comunità e dello stesso ambiente [Ostrom 1990, 2-23; Netting 1981, 62]. È quanto avvenne in Val di Fiemme durante il XVI secolo:

[...] la quantità dei pezzi mercantili trasportati ogni anno era naturalmente variabile, ma raggiunse i valori massimi nel corso del Cinquecento, quando si può ipotizzare una media di 30.000 tronchi, con punte che toccarono gli 80.000. [...] Con simili quantitativi i boschi della valle di Fiemme, il cui taglio allora non era programmato, furono rapidamente depauperati. [...] Bisogna quindi riconoscere che il sistema amministrativo della Comunità, basato su cariche di nomina annuale, era inadeguato ad affrontare un simile compito, che richiedeva interventi di ampio respiro ed una programmazione pluriennale. Fu giocoforza affidarsi al sistema degli appalti, che se non altro costituivano un'entrata sicura. [Giordani 1998, 21-22]

Gli Ordeni dei boschi rappresentano la prima regolamentazione giuridica del patrimonio forestale della Valle, inseriti nel 1592 all'interno delle Consuetudini di Fiemme dopo lunghi contrasti con il Principato vescovile di Trento [Sartori Montecroce 2002, 313-322]. Gli antesignani di questi provvedimenti legali, per quanto meno sistematici, sono databili già alla fine del XIII secolo. Con gli Ordeni, la Magnifica Comunità provvide a contenere lo sfruttamento intensivo delle foreste e disciplinare il commercio del legno. In seguito verranno riformati nel 1738 per adeguarsi ai nuovi statuti del governo vescovile, e di nuovo all'inizio del XIX secolo in seguito alle direttive imperiali. La notevole documentazione storico-giuridica presente negli archivi fiemmesi, trentini e austriaci permette di delineare il regime del patrimonio forestale nei primi secoli di vita della comunità, partendo proprio dallo status legale del territorio. Per esempio, il fatto che la proprietà del suolo della Valle – boschi e pascoli compresi – appartenga collettivamente alla comunità, testimonia la preesistenza della MCF allo stesso Principato vescovile di Trento [Sartori Montecroce 2002, 83].

Ma in quali termini i boschi rappresentano dei beni comunitari? Abbiamo accennato come la differenza tra selve libere e riservate e il sistema del rotolo introducessero un distinguo nel modo in cui la comunità utilizzava la foresta. Vicini e Regole hanno spesso rivendicato forme diverse di gestione collettiva, portando la MCF a riformare le proprie leggi in materia. E in effetti, gli Statuti fiemmesi restituiscono l'immagine di una istituzione già in trasformazione, in cui il carattere di proprietà collettiva alla base dell'associazione rurale di Fiemme virava verso altri modelli. Lo storico del diritto Sartori Montecroce [2002, 92-93] ha evidenziato come, già nel XVI secolo, fosse in atto una lenta transizione interna, che gradualmente andava separando l'economia collettiva da quella particolare e privata, sostituendo l'originaria unità collettiva della Magnifica Comunità con una personalità corporativa vera e propria.

Uno dei momenti chiave di questo processo fu la riforma degli ordinamenti forestali trentini, tra Settecento e Ottocento, in cui si passò da un custom-based forest regime ad un forestry law regime, con un modello di selvicoltura orientato al libero mercato d'impresa[2] [Bonan 2016, 603]. In questo senso le compagnie mercantili, formate spesso da potenti famiglie locali, diedero un contributo decisivo. Giuseppe Luigi Riccabona, membro di illustre famiglia fiemmese, è un ottimo esempio di figura mediatrice tra contesto locale e governo centrale: come vicino di Fiemme esercitò un peso notevole nella vita politica della MCF, ma fu anche membro della Dieta di Innsbruck, oltre che un mercante di successo con interessi in tutta la regione. L'ottenimento del diritto di vicinia, in modi più o meno regolari, venne usato da diverse famiglie per influenzare a proprio vantaggio la gestione dei boschi e il sistema degli appalti introdotto a fine Cinquecento. Questo rende conto della tensione, frequente in molte community forestry, tra principi democratici ed élite locali, che cercarono di concentrare i privilegi comunitari all'interno di gruppi ristretti [Charnley, Poe 2007, 311]. Il caso più memorabile è quello della compagnia Ress, Baldironi & Rizzoli, fondata da tre delle più influenti famiglie di vicini dell'epoca.

Nel 1720 venne concessa ai fratelli Ress la vicinanza, accettandoli come membri della Magnifica Comunità. Trent'anni dopo la compagnia mercantile Ress, Baldironi & Rizzoli iniziò a fare pressioni sulla MCF perché bandisse un appalto ventennale per il taglio dell'intero bosco comunitario, sottolineandone la convenienza per la collettività. Tuttavia, come presto ci si rese conto, una simile concessione avrebbe garantito de facto alla compagnia il monopolio del mercato del legno: assicurarsi l'appalto avrebbe permesso alla compagnia di controllare anche i contratti delle segherie e del trasporto dei tronchi, estromettendo possibili concorrenti esterni e obbligando le Regole a cedere anche il proprio legname. Ciò avrebbe significato una progressiva privatizzazione dei beni comunitari, sovvertendo lo stesso diritto di vicinia su cui era costruito il patrimonio comune. Resasi conto della minaccia al proprio ordinamento, la comunità di Fiemme condannò pubblicamente il tentativo della compagnia, arrivando a revocare la vicinanza alle tre famiglie e ai loro sostenitori [Degiampietro 1975, 121-124].

Dopo tre anni di scontri e tensioni, nel 1756 la Commissione austriaca incaricata dell'arbitraggio escluse le famiglie Baldironi, Ress e Rizzoli da ogni futura concessione commerciale per i boschi comunitari, mentre la MCF fu autorizzata dal Principe vescovo a trattare direttamente la vendita dei propri lotti. Tuttavia, alla prima società subentrò una seconda compagnia mercantile, la Zanella e soci, che nel 1758 ottenne dal vescovo l'appalto ventennale dei boschi, seppur con condizioni diverse [Degiampietro 1975, 130]. Nonostante le rinnovate proteste della Magnifica Comunità, era il segno che, ormai, la transizione verso un nuovo regime del patrimonio forestale stava prendendo forza. Queste compagnie furono le avanguardie del sistema economico d'impresa libera, attraverso cui il capitalismo trasformò la selvicoltura e il mercato del legno di Fiemme.

Non è un caso che, proprio in quest'epoca segnata dalla nascita degli stati nazionali, abbiano preso forma anche i moderni regimi del patrimonio [Geismar 2015]. Nella prima metà del XIX secolo cominciò un processo di centralizzazione dell'autorità statale da parte dell'Impero austriaco, che modernizzò l'apparato politico feudale del Sacro Romano Impero. Una conseguenza diretta fu la secolarizzazione del Principato vescovile di Trento, che nel 1803 venne abolito e inglobato nella contea del Tirolo. La trasformazione amministrativa investì anche la gestione del territorio, con la conseguente revisione degli ordinamenti forestali; il governo tirolese emanò un nuovo statuto, a cui la Magnifica Comunità rispose con una serie di Eccezioni [Pilati 1786] su questioni particolarmente controverse, tra cui il governo dei boschi:

Si spera che la Comunità non sarà obbligata di lasciare altre Selve alle Regole incorporate, e che le parole qui addotte non abbiano altra significazione, se non che quella che ogni vicino possa fare la quantità di legname necessaria secondo gli antichi e nuovi Ordini Forestali nelle Selve non interdette dalla Comunità, mentre un senso contrario sarebbe dannoso non solo alla Comunità, ma benanche alla continuazione del Negozio dei Legnami [Pilati 1786, 84]

Sotto la spinta delle riforme napoleoniche, le Regole vennero sostituite con nuove municipalità che – come paventato nelle Eccezioni – incamerarono ciascuna parte del patrimonio forestale collettivo [Bonan 2016]. Con l'organizzazione comunale austriaca, la MCF perse il suo carattere giuridico pubblico, diventando una corporazione economica privata. L'introduzione del diritto di cittadinanza creò notevoli attriti con il diritto di vicinia. Il contenzioso tra queste due forme di appartenenza comunitaria continuò fino al 1872, quando la Corte imperiale sancì il diritto comunitario e la natura privata della MCF. Tuttavia, dato che cittadinanza e vicinanza non coincidevano affatto, l'incameramento dei terreni della MCF da parte dei nuovi Comuni fu un atto semi-illegittimo. Rende però conto delle spinte che – almeno dal XVI secolo – premevano all'interno della stessa MCF per una redistribuzione definitiva dei terreni tra le varie Regole, evitando così la riassegnazione periodica e il sistema del rotolo. In altre parole, quel regime del patrimonio forestale descritto come «self-organized, long-enduring, and self-governed CPRs» [Ostrom 1990, 58] venne trasformato dall'affermarsi di istanze già insite al contesto fiemmese, enfatizzate dalla nascita dei moderni apparati statali e dal mercato capitalista del legno. Con la suddivisione del patrimonio comunitario della MCF tra le ex-Regole, le foreste di Fiemme vennero ricontestualizzate come parte del demanio imperiale: beni pubblici e inalienabili appartenenti allo Stato, di cui diventò possibile usufruire come cittadini, esattamente come le collezioni museali, le biblioteche o gli archivi, beni culturali materiali dello Stato, inseriti all'interno di precisi regimi del patrimonio [Bendix, Eggert, Peselmann 2013].

Certificazioni e turismo alpino

Il Novecento trasforma profondamente la comunità di Fiemme, la cui identità si separa definitivamente da quella della MCF. Un insieme di fattori, tra cui la progressiva centralizzazione dell'autorità statale, la privatizzazione di ampie aree del territorio, e un certo grado di spopolamento, hanno accelerato questo distacco. Tuttavia, le foreste rimangono ancora al cuore del patrimonio collettivo, che il nuovo Statuto[3] del 2017 descrive come quei «beni materiali, consistenti nelle terre a prevalente destinazione silvo-pastorale di originaria acquisizione vicinale, [...] che costituiscono il patrimonio comunitario universale, che è inalienabile, indivisibile, imprescrittibile». Nel secondo dopoguerra la MCF ha cercato di rispondere alle nuove sfide economiche e sociali investendo sul mercato del legno, tecnologizzando l'intera filiera produttiva [Jeanrenaud 2001]. Nonostante questi sforzi, divenne presto evidente che:

Timber production is no longer the driving force of the economy of Trentino and the Fiemme area, although it remains important at the local level. The valley and the Magnifica Comunità are still strongly attached to their cultural roots and to the historical role of the forest. This is manifested in their engagement in conservation activities and the preservation of historical documents and constructions. [Agnoletti, Biasi 2013, 250]

Negli anni Ottanta ha avuto inizio una svolta selvicolturale [Morandini 1996] all'insegna della compatibilità tra utilizzo commerciale e valorizzazione dei boschi [Charnley, Poe 2007, 314]. Lo sfruttamento intensivo e le logiche commerciali di fine Ottocento hanno lasciato una forte impronta nella conformazione delle foreste, con fustaie di abeti rossi coetanei per massimizzare la produttività, a discapito della biodiversità. La tempesta Vaia ha evidenziato, in modo drammatico, come

«decenni di gestione selvicolturale incentrata sul massimo rendimento finanziario, hanno trasformato progressivamente una realtà forestale varia e armoniosa in soprassuoli artificiali, puri, del tutto fragili, con basse capacità di resistenza e di resilienza» [Manfriani 2018, 263].

Riconfigurare questa eredità forestale richiede tempi lunghi, necessari perché le nuove piante possano crescere e rimodellare il paesaggio della Valle. Già negli anni Novanta la MCF ha iniziato a favorire la realizzazione di boschi misti, con percentuali più alte di abeti bianchi e larici, applicando nuovi protocolli per la tutela e la conservazione delle foreste più antiche o a rischio. Grazie al nuovo modello selvicolturale la MCF è diventata il principale produttore italiano di legno da opera, con una media di 50.000 m³ annui, senza per questo intaccare l'estensione dei propri boschi.

Tutto ciò ha valso alle foreste della Magnifica Comunità una doppia attestazione di sostenibilità. Nel 1997, per la prima volta in Italia e in tutto l'arco alpino, è stato riconosciuto il rispetto degli standard FSC® (Forest Stewardship Council). Meno di dieci anni dopo giunge la certificazione PEFC™ (Programme for Endorsement of Forest Certification), entrambe rinnovate nel 2019 anche a fronte dell'impegno per il ripristino forestale post-Vaia. Questi sistemi internazionali di attestazione ambientale rappresentano un autorevole riconoscimento per aver implementato con successo modelli selvicolturali sostenibili, basati sulla multi-funzionalità dei boschi [Cattoi, Pollini, Tosi 2000]. Il patrimonio forestale, in altre parole, viene ricontestualizzato dai processi di certificazione nello stesso modo in cui, su un altro piano, le Convenzioni UNESCO contribuiscono a costruire il patrimonio mondiale.

Negli ultimi trent'anni, tuttavia, sono subentrati nuovi protagonisti nella vita sociale ed economica della Valle, verso i quali la Magnifica Comunità ha intessuto tutta una serie di rapporti. Per quanto riguarda la gestione forestale, l'Ufficio Distrettuale di Cavalese (ente provinciale) costituisce un interlocutore di primo piano, che interviene attivamente nell'amministrazione del patrimonio ambientale. Alla luce di questi nuovi attori sociali, il primo periodo di ricerca di campo ha avuto lo scopo di costruire una mappa della governance territoriale, cercando di circoscrivere – più spesso di districare – l'intreccio di relazioni, competenze e interessi nella Valle. Sotto l'aspetto sociale, negli ultimi vent'anni la MCF sta affrontando diversi problemi, riguardanti per lo più il suo rapporto con la comunità di Fiemme. La scarsa partecipazione alle attività sociali della Magnifica Comunità testimonia una generale disaffezione verso l'istituzione, specie da parte delle nuove generazioni, ma che non si esaurisce nel problema del ricambio generazionale. Due esempi: per l'approvazione del nuovo Statuto hanno votato solo il 30% degli aventi diritto, mentre all'assemblea straordinaria convocata per l'elezione del nuovo Scario (ottobre 2020) erano presenti solo venti vicini, compresi gli undici Regolani.

Nelle interviste e nei colloqui condotti in questi mesi con molti membri della comunità, la MCF viene percepita come un'istituzione distante dal quotidiano, spesso conosciuta solo superficialmente o per tradizione famigliare. Dal 1993 la Magnifica Comunità ha cercato di conciliare il diritto di vicinia con quello di cittadinanza e oggi, per diventare vicini, occorrono almeno 25 anni di residenza continuativa nella Valle. Questa scelta, se da un lato ha aumentato i membri potenziali della comunità, dall'altra ha attirato numerose critiche: situazione frequente, nei fenomeni riguardanti i neo-montanari [Bonato e Viazzo 2013]. Un'altra scelta che ha contribuito ad allentare i legami sociali all'interno della MCF è stata la riconversione del diritto di legnatico. La redistribuzione dei profitti tra vicini, visti gli importi irrisori, è stata sostituita dalla concentrazione delle rendite collettive in investimenti mirati. Ciononostante i proventi del commercio del legno non sono più sufficienti a sostenere tutti i nuovi costi amministrativi e produttivi, tanto meno per finanziare grandi opere pubbliche come negli anni Cinquanta.

Questo motiva anche la gestione forestale congiunta delle foreste fiemmesi. Nel profilo della governance territoriale sopracitato la MCF continua a rimanere l'azionista di maggioranza, seguita dai boschi comunali, della Regola feudale di Predazzo e dell'Ente Parco naturale di Paneveggio (demanio statale). Concretamente, per le operazioni nei boschi, oltre al suo Ufficio tecnico e ai propri custodi, la MCF si affida all'Ufficio distrettuale forestale di Cavalese. La diminuzione del personale e i margini economici ristretti fanno sì che i custodi siano pagati al 70% dalla Provincia. Tale soluzione, se da un lato permette alla MCF di controllare efficacemente il proprio patrimonio forestale, dall'altro riduce il suo grado d'autonomia decisionale.

Per valutare appieno le recenti trasformazioni delle foreste fiemmesi non si può prescindere dal turismo alpino, diventato in breve tempo la principale voce dell'economia locale. Come ricorda Simonicca, «gli effetti del turismo sagomano in maniera imprevedibile confini culturali e pratiche sociali» [Simonicca 2006, 39]. Nonostante rappresenti una grande opportunità di sviluppo per la comunità, il turismo ha indirettamente accentuato la “fragilità sociale” della MCF. Dagli anni Ottanta è iniziato un “travaso” generazionale che ha portato la fascia più giovane della popolazione nel settore turistico. Quella che per secoli è stata una competenza propria della MCF, la gestione del patrimonio forestale, con il turismo si è aperta a nuovi soggetti privati, come tour operator, strutture ricettive, guide alpine, associazioni sportive, nuovi stakeholder locali, interessati ad un uso distinto dei boschi come parte dell'offerta turistica [Pröbstl et. al. 2010].

In questo senso il turismo del patrimonio, specie quando declinato come eco-turismo o turismo sostenibile, rappresenta una delle forme più recenti e interessanti di post-mass tourism [Simonicca 2006, 119-151; Stronza 2001, 274-276]. Rimane tuttavia di difficile attuazione e non sorprende che tra le principali cause di attrito nel turismo alpino vi sia proprio l'impatto ambientale delle attività antropiche legate – anche indirettamente – all'industria turistica, come la costruzione di infrastrutture e il traffico stradale [Breman et. al. 2010, 80-84]. Un'indagine qualitativa, come quella proposta dall'antropologia, permette di valutare più efficacemente l'impatto ambientale del turismo alpino, verso cui la Convenzione delle Alpi ha elaborato appositi protocolli e normative [CA 2013, 27]. Un esempio “virtuoso” è quello degli agriturismi altoatesini, in cui il turismo alpino permette di contrastare lo spopolamento demografico, integrare il reddito delle famiglie e mantenere antropizzato il territorio anche in alta quota. In questo caso, l'istituzione tradizionale del maso chiuso (Geschlossener Hof) è stata ripensata per far fronte alle sfide della contemporaneità, allargando l'attività agricola a quella turistica [Tommasini 2017, 186-188].

Rifacendoci alle definizioni fornite della Convenzione delle Alpi, l'offerta turistica della Val di Fiemme copre i tipi dal tre al sette, dalle destinazioni naturalistiche al soggiorno prolungato [CA 2013, 95-100]. Il distretto di Fiemme e Fassa è tra i più importanti per il settore turistico trentino, con milioni di presenze nella stagione invernale che valgono da sole un terzo di tutte quelle della Provincia. A dispetto di Vaia – e più recentemente delle restrizioni legate al Covid – gli ultimi tre anni hanno visto un aumento costante del flusso turistico, soprattutto nell'estate appena trascorsa. I boschi della Valle sono attraversati da più di 200 km di sentieri che, insieme alla pista ciclabile del fondovalle e agli impianti sciistici, rappresentano le principali infrastrutture turistiche del territorio. L'offerta stagionale è arricchita anche da eventi eccezionali come la Marcialonga, famosa competizione internazionale di scii nordico che registra 30.000 presenze complessive e un indotto per quasi 8 milioni di euro. Si tratta senza dubbio dell'evento turistico con il maggior impatto ambientale, il che ha portato gli organizzatori a insistere sulla sua sostenibilità. Parlando di turismo alpino è interessante riportare il progetto, mai decollato, di sentieri forestali alternativi gestiti direttamente dall'Ufficio Distrettuale provinciale. A differenza dei classici percorsi CAI-SAT, che usano il tempo di percorrenza come criterio principale, di questi sentieri veniva fornita solo la lunghezza, cercando di spostare l'attenzione dell'escursionista verso l'insieme del bosco: non una foresta da attraversare, ma da osservare.

Interlocutore di primo piano rispetto all'industria turistica locale è certamente l'Apt di Fiemme (Azienda per il Turismo), realtà consortile che raccoglie imprese private ed enti pubblici della Valle. In particolare, le amministrazioni comunali possiedono un terzo del capitale sociale, con una rappresentanza riservata nel CdA. Un'intervista a Giancarlo Cescatti, il nuovo direttore dell'Azienda, mi ha reso possibile appurare la complessità delle relazioni tra l'ApT e gli altri enti sul territorio, dovuta alla lunga “sedimentazione” storica di istituzioni come la stessa Magnifica Comunità. Più in generale risulta difficile far convivere insieme gli interessi, le competenze e le necessità differenti che animano una società partecipata di questo tipo. Nonostante le criticità, l'analisi delle reti sul territorio ha evidenziato l'Azienda per il Turismo come uno degli snodi principali della governance locale, di primo piano anche rispetto le politiche occupazionali. La Val di Fiemme vanta infatti uno dei più bassi tassi di disoccupazione di tutto il Trentino, che ha però come contraltare un minimo nei livelli di scolarizzazione: l'offerta di lavoro nell'industria turistica porta a numerosi abbandoni da opportunità, mentre gli studi universitari rappresentano ancora una spesa che solo poche famiglie possono permettersi. Se in passato nell'industria turistica mancava di un middle management, oggi al contrario la carenza maggiore riguarda la manodopera specializzata, con moltissimi lavoratori stagionali non residenti.

Questo fenomeno coinvolge anche la Magnifica Comunità e il settore forestale, seppure in modo leggermente diverso: in questo caso ci sono diversi giovani che scelgono di lavorare come boscaioli, entrando a far parte di aziende locali, ma sono pochi quelli che portano tale interesse a livello universitario. Questo, insieme al “travaso” occupazionale nel settore turistico, contribuisce alla scarsità di tecnici e dottori forestali all'interno dei Comuni e della MCF, che ricorrono spesso a consulenti esterni per l'amministrazione del proprio patrimonio. Negli ultimi anni la comunità di Fiemme ha favorito di fatto delle politiche di brain gain, cercando di sopperire alla mancanza di figure professionali qualificate sotto il profilo della scolarità (laureati) e delle competenze tecniche (manodopera specializzata).

L'industria del turismo alpino concretizza immaginari, desideri e aspettative anche attraverso la valorizzazione dei luoghi [Geismar 2015, 78-80], e in questo senso l'Apt di Fiemme gioca un ruolo chiave nel raccontare e promuovere il territorio. Certo, non va dimenticato come dietro alle narrazioni sulla sostenibilità spesso si celino politiche neo-liberali[4] [Bushell 2015], che premono per decentrare la gestione del capitale culturale verso attori del settore privato:

[...] a new dominance of market ideologies in heritage management and in its means of “valuation” with an increasing emphasis on investment in cultural resources and human capital so as to yield economic returns, adding value to them so as to encourage tourism, foster foreign direct investment, encourage product differentiation, and promote new commodifications of “cultural resources” [Coombe 2013, 378].

Anche la MCF ha proiettato retrospettivamente la sua sensibilità ecologica come principio della secolare gestione forestale. Nonostante nel tempo lo sfruttamento dei boschi sia stato tutt'altro che regolato e sostenibile, la rappresentazione “green” della Magnifica Comunità è spendibile a livello di branding turistico, contribuendo a costruire un preciso immaginario della Val di Fiemme. Questa riformulazione dell'identità comunitaria ha avviato un processo di auto-patrimonializzazione, con l'acquisto e la valorizzazione di archivi, monumenti e luoghi legati alla storia della MCF. Ne è un esempio l'acquisizione del Palazzo vescovile di Cavalese, aperto al pubblico come museo nel 2012, con cui la Magnifica Comunità prende parte all'offerta turistica locale.

Molto del futuro di questa istituzione secolare dipende, oggi, dalla sua capacità di cogliere nel turismo un'opportunità sia per continuare ad esistere, sia per preservare il proprio patrimonio forestale, dialogando con nuovi attori: organismi certificatori, aziende turistiche, dipartimenti forestali, neo-vicini. L'estensione del diritto di vicinanza, le politiche forestali congiunte, il superamento dei modelli selvicolturali tradizionali e il ruolo del turismo fotografano la transizione da un patrimonio comunitario ereditato a un patrimonio collettivo condiviso. Ma soprattutto, il cambiamento storico tra regimi del patrimonio forestale è segno dell'esigenza della comunità di Fiemme di ripensare il proprio rapporto con il territorio, modellando le foreste secondo precise intenzionalità e desideri, secondo nuovi progetti dell'abitare la propria valle.

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[1] Carano, Castello-Molina, Cavalese, Daiano, Moena, Panchià, Predazzo, Tesero, Trodena, Varena, Ziano.

[2] Certo, questo modello selvicolturale non ha interessato uniformemente l'intero territorio di Fiemme: la Val Cadino, con i suoi 1000 ettari di bosco, grazie alla sua relativa marginalità ha conservato molte tracce del modellamento del paesaggio legato ad un common-property regime, con una percentuale più alta di abeti bianchi e alberi disetanei [Agnoletti, Biasi 2013, 249-251].

[3] http://www.mcfiemme.eu/documenti/statuto-definitivo-approvato.pdf [controllato 13/07/20]

[4] È possibile mettere a confronto queste pratiche neo-liberali con il sistema di libera impresa nel Settecento: entrambe sono espressione del medesimo modello capitalista, entrambe contribuiscono a trasformare i regimi del patrimonio, muovendo interessi economici che alterano l'assemblaggio di stakeholder, norme e valori.

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