Le Alpi italiane

Le Alpi italiane

Bilancio antropologico di un ventennio di mutamenti

Roberta Clara Zanini

Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, Università di Torino

Pier Paolo Viazzo

Dipartimento di Culture, Politica e Società, Università di Torino

Abstract. This article provides an anthropological appraisal of the demographic, social and climatic changes recently experienced by the Italian Alps and concentrates on the complex negotiations over the future of the Alps that involve local inhabitants, old and new, and external actors. It is suggested that the epistemological turn fostered by the notion of Anthropocene has added new dimensions to the ongoing processes of negotiation in Alpine settings and that the Covid-19 pandemic, while sharpening pre-existing gaps, is also bringing attention back to the social and welfare needs of marginal areas.

Keywords: Alps; Alpine anthropology; demographic change; negotiation; Anthropocene.

All’inizio del nuovo millennio il futuro di quelle che nella letteratura geografica, sociologica e demografica vengono comunemente indicate – in prima approssimazione – come Alpi italiane[1] sembrava facilmente prevedibile. Aggiornata all’anno 2000, la minuziosa analisi dell’andamento demografico in tutti i comuni della regione alpina a partire dal 1871 condotta dal geografo tedesco Werner Bätzing mostrava il persistere di un massiccio processo di spopolamento sul versante meridionale dell’arco alpino [Bätzing 2005, 348-375]. Chiaramente percepibile già nella seconda metà dell’Ottocento nelle Alpi piemontesi, questo processo si era esteso nel corso del XX secolo alla quasi totalità del territorio alpino compreso entro i confini dello stato italiano[2], con un bilancio demografico fortemente negativo attenuato unicamente dalla crescita delle località turistiche e in netto contrasto con le Alpi svizzere e soprattutto austriache, dove il declino della popolazione era stato nel corso di tutto questo periodo più efficacemente contenuto. I dati di Bätzing rivelavano che tra il 1980 e il 2000 le Alpi francesi, fino ad allora accomunate alle Alpi italiane da una storia di precoce e ininterrotto spopolamento, davano segnali di ripresa in un buon numero di comuni. Ma era opinione diffusa che in Italia qualcosa di simile non sarebbe potuto avvenire a causa del disinteresse dominante per queste aree di scarso peso politico e limitato potenziale economico. Nelle Alpi italiane, decretava Bätzing, «non si intravedono segni di ripresa»[Bätzing 2005, 362].

Appena dopo il 2000, invece, anche nelle Alpi italiane ha cominciato a manifestarsi, dapprima timida ma poi sempre più consistente, un’inversione di tendenza dovuta a flussi migratori che muovendosi verso la montagna hanno comportato variazioni considerevoli nella composizione delle popolazioni locali, che si trovano ora ad ospitare numeri non trascurabili di “nuovi montanari”. Ne sono nate numerose ricerche, anche antropologiche, ma più recentemente il baricentro degli studi si è spostato sull’arrivo in non poche località alpine di rifugiati e richiedenti asilo e sulla possibilità che le Alpi e più in generale la montagna italiana possano rappresentare un banco di prova per esperienze innovative di accoglienza diffusa. Gli ultimissimi anni hanno però visto un drastico calo del numero di rifugiati e richiedenti asilo, e il deflagrare dell’epidemia di Covid-19 ha ora ulteriormente contribuito a sospingere questi “montanari per forza” ai margini del discorso politico e mediatico, al contempo schiudendo possibili scenari per il futuro delle Alpi e dei suoi borghi. Parallelamente, sebbene in questi ultimi mesi siano stati anch’essi relegati in secondo piano dall’epidemia, al pari di altre regioni di montagna le Alpi italiane sono state investite in misura particolarmente visibile, talvolta drammatica, dai cambiamenti climatici legati al riscaldamento globale. Se ai tempi della Piccola Era Glaciale, tra il tardo XVI e il XVIII secolo, i ghiacciai erano temuti dagli abitanti delle Alpi come divoratori di alpeggi e di insediamenti d’alta quota [Le Roy Ladurie 1972, 178-180], ad allarmare oggi è il loro ritiro sempre più veloce.

I primi due paragrafi di questo articolo si propongono di offrire un quadro sintetico, quasi cronachistico, dei principali mutamenti che hanno interessato le Alpi italiane nei primi due decenni del nuovo millennio. Nei due successivi cercheremo invece di mettere in evidenza traiettorie tematiche e linee di indagine che si intrecciano strettamente con l’emergere di specifici fenomeni socio-culturali, politici ed economici e di indicare quali strade si aprano per l’indagine etnografica e per la riflessione antropologica[3].

Il primo decennio: inversione di tendenza e “nuovi montanari”

Un utile punto di partenza per tracciare un bilancio è offerto da un piccolo volume in cui Enrico Camanni, all’alba del nuovo millennio, cercava di delineare scenari per una «nuova vita delle Alpi». In poco più di cinque dense pagine [Camanni 2003, 126-131], questo poliedrico studioso del mondo alpino sollevava due questioni decisive, domandandosi provocatoriamente – e molto proficuamente, alla luce degli sviluppi socio-demografici e degli studi posteriori – innanzitutto di chi siano realmente le Alpi, e poi se al futuro delle Alpi possano giovare più i montanari per nascita o piuttosto quelli che definisce «montanari per scelta».

Camanni parte da una frase di Reinhold Messner, in cui il grande alpinista afferma che il Sud Tirolo «non è solo la nostra patria; dovrebbe essere una patria per le persone che vorranno viverci nel prossimo millennio. Il Sud Tirolo non ci appartiene, noi ne siamo solo gli amministratori momentanei» [Messner 1991, 119]. Questa affermazione di Messner lo induce a sollevare quello che gli sembra essere un punto cruciale – «di chi sono le montagne? Chi ha il diritto di decidere il destino delle Alpi? Montanari, cittadini, Stati nazionali, Comunità europea?» [Camanni 2003, 126] – e ad esprimere l’opinione che il futuro delle Alpi non possa dipendere da un azzardo di scelte locali dettate da interessi particolari. Questo lo portava a prefigurare uno scenario in cui i cammini di «valligiani risoluti che prendono la via della città e non tornano più indietro» incrociassero quelli di «cittadini risoluti che decidono di salire in montagna per rilanciare vecchie attività con idee nuove» e ad auspicare che «nel prossimo futuro, per il bene delle persone e per il bene dell’ambiente alpino, si sarà sempre più montanari per scelta» [Camanni 2003, 130].

Rilette oggi, le pagine di Camanni colpiscono non solo per le visioni quasi profetiche che le percorrono ma anche per aver proposto una efficace caratterizzazione dei nuovi abitanti (“montanari per scelta”) destinata a conoscere molta fortuna soprattutto dopo la pubblicazione di uno dei libri che per primi hanno segnalato – seppur cautamente e senza facili trionfalismi – che nelle Alpi qualcosa stava cambiando: Montanari per scelta. Indizi di rinascita nella montagna piemontese, volume curato dal geografo Giuseppe Dematteis [Dematteis 2011]. Ulteriori ricerche hanno peraltro messo in luce che i nuovi abitanti delle Alpi non erano solo “cittadini risoluti” che si insediavano nelle valli per seguire un orientamento ideologico anti-urbano o per utilizzare a fini produttivi risorse (naturali ma anche culturali) proprie degli ambienti montani. Altrettanto o più numerosi erano quelli che sono stati definiti “montanari per necessità”, attratti verso le montagne da opportunità di lavoro o dal bisogno di ridurre i costi della casa o della vita [Membretti, Kofler, Viazzo 2017] e in buona parte provenienti dall’estero: nei comuni montani dell’Italia settentrionale gli stranieri regolarmente residenti sfioravano nel 2013 le 400.000 unità [Membretti, Lucchini 2017, 34].

Si doveva certamente a loro buona parte della crescita della popolazione complessiva dei 1.742 comuni alpini in territorio italiano, passata dai 4.099.036 abitanti registrati dal censimento del 2001 ai 4.311.692 del censimento del 2011, con un incremento del 5%. Indicatore ancor più significativo di un’inversione di tendenza diffusa era però la constatazione che tra i due censimenti solo il 27% dei comuni alpini italiani aveva perso popolazione, mentre nei due decenni precedenti i comuni che perdevano popolazione erano circa la metà. E anche in molti dei comuni in cui la popolazione continuava a diminuire si riscontravano flussi di immigrazione: l’analisi delle nuove iscrizioni alle anagrafi comunali faceva spesso emergere numeri piccoli, ma localmente rilevanti soprattutto quando si trattava di nuove famiglie o comunque di giovani che andavano a frenare l’invecchiamento demografico[4]. Ciò che emerge incontrovertibilmente da tutte queste cifre è il ruolo decisivo dell’immigrazione[5] non solo nell’invertire una tendenza demografica fino ad allora giudicata irreversibile, ma anche nel generare scenari che presentavano, dopo un lungo periodo che aveva conosciuto solo emigrazione, caratteri in gran parte inediti.

L’inversione di tendenza del primo decennio del XXI secolo è stata documentata e indagata soprattutto da geografi e pianificatori territoriali [Corrado 2010; Dematteis 2011; Löffler et al. 2011; Bender, Kanitscheider 2012; Dematteis, Corrado, Di Gioia 2014], ma non sono mancati studi antropologici. Di fronte all’insediamento nelle terre alte di “nuovi montanari” l’antropologia non ha potuto non chiedersi, innanzitutto, chi abbia titolo ad apprendere e trasmettere, e poi promuovere e valorizzare, le “culture locali”. Essendo il patrimonio culturale «frutto di una dialettica complessa di conservazione e di distruzione» [Bertolino, Corrado 2017, 15], non si stenta a comprendere perché questa dialettica possa farsi particolarmente vivace o persino aspra in situazioni di neopopolamento e ricambio della popolazione, e la trasmissione della cultura locale diventi dunque il fulcro di negoziazioni complesse non solo tra generazioni ma anche e soprattutto tra autoctoni e nuovi montanari [Steinicke et al. 2011; Membretti, Viazzo 2017]. Se lo spopolamento si era tradotto in impoverimento culturale, il ripopolamento delle montagne porterà a un arricchimento? Oppure la presenza di immigrati rappresenterà una minaccia per le culture locali, sia pure impoverite, specialmente quando i neomontanari si insediano nelle molte isole alloglotte che ospitano minoranze linguistiche? Quanto diverse sono le percezioni delle risorse culturali e paesaggistiche di una stessa località da parte di locali e immigrati? E in quale misura la scelta di trasferirsi in montagna è in effetti condizionata dall’accesso a risorse materiali? Esistono differenze di grado nella capacità di assetti istituzionali e politiche locali di agire come meccanismi di inclusione o esclusione, di favorire oppure ostacolare l’insediamento di nuovi abitanti?

Sono alcune delle domande che si sono posti gli studi antropologici condotti nelle Alpi italiane tra la fine del primo e l’inizio del secondo decennio del nuovo millennio e la cui pubblicazione si addensa intorno al 2015 [Zanini 2013 e 2015; Bertolino 2014; Fassio et al. 2014; Viazzo 2014; Viazzo, Zanini 2014; Fossati, Lebaudy 2016; Paini 2017; Raffaetà, Duff 2018]. Queste domande parevano destinate a dominare l’indagine antropologica per l’intero secondo decennio, ma proprio intorno al 2015 altri mutamenti, ancor più rapidi e spesso imprevedibili, hanno imposto con la forza dell’emergenza altre domande e altre strategie di ricerca. Anche se, come vedremo, la questione sollevata da Camanni – di chi sono le Alpi? – non ha certo perso di attualità.

Il secondo decennio: colpi di scena e accelerazioni

L’onda lunga dei primi dieci anni del nuovo millennio, caratterizzati da confortanti, seppur numericamente fragili, fenomeni di ritorno alla montagna lasciava supporre (o forse sperare) che questa tendenza si sarebbe mantenuta e rafforzata negli anni successivi. Un’attenta lettura dei dati ISTAT sull’andamento della popolazione residente nei comuni alpini tra il 2001 e il 2016 ha invece riservato una prima sorpresa rivelando che a partire dal 2013 la ripresa demografica stava segnando il passo, soprattutto nei comuni più piccoli [Dematteis, Di Gioia, Membretti 2018, 41-42]. L’auspicato ripopolamento alpino, su cui molto si era scritto, stentava a consolidarsi, e le numerose piccole esperienze virtuose sembravano non riuscire a tradursi in un reale, solido e ampio movimento di ritorno alla montagna. Intorno alla metà del decennio, il fatto veramente nuovo è però l’arrivo di nuovi abitatori delle Alpi (e ancor più degli Appennini) che “non scelgono”di insediarsi in montagna: ai migranti “per nascita”, “per scelta” e “per necessità” (migranti economici) si aggiungono i “montanari per forza”, rifugiati o richiedenti asilo[6]. L’irruzione sulla scena dei “montanari per forza” ha stimolato una nutrita serie di studi, spesso condotti in prospettiva interdisciplinare, all’interno dei quali però il contributo antropologico risulta spesso diluito in un dialogo a più voci con sociologi e geografi o nella presentazione di esperienze concrete di accoglienza in montagna [Dematteis, Di Gioia, Membretti 2018; Perlik et al. 2019].

Uno dei tratti che differenzia la migrazione forzata dalle altre forme di neopopolamento delle terre alte è ovviamente il suo carattere strutturalmente transeunte. Si tratta infatti di una presenza in linea di principio temporanea, ma ci si è domandati se essa non potesse divenire almeno in parte stabile grazie a progetti ben mirati di inserimento socio-lavorativo. Questa presenza si è tuttavia dimostrata transeunte in un diverso senso. A far sì che i progetti di accoglienza si siano moltiplicati anche nei territori montani è stata la crescita esponenziale in Italia del numero di domande di asilo, da meno di 27.000 nel 2012 a oltre 123.000 nel 2016[7]. Già nel 2017, tuttavia, il numero di coloro che avevano richiesto protezione era salito solo di poco e nei due anni seguenti, come ben noto, si assiste a un vero e proprio crollo che si intreccia da un lato con le caratteristiche strutturali di profonda eterogeneità a livello territoriale del sistema di accoglienza e dall’altro con l’introduzione del “Decreto Sicurezza” (D.L. 113/2018), che ha ridotto le risorse a disposizione per i progetti di accoglienza e ristretto significativamente i criteri per potervi accedere [Giovannetti 2019; Galera, Giannetto, Ravazzoli 2019].

Parallelamente alla rapida crescita e all’ancor più rapido declino degli studi sui “montanari per forza”, si sono sviluppate due differenti linee di indagine. La prima nasce dalla crescente consapevolezza della necessità strategica di un impegno per lo sviluppo delle “aree interne”, in massima parte montane [De Rossi 2018]. Sul piano della policy e della pianificazione territoriale ciò significa concentrare le indagini sui deficit di cittadinanza che spesso caratterizzano questi territori – in termini di diritto alla salute, all’istruzione, al benessere – per comprendere come il sistema di welfare si scontri con le specificità di comunità molto differenti fra di loro, ma accomunate dalla verticalità e dalla dispersione tipica dei territori montani.

L’altra linea di ricerca è lo studio antropologico dei mutamenti climatici e ambientali. Le Alpi e i suoi ghiacciai sono da sempre terreno privilegiato per osservare i mutamenti climatici: lo erano stati già nella prima età moderna per gli atterriti abitanti delle alte valli intorno al Monte Bianco, lo sono stati più tardi per glaciologi [Monterin 1937] e storici del clima [Le Roy Ladurie 1972]. Oggi non meno di ieri le Alpi si prestano eminentemente al ruolo di “sentinelle” dei cambiamenti climatici e ambientali, e non è casuale che si siano trovate spesso a diventare arena politica in cui si dibattono – acquistando particolare visibilità anche per ragioni simboliche – questioni che direttamente o indirettamente hanno a che fare con la tutela o i diritti stessi dell’ambiente e della natura. Se il caso più eclatante è certamente quello della val di Susa e del movimento di opposizione No-Tav [Aime 2016], antropologicamente non meno interessante appare la controversa questione del ritorno del lupo sulle Alpi [Verona 2016, 88-100].

L’arrivo del terzo decennio è stato segnato da un altro inatteso e ancor più violento colpo di scena, l’epidemia di Covid-19, che ha avuto un impatto immediato anche sulla ricerca antropologica. Se da un lato il tema dei “montanari per forza” è stato ormai quasi espunto dal dibattito pubblico, dall’altro l’emergenza in corso sta imponendo una ricontestualizzazione sia delle riflessioni sul cambiamento climatico, sia di quelle sulle aree interne alla luce delle attuali condizioni sanitarie. Le fragilità territoriali delle Alpi italiane rimangono dunque oggetto di attenzione, ma impongono prospettive e problematiche in parte nuove, dettate dall’urgenza di immaginare quale futuro si possa ipotizzare per le comunità alpine in uno scenario post-pandemico[8].

Di chi sono le Alpi oggi?

Dopo aver fornito uno sguardo d’insieme su un ventennio ricco di mutamenti, è ora il momento di vedere più da vicino come questi mutamenti siano stati osservati e analizzati antropologicamente, partendo da quella che potremmo definire “nativizzazione” della ricerca. Il grande sviluppo che l’antropologia alpina ha conosciuto nella seconda parte del XX secolo deve molto ai numerosi studi condotti da quelli che Norbert Ortmayr ha chiamato Amerikaner in den Alpen, in realtà ricercatori provenienti anche dalla Gran Bretagna e da altri paesi del “nord dell’antropologia” [Ortmayr 1992]. L’antropologo tedesco Werner Krauss ha recentemente ricordato come, nel contesto svizzero in cui ha condotto le sue indagini verso la metà degli anni ’80, abbia dovuto fare i conti – negoziare [Krauss 2018], per usare un concetto su cui ritorneremo – con la presenza di ricercatori autoctoni formatisi nella tradizione della Volkskunde, assai diversa dagli orientamenti teorici più “moderni” di cui si faceva portatore, e come dal dialogo non sempre facile fra questi due differenti posizionamenti sia derivato uno sguardo ricco e complesso sull’ambiente alpino. È un ampliamento e integrazione di prospettive che già Ortmayr aveva d’altra parte riconosciuto [Ortmayr 1992, 134]. L’apporto di Amerikaner e altri antropologi stranieri è stato assai significativo anche per lo studio delle Alpi italiane: dalle ricerche fondamentali sul confine fra Trentino e Sud Tirolo di John Cole e Eric Wolf [Cole, Wolf 1974], passando attraverso quelle di poco posteriori di Frederik Bailey [Bailey 1973] e Sandra Wallman [Wallman 1977] nelle Alpi piemontesi, per giungere a quelle di Patrick Heady [Heady 1999] in Carnia. Già negli anni ’90, ma soprattutto nell’ultimo ventennio, gli antropologi stranieri sono (purtroppo, ci sentiamo di dire) pressoché spariti lasciando il monopolio della ricerca a colleghi italiani – quasi sempre provenienti da regioni alpine – le cui indagini sono state in parte condizionate nei tempi e negli obiettivi da committenti istituzionali che hanno spesso rivestito ruoli importanti nel finanziare progetti di ricerca nati per avere ricadute sul territorio.

Come testimoniano i ricordi di Krauss, non sono mancate (e non solo in Italia) tensioni su chi avesse diritto a fare ricerca in area alpina. Ma al di fuori dell’ambito delle relazioni accademiche la domanda “di chi sono le Alpi?” continua a riproporsi: da chi sono composte le comunità alpine? Chi può legittimamente definirsi montanaro? Cosa vuol dire abitare la montagna? Chi può o deve avere parola nell’indirizzare il futuro delle Alpi italiane? Sono passati quasi vent’anni da quando Camanni aveva per primo sollevato questo insieme di questioni, e dieci da quando un convegno le aveva poste al centro di un confronto interdisciplinare [Varotto, Castiglioni 2012]. In questo arco di tempo, le indagini etnografiche e le riflessioni antropologiche stimolate da questi interrogativi hanno portato alla luce un panorama complesso, eterogeneo, multiforme, dal quale tuttavia sembra emergere in modo limpido l’importanza di ricorrere a un concetto chiave, classico non solo per gli studi antropologici in generale, ma per quelli alpini in particolare [Rosenberg 1988], ovvero quello di negoziazione [Membretti, Viazzo 2017]. Nelle prossime righe proveremo a mostrare come questo concetto, se fatto dialogare con quello di vuoto, consenta di proporre una lettura sfaccettata delle complesse relazioni fra i vari attori che abitano lo spazio alpino contemporaneo. Ci chiederemo, in conclusione, di chi siano le Alpi oggi, e quali scenari si possano ipotizzare per gli anni a venire.

Nel paragrafo precedente si è detto come le indagini etnografiche condotte nel decennio che va approssimativamente tra il 2005 e il 2015 abbiano sondato in profondità il rapporto fra i cambiamenti nella composizione delle comunità alpine, dovuto al turnover demografico, e le dinamiche di trasmissione culturale. Il concetto di negoziazione si è rivelato essenziale per comprendere fenomeni complessi come la trasmissione e valorizzazione della memoria e del patrimonio culturale immateriale [Zanini 2015] e materiale [Porcellana, Gretter, Zanini 2015], la tutela e la salvaguardia delle comunità di minoranza linguistica [Porcellana, Diémoz 2014], il recupero architettonico e abitativo di borghi ormai quasi completamente spopolati [Bertolino 2014]. Ad accomunare gran parte di questi studi è la constatazione di come sovente una precondizione importante per attuare pratiche innovative sia la disponibilità di “spazi vuoti”, dando così ragione a Francesco Remotti quando sostiene che la creatività culturale «ha bisogno di spazio entro cui esprimersi»[Remotti 2011, 292]. Lo spopolamento che ha svuotato ampie porzioni delle Alpi italiane, disastroso sotto moltissimi aspetti, ha in alcuni casi creato condizioni che hanno favorito dinamiche opposte di neopopolamento e rilancio economico [Viazzo, Zanini 2014].

Il caso dei richiedenti asilo ospitati nelle montagne italiane ci consente però di mettere in evidenza altri e non trascurabili aspetti dell’intreccio fra negoziazione e vuoto. Una delle ragioni alla base della decisione di redistribuire sul territorio nazionale contingenti di richiedenti asilo e protezione internazionale è da individuarsi nella volontà di sfruttare gli spazi vuoti disponibili anche a livello abitativo nelle zone più interne e marginali, adottando l’espediente retorico di presentare i nuovi “montanari per forza” come risorsa potenziale per la valorizzazione di comunità altrimenti destinate al declino o all’abbandono [Perlik et al. 2019]. Questo ha creato processi di negoziazione plurima che hanno coinvolto non solamente vecchi e nuovi abitanti, ma anche le istituzioni e le agenzie locali che gestiscono e organizzano concretamente le pratiche dell’accoglienza. Un dialogo a più voci, dunque, che però paradossalmente riduce le possibilità effettive di negoziazione da parte dei nuovi arrivati così come delle stesse comunità locali, spesso non coinvolte nelle fasi decisionali.

Nel corso degli ultimissimi anni, tuttavia, per l’antropologia alpina il concetto di “negoziazione” ha acquisito un’accezione più ampia e complessa a seguito dell’irrompere nel dibattito antropologico da un lato della cosiddetta “svolta ontologica” e della nozione di Antropocene [Moore 2015; Tsing 2015] e dall’altro delle tematiche legate al cambiamento climatico in corso. Lo mostra bene Werner Krauss nell’articolo già ricordato. Formatosi in un periodo in cui le Alpi erano terreno di elezione per lo studio (antropocentrico) delle relazioni tra popolazione e risorse [Netting 1981], muovendo dall’osservazione del paesaggio alpino Krauss sostiene convincentemente la necessità di quel decentramento della prospettiva antropocentrica che ha segnato il passaggio dall’antropologia ecologica classica a una antropologia più propriamente ambientale [Crate 2011]. L’antropologo tedesco ci descrive un vivace e animato mondo alpino popolato (o ripopolato) non soltanto da antichi originari e nuovi montanari ma anche da nuovi abitanti non umani, alcuni da poco arrivati, altri prima trascurati dagli etnografi. Il paesaggio alpino non può più essere visto come semplice piattaforma per l’agentività umana, ma si disegna piuttosto come groviglio di relazioni tra attori umani, biologici, geologici e meteorologici e come tale impone modalità di negoziazione diverse [Krauss 2018, 10].

Ormai da alcuni anni il dibattito circa il rapporto fra abitanti umani e non umani delle montagne si è accesso intorno alla presenza soprattutto dei grandi predatori come il lupo e l’orso, considerata più o meno legittima e accettabile a seconda dei punti di vista. Se a livello teorico ed epistemologico l’antropologia si sta muovendo verso una cornice interpretativa all’interno della quale l’essere umano è inestricabilmente entangled con altri attori non umani, l’indagine etnografica non cessa di far emergere emicamente una molteplicità di situazioni e rappresentazioni in cui il rapporto e soprattutto la convivenza fra uomo e animale si mostrano in tutta la loro complessità e, non di rado, difficoltà. Ci conferma così che le Alpi sono diventate luogo di inedite negoziazioni, che mettono a nudo posizioni anche assai diverse, quando non inconciliabili, all’interno delle comunità alpine e, forse in misura ancor maggiore, tra chi in montagna vive e chi invece guarda o pensa alle montagne da lontano.

È su quest’ultimo snodo che si articola anche il dibattito intorno al cambiamento climatico. Uno dei malati più gravi, e certo tra i più osservati, è il simbolo per eccellenza delle Alpi, il Monte Bianco [Dall’Ò 2019]: lo testimoniano eloquentemente l’allarme suscitato nel settembre del 2019 dai rischi di crollo del ghiacciaio di Planpincieux e l’eco mediatica che questa impressionante dimostrazione degli effetti del riscaldamento globale ha ricevuto a livello internazionale. Pochi mesi prima un gruppo di ricercatori guidato dall’antropologo Ben Orlove aveva peraltro mostrato, sulla base di ricerche etnografiche condotte nelle Ande peruviane, nella catena nordamericana delle North Cascades e in Sud Tirolo, che il ritiro dei ghiacciai viene percepito diversamente da coloro che guardano alle montagne da lontano e da coloro che invece ci vivono: mentre i primi utilizzano un «climate change frame» che fissa l’attenzione sui mutamenti globali e sulla necessità di soluzioni globali, i montanari adotterebbero prevalentemente un «community frame» focalizzato sull’azione a livello locale e che non di rado porta a riconoscere nei cambiamenti climatici in atto anche potenzialità positive [Orlove et al. 2019].

Sono ricerche che confermano l’utilità – forse l’indispensabilità – di quelli che vengono comunemente definiti “studi di comunità”. Ma almeno per le Alpi italiane si pone, più di vent’anni fa, l’interrogativo ineludibile su cui ripetutamente siamo tornati in questo articolo: chi sono oggi i montanari, da chi sono composte quelle che Orlove e colleghi chiamano frontline communities? Non solo: la ricerca diretta da Orlove ci ricorda che la percezione delle conseguenze dei mutamenti climatici, o la visione dei modi di convivenza che dovrebbero instaurarsi tra umani e animali, tende a variare fortemente in ragione della distanza. Come ha confessato in una recente intervista lo scrittore Paolo Cognetti, «il mio rapporto con la montagna cambia radicalmente a seconda se sono lì – al suo cospetto – oppure no. Mi rendo conto, cioè, che il suo potere simbolico cresce proporzionalmente alla distanza che mi separa da essa» [Costa 2018, 30]. La distanza dunque conta, e non si può ignorare che sono coloro che abitano lontano ad avere spesso maggior peso politico e ideologico.

Nel suo libro Un mondo negoziato, Harriet Rosenberg, a cui si è fatto un rapido accenno, aveva mostrato come località alpine che negli anni ’60 del XX secolo si erano ridotte a periferie spopolate, economicamente arretrate e politicamente passive, fossero state in grado, nel passato, di negoziare le proprie sorti con il potere centrale [Rosenberg 1988]. Il recente neopopolamento spinge le Alpi ad essere nuovamente un “mondo da negoziare” tanto all’interno delle comunità locali, in virtù della diversificazione che le va caratterizzando, quanto con l’esterno. Ragioni ecosistemiche globali e di interesse sociale generale vorrebbero che le Alpi fossero considerate un bene comune e che a una visione “proprietaria” delle risorse locali di sostituisse un’etica della stewardship in cui tali risorse vanno viste come una eredità comune che trascende i confini locali e di cui, per riprendere quanto scriveva Messner, coloro che vivono in montagna oggi sono solo «gli amministratori momentanei». Non sembra azzardato supporre, però, che su questo punto le frontline communities di cui parla Orlove possano non essere – o per lo meno non del tutto – d’accordo. Se Camanni aveva sicuramente ragione nel mettere in guardia contro l’azzardo di scelte locali dettate da interessi particolari, non si stenta a vedere quali rischi comportino scelte (o posizioni ideologiche) sovralocali che si mostrino sorde alle voci, anche discordi, che provengono dalle valli alpine. Ancora una volta, dunque, di chi sono le Alpi? In un dibattito pubblico che pure si attende dalla ricerca risposte rapide e nette, l’antropologia deve imporsi di assolvere il proprio compito di catalizzatrice di una molteplicità di voci e promotrice di processi di dialogo che riescano, infine, a far emergere adeguatamente la complessità delle negoziazioni che quotidianamente attraversano il tessuto sociale e ambientale alpino.

E domani? Verso un nuovo laboratorio alpino

Se il decennio che si è appena concluso è stato caratterizzato da un’accelerazione delle dinamiche di mutamento e da non poche sorprese, il terzo decennio si è presentato sulla scena con un coup de théâtre clamoroso: l’epidemia di Covid-19, che non ha soltanto travolto i sistemi sanitari e paralizzato la vita sociale e economica, ma anche posto in seria difficoltà la ricerca, soprattutto antropologica. Prima di lasciare spazio alle prospettive “post Covid-19”, e di delineare possibili scenari futuri per le Alpi italiane e per la ricerca antropologica in area alpina, è bene tuttavia fare un passo indietro per dedicare qualche riga alla proposta, avanzata da Fabrizio Barca e che coinvolge da vicino la montagna italiana, di una Strategia Nazionale per le Aree Interne del paese, il cui obiettivo è quello di promuovere in senso ampio lo sviluppo delle aree marginali [De Rossi 2018; Cersosimo, Donzelli 2020], partendo proprio dalla constatazione che la fragilità demografica su cui ci siamo soffermati sia contemporaneamente causa ed effetto della marginalizzazione delle aree interne. I processi di marginalizzazione che coinvolgono ampie porzioni della montagna italiana sono un tema già affrontato dalla letteratura antropologica [Teti 2017; Bonato 2017] e non è casuale che nel folto gruppo di ricercatori che hanno preso parte all’intensa e stimolante attività di studio sulle aree interne avviata dalla Strategia Nazionale siano coinvolti due eminenti antropologi – il già citato Vito Teti e Pietro Clemente – che in contesti e momenti differenti si sono entrambi occupati del mutamento sociale e culturale in corso nelle montagne italiane, e che sono stati chiamati in questo caso a riflettere su due dialettiche che sembrano caratterizzare in modo pregnante il contesto montano, ovvero quella fra nostalgia e futuro [Teti 2018] e fra ibridazioni e riappropriazioni [Clemente 2018].

Se l’attenzione antropologica si è spesso orientata verso gli effetti culturali della marginalizzazione, quali il declino dei saperi tradizionali e l’indebolimento delle lingue minoritarie, il dibattito interdisciplinare sviluppatosi intorno alle aree interne sollecita ora a chiedersi, anche alla luce dell’emergenza sanitaria in corso, quale sia il ruolo possibile dei servizi nei territori montani, muovendo dall’osservazione della dimensione fortemente territoriale delle diseguaglianze nella mobilità e in ambito sanitario ed educativo, e dal deficit di cittadinanza che ne deriva. I territori montani, con i loro vuoti demografici e sociali e con le loro fragilità strutturali, costituiscono un banco di prova stimolante per ragionare su categorie classiche del pensiero antropologico, come il concetto di comunità e le sue sfumature più strettamente territoriali, consentendo di muovere un passo verso una lettura antropologica delle politiche – socio-assistenziali e di welfare in senso ampio – che agiscono sui e nei territori montani e pedemontani [Zanini 2019].

Pur senza la pretesa di proporre analisi che, stante la situazione attuale, sarebbero per lo meno affrettate, è indubbio che la crisi scatenata dall’arrivo del virus abbia riportato l’attenzione sui territori marginali e sulle comunità di montagna, sollecitando considerazioni in ambito politico, economico e assistenziale circa l’impatto dell’emergenza sanitaria sulle terre alte, riorientando le traiettorie di interesse e di aspettativa. Si torna a interrogarsi sulle necessità socio-assistenziali di territori marginali e popolazioni mediamente anziane, ma con una lente e una postura in parte nuove. La crisiha reso evidenti divari territoriali che erano già presenti e che si sono però palesati in tutta la loro violenza strutturale. Un esempio fra tutti è quello del digital divide che caratterizza le aree interne in generale e le aree montane in particolare e che, rendendo assai ardue le pratiche di smart working e di didattica a distanza, rischia di ampliare i divari già esistenti.

Un ultimo elemento merita di essere preso in esame. Nei mesi drammatici caratterizzati dal deflagrare dell’epidemia e dal conseguente lockdown, il tema dei borghi spopolati della montagna italiana è tornato prepotentemente in primo piano nel discorso pubblico. Se in una prima fase a colpire l’opinione pubblica è stata l’antitesi tra città come luogo di infezione e montagna come luogo stereotipico della salute, che rischiava di essere contaminato dalla presenza di cittadini infetti, in un secondo momento la prospettiva, pur partendo sostanzialmente dalla medesima lettura, si è ribaltata nel discorso pubblico. La pandemia sembra aver reso visibili borghi dispersi e spopolati, che sono ora presentati come scenari in cui immaginare un nuovo abitare comunitario, un vivere in armonia con l’ambiente, dove trovare accoglienza lontano dalla tossicità metropolitana. Può sembrare sorprendente e contraddittorio che questa immagine della montagna – emersa con forza nella tarda primavera del 2020, quando la “prima ondata” stava attenuandosi – venga tuttora proposta, nel momento in cui finiamo di scrivere questo articolo e una seconda ondata epidemica minaccia ancora più intensamente della prima la popolazione e l’economia alpine. Si tratta però di una contraddizione apparente, rivelatrice della coesistenza di visioni differenti del presente e del futuro socio-economico delle terre alte. Le pressanti richieste di una political intervention a sostegno immediato di un sistema economico esistente e in emergenza (sostanzialmente basato su un turismo di massa imperniato sullo sci alpino) si collocano infatti su un orizzonte temporale e su un piano politico del tutto diversi rispetto a policies di medio e lungo termine che immaginano per la montagna italiana una nuova economia “lenta” che fa affidamento sul potenziale innovativo del neopopolamento e su forme di turismo “dolce”[9]. Al di là dell’impatto retorico e mediatico, è comunque indubbio che l’emergenza abbia riportato in primo piano il discorso sulla montagna e la necessità di trovare forme e modalità per veicolare un discorso della montagna, che sia espressione di cittadinanza e di partecipazione – come dimostra l’importanza che sta assumendo il ruolo di advocacy che enti come l’UNCEM[10] stanno esercitando sul piano della policy nazionale. Si torna infatti a parlare di comunità, di diritti, di proprietà e di appartenenza, con sguardi e modalità anche ambivalenti che fanno emergere le “geometrie variabili” entro cui il termine comunità si muove sia nel discorso politico, sia nelle rappresentazioni di chi vi fa parte.

Ci si può allora interrogare su come queste dinamiche, queste accelerazioni e i cambiamenti molto evidenti che abbiamo messo in luce condizioneranno la ricerca antropologica. Nel paragrafo precedente abbiamo osservato come in Italia si sia prodotta una crescente “nativizzazione” e regionalizzazione dell’antropologia alpina, che si è inoltre, anche per ragioni legate alla progettualità e alle modalità di finanziamento della ricerca, progressivamente interdisciplinarizzata. Pur avendo avuto l’innegabile merito di contribuire alla messa in atto di pratiche partecipative e di coinvolgimento delle comunità locali [Porcellana, Stefani 2016], questa trasformazione non è tuttavia esente da criticità. Cornici istituzionali fortemente interdisciplinari, infatti, se da un lato cercano lo sguardo antropologico e sentono il bisogno di esplorazioni e approfondimenti di carattere etnografico, contemporaneamente però prevedono tempi di ricerca brevi, che certo hanno il vantaggio di stare al passo con la rapidità dei mutamenti in corso, ma raramente consentono un approccio, se non di lungo periodo, quantomeno abbastanza esteso da poter garantire una sufficiente profondità di descrizione e analisi. L’impatto devastante dell’emergenza sanitaria sulla pratica della ricerca etnografica sul terreno – specialmente del fieldwork in contesti “esotici” extra-europei – lascia presagire una almeno parziale riconversione della ricerca, che nelle Alpi potrebbe trovare un’area ricca di “capitale etnografico”. Se da una parte questo comporta il rischio di “ipernativizzazione” di una ricerca forzatamente di prossimità, dall’altra ci sono indizi che la situazione venutasi a creare stia tornando a fare delle Alpi un laboratorio prezioso, quale era già stato nella seconda metà del secolo scorso quando Eric Wolf aveva definito le Alpi «un magnifico laboratorio» per analizzare le relazioni fra ambiente e forme sociali [Wolf 1972, 201]. Un laboratorio, ora, dove osservare e studiare – perché più evidenti, e forse più drammatiche – fragilità sociali e territoriali a cui si contrappongono le variegate e multiformi risposte comunitarie.

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[1] Pur essendo ben noto che il versante meridionale delle Alpi è costellato di isole alloglotte e presenta una molteplicità di situazioni di contatto che non hanno mancato di stimolare studi antropologici, a partire da quello classico di Cole e Wolf su due località adiacenti, una di lingua romanza e l’altra germanofona, nell’alta Val di Non [Cole, Wolf 1974].

[2] Con la vistosa eccezione dell’Alto Adige/Südtirol, dove si riscontravano e si riscontrano tuttora un saldo demografico naturale più favorevole, tassi più elevati di occupazione e forme di organizzazione socio-economica di lungo periodo che lo accomunano al Tirolo e più in generale alla maggior parte delle Alpi austriache [Bätzing 2005, 360-362; Convenzione delle Alpi 2015, 30-64].

[3] La stesura dei primi due paragrafi di questo articolo, frutto di ricerca e riflessione comuni, si deve a Pier Paolo Viazzo, quella dei due seguenti a Roberta Clara Zanini.

[4] Per un bilancio demografico del decennio intercensuale e degli anni immediatamente successivi si rimanda a Dematteis, Corrado, Di Gioia [Dematteis, Corrado, Di Gioia 2014, 43-64] e Convenzione delle Alpi [Convenzione delle Alpi 2015,17-62].

[5] Con la sola parziale eccezione, ancora una volta, dell’Alto Adige/Südtirol, dove la popolazione, anche in presenza di saldi migratori talvolta negativi, si mantiene stabile o addirittura cresce grazie a saldi naturali positivi [Dematteis, Corrado, Di Gioia 2014, 44; Convenzione delle Alpi 2015, 38].

[6] Nel prossimo paragrafo vedremo più nel dettaglio quali caratteristiche strutturali delle terre alte italiane ne abbiano favorito l’individuazione come potenziale contesto di accoglienza.

[7] Quaderno statistico del Ministero degli Interni per gli anni 1990-2017, <http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/quaderno_statistico_per_gli_anni_1990-2017_ok.pdf > (visitato il 26.7.2020).

[8] A questo proposito si segnala il numero monografico della rivista «Dislivelli», intitolato La montagna italiana al tempo del coronavirus (n. 104, 2020, <http://www.dislivelli.eu/blog/newsletter>).

[9] A questo contrasto tra forme di turismo montano, e alle debolezze dell’industria dello sci messe a nudo dalla crisi sanitaria e dal dibattito di fine 2020 sulla riapertura degli impianti, è dedicato un recentissimo numero monografico di «Dislivelli», eloquentemente intitolato Non di sola pista (n. 107, 2020, <http://www.dislivelli.eu/blog/newsletter>).

[10] Unione Nazionale Comuni, comunità ed Enti Montani.

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