Saggio sulla fortuna

Saggio sulla fortuna

Le casualità fortuite nelle traiettorie biografiche delle giovani milanesi

Edda Orlandi

Università degli Studi di Milano

Abstract. The topic of luck has recently attracted new interest in anthropological literature, focusing on its role in understanding economic cosmologies. Lucky chances stand out in comparative perspective as a crucial cultural theme in contemporary western society, where the notion that unpredictability is a key feature of the social world is emphasized. I explore this topic in a research based on in-depth interviews with young women having finished education during the post-crisis years in Milan. A comparison is drawn between the narratives of university educated women and women who left school early.

Keywords. Luck; chance; uncertainty; youth; women.

Introduzione

La rilevanza dei casi fortuiti nello spiegare la realtà sociale è stata frequentemente oggetto di interesse teorico [Smith 1993], e non sono mancati scienziati sociali che ne abbiano riconosciuto il ruolo cruciale nella loro stessa vita [Becker 1994; Marshall, Robinson 2014]. Tuttavia, gli etnografi sono stati spesso inclini a liquidare i rimandi a caso e fortuna come residui di fatalismo arcaico [es. Banfield 2010; Bourdieu 1962] o spiegazioni scontate di come le cose sono ritenute accadere [cfr. Da Col 2012, 12]. In effetti, suggerisce Da Col [2012, 12], la spiegazione della realtà sociale attraverso le idee di caso e fortuna fa talmente parte del nostro dato per scontato che nasce insieme all’etnografia: Malinowski [2004] li cita come cause del successo delle spedizioni dei suoi argonauti, senza descriverne i termini trobriandesi.

Recentemente, la letteratura antropologica ha rivisitato le idee sulla fortuna e la loro assenza nell’esplorazione delle cosmologie economiche in diversi contesti culturali [Da Col 2012; Da Col, Humphrey 2012]. L’intuizione di Douglas [1979, 176] sulla fortuna come concetto cosmologico dominante nei sistemi sociali individualistici e competitivi dà spunto per un’esplorazione comparativa in cui la fortuna emerge come tema culturale centrale nella società occidentale contemporanea, associato all’idea che l’imprevedibilità è una caratteristica fondamentale del mondo sociale[1]. In questa imprevedibilità acquisisce particolare rilevanza la peculiare concezione della fortuna sorta in epoca moderna [Giddens 1991], legata al concetto di caso [Hacking 1990]. Questa spiegazione della vita sociale traduce l’atomizzazione delle esperienze nella percezione degli eventi biografici come contingenze casuali [Smith 1993, 526].

In questo articolo circoscrivo la mia esplorazione a quest’idea di fortuna intesa come caso fortunato[2], il verificarsi di una situazione favorevole grazie a una coincidenza, indipendente da un’intenzionale influenza umana [Goffman 1988, 153]: un caso dietro cui non è possibile individuare un merito o responsabilità. In particolare, investigo la frequente invocazione di questi casi fortunati come spiegazione dell’accadere di contingenze favorevoli da parte di molte giovani donne, emersa durante una ricerca su percorsi, vita quotidiana e aspirazioni nel contesto post-crisi. Confronterò queste narrazioni con quelle di altre giovani donne intervistate nella stessa ricerca, in cui questi riferimenti alla fortuna non compaiono e questi casi fortunati non «accadono».

Questo contributo rappresenta una prima esplorazione etnografica del concetto di «caso fortunato» come risposta all’instabilità che caratterizza le vite di queste giovani. Si inserisce come ulteriore spunto nella riflessione etnografica sulle forme che l’incertezza assume nella vita quotidiana [Matera 2017, 11], cui è stato recentemente dedicato un numero monografico in questa rivista. I contributi di Biscaldi [2017], Pozzi e Rimoldi [2017] ivi contenuti hanno già messo in luce le contraddizioni e le difficoltà che caratterizzano l’esperienza dei giovani e di chi vive in una situazione di marginalità nel contesto lombardo, acuitesi negli anni successivi alla crisi economica [cfr. Mancuso 2017, 24].

I casi fortuiti nella letteratura antropologica e sociologica

Tra le soluzioni escogitate per negoziare le incertezze della vita quotidiana [Da Col 2012, 2] la nozione che gli eventi accadono «per caso» è stata riconosciuta come una caratteristica distintiva del pensiero occidentale moderno. Già Merton [1992] aveva interpretato le idee di «Sorte, Caso, Fortuna» come concetti che permettono di «spiegare la frequente discrepanza tra meriti e ricompense, e di salvaguardare dalla critica la struttura sociale» [ibidem, 326], dato che la fortuna appare come «una strada aperta a tutti» [ibidem, 358]. Le idee sulla fortuna mettono in luce come qualcosa viene a essere considerato giusto e sbagliato, auspicabile o indesiderabile, in una società [Coram 1998].

In particolare, l’idea che la vita sia scandita da coincidenze fortuite presuppone un’apertura verso l’indeterminatezza e una problematizzazione del futuro [Giddens 1991, 110-111] che poggia su di una concezione dell’individuo come artefice del proprio percorso, e allo stesso tempo soggetto a eventi non attribuibili a responsabilità individuali. L’idea di caso tiene assieme queste due idee centrali nel nostro pensare la vita sociale [Hacking 1990]. Hacking ne individua come indispensabile retroterra culturale il concetto di legge statistica e «la scoperta che il mondo non è deterministico» [ibidem, 1], idea associata a una concezione individualistica e atomistica della persona [ibidem, 4]. Le nozioni di evento fortuito e fortuna impersonale sono collegate alle idee di caso, rischio e probabilità sorte in epoca moderna per accordare la concezione degli individui come artefici dei loro successi e la consapevolezza che ciò spesso non è vero [Mosko 2012, 34]. Questa idea di fortuna impersonale e legata al caso si fonda su una concezione di individualità che nega la dimensione sociale della costruzione del sé [ibidem][3].

Il ruolo dei casi fortuiti nelle biografie appare come particolarmente pertinente nel rendere conto della crescente incertezza che caratterizza l’esperienza dei giovani contemporanei, dominata da scelte contingenti e reversibili di fronte a un futuro pensato come imprevedibile [Du Bois-Reymond 1998] e carico di tensioni tra enfasi sulla scelta personale e impatto di eventi dominati da forze impersonali [Dwyer, Wyn 2001, 92]. Nelle discontinuità e reversibilità che caratterizzano le transizioni all’età adulta, la fortuna è vissuta come un elemento centrale nella capacità di cogliere opportunità [Thomson et. al. 2002], e i percorsi biografici sono descritti come un susseguirsi di snodi critici in un contesto di frammentazione e indeterminatezza [Holland, Thomson 2009, 452].

L’idea che le cose accadono «per caso» è un modo per legare l’interpretazione del passato e l’anticipazione del futuro plasmata da una visione del mondo neoliberista, che tiene assieme enfasi sulle scelte individuali e incertezza sui loro esiti [Graeber 2012, 25], mantenendo in equilibrio una concezione individualistica delle traiettorie biografiche con «la qualità estrinseca, contingente, attribuita alla fortuna» [Da Col, Humphrey 2012, 6].

Questa visione del mondo è stata collegata da Appadurai [2013, 295] a una concezione del futuro incentrata su di una «etica della probabilità» che si proietta su di un avvenire disseminato di insicurezze gestite da esperti del rischio. Sfondo di questa concezione della vita sociale sono il processo di finanziarizzazione della vita quotidiana [Martin 2002] e l’idea della scienza economica come «tecnologia del futuro» [Graeber, 39] che predice eventi plasmati da forze impersonali cui è necessario fare fronte individualmente [Beck, Beck-Gernsheim 2002]. Il futuro può così essere collettivamente calcolato ma per gli individui è dominato da una casualità che è solo possibile assecondare, prendendo decisioni rapide dagli esiti imprevedibili [Woodman 2009, 251]. In una quotidianità caratterizzata dall’esperienza di «ripartire continuamente da zero» [Sennet 1999, 82-84], la fortuna può essere una risposta «liberatrice» rispetto alla generazione di sempre «ulteriori incertezze attraverso un eccesso di soggettività» nel moltiplicarsi delle scelte [Da Col, Humphrey 2012, 7].

La possibilità di avvantaggiarsi dei casi fortuiti è in questo quadro una precondizione per potersi proiettare nell’avvenire come orizzonte culturale [Appadurai 2013, 285] in cui costruire delle traiettorie biografiche. In questo articolo esploro come queste possano essere immaginate grazie alla fiducia nell’accadere di casi fortunati oppure siano bloccate quando l’assenza di questi casi rende il futuro un orizzonte inimmaginabile. L’obiettivo è investigare la visione del loro posto nel mondo che queste giovani dipingono. Nel prossimo paragrafo descrivo la ricerca su cui si basa questa esplorazione, per poi procedere con questo confronto.

Il contesto della ricerca

Questo articolo si basa su ventotto interviste, raccolte a Milano tra il 2013 e il 2015, con giovani donne[4] che hanno terminato gli studi tra il 2008 e il 2012.

Le giovani donne sono state descritte come «il soggetto ideale della tarda modernità» [Harris 2004, 6], più adatte a perseguire quelle traiettorie non lineari che si rendono necessarie nella società del rischio [ibidem, 16]. Il particolare ruolo assegnato alle ragazze nei discorsi sulla necessità di percorsi in continua reinvenzione [Walkerdine 2003; Harris 2004; Gordon et. al. 2005], che si legano all’enfasi sulle casualità fortuite, fanno da sfondo all’ambigua percezione di opportunità e barriere legate al genere che le giovani sperimentano [O’Connor at al. 2002, 12]. Harris [ibidem, 37-45] ha messo in luce come l’enfasi su scelta e reinvenzione del sé contribuisca a creare, ma anche limiti, le loro opportunità, oscurandone le disparità. L’idea che le cose semplicemente «funzionano» grazie a coincidenze fortunate è stata identificata come una delle principali narrazioni sulle carriere femminili [Wagner, Wodak 2006], celante la fatica di comporre queste biografie in continua ridefinizione [Walkerdine 2003].

Da questo punto di vista per le giovani italiane il processo di transizione alla vita adulta è particolarmente incerto [Barbieri, Scherer 2009; Bertolini 2012, 116; Murgia, Poggio, Torchio 2012, 81]. L’incertezza si è ulteriormente aggravata negli anni successivi alla crisi del 2008, il cui protrarsi ha rimarcato la maggiore instabilità occupazionale femminile [Verashchagina, Capparucci 2014; Istat 2014a, 136]. In questo contesto si è accresciuto il divario tra le giovani donne più e meno istruite[5]. Queste ultime subiscono la concorrenza di giovani con maggiori credenziali educative e risorse culturali [Istat 2014b, 89] e l’aggravarsi di una già vulnerabile situazione occupazionale nella società della conoscenza [Walkerdine et. al. 2001; Harris 2004, 57-60; England 2010]. In questo quadro, la ricerca ha previsto un confronto tra percorsi di studio lunghi e brevi, assumendo il ruolo del capitale culturale (Bourdieu 2001) come risorsa fondamentale nel rendere conto della capacità (e possibilità) di muoversi nel contesto di generale restringimento delle opportunità sperimentato da queste giovani all’ingresso nel mondo del lavoro e nella vita adulta. La metà delle intervistate è laureata, l’altra metà dopo la terza media ha proseguito nella filiera professionale (o lasciato la scuola). Al momento dell’intervista le giovani laureate avevano tra i 25 e i 30 anni; le giovani meno istruite tra i 18 e i 26 anni[6].

Le trascrizioni delle interviste sono state organizzate con l’aiuto del software Nvivo, codificando i discorsi su caso e fortuna, indipendenza, lavoro, relazioni, crisi economica e futuro. Interrogarsi sul comparire o meno di «casi fortunati» in queste narrazioni ha permesso di collocare l’analisi dei modi in cui il futuro è anticipato nella vita quotidiana [Appadurai 2013, 285-300] nel quadro più ampio delle idee sul mondo economico, rapporti umani e moralità quotidiane [Da Col 2012].

I due paragrafi che seguono esemplificano la differenza tra narrazioni che ruotano attorno all’accadere di casi fortunati e quelle in cui questi non compaiono, e presentano le contrastanti rappresentazioni di una laureata specialistica (Marianna) e una qualificata professionale (Silvia). Le due narrazioni sono presentate nel loro svolgersi tra esperienze passate e aspettative future, dipendenti dal contesto sociale più o meno ricco di opportunità in cui queste due giovani si muovono e dalle diverse risorse culturali di cui dispongono. Questo permette di confrontare l’apertura o la chiusura delle traiettorie biografiche e delle visioni del futuro che emergono, a seconda dell’aspettativa che si presentino o meno delle «occasioni fortunate».

La fortuna di Marianna

Marianna (29 anni) tratteggia un percorso tipico tra le laureate intervistate, caratterizzato da diversioni e svolte, attraverso cui si è destreggiata con disinvoltura: una serie di eventi che si sono incastrati naturalmente e che la portano a essere soddisfatta della sua vita e poco preoccupata per il futuro.

Dopo le medie Marianna si iscrive al liceo linguistico perché da grande vuole «viaggiare», come suo padre (art director). Il caso entra in gioco già nella scelta dell’università: «ho incontrato dei compagni di liceo che facevano Mediazione linguistica, ho detto: facciamo questo…», «scelgo una lingua che facciamo in pochi. E ho scelto hindi», «è stato tutto un po’ così, un caso. E mi sono trovata in India… all’improvviso! ». Dopo un periodo in India Marianna è così affascinata da questa cultura che decide: diventerà una studiosa della società indiana. Si iscrive così a una laurea specialistica in scienze sociali.

Quando si sta per laureare però non sa se vuole diventare una ricercatrice o dedicarsi all’altra sua passione, la musica. La scelta avviene perché «guarda caso» la sua insegnante di musica le trova un lavoro estivo, e a settembre entra in una rinomata scuola di musica. Contemporaneamente, una fondazione le offre un impiego: «cercavano un part-time, io volevo un part-time…», «sono stata molto fortunata, spero di rimanere fortunata per il resto della vita… alla fine il lavoro non l’ho mai cercato…». Finita la scuola, Marianna viene chiamata da diverse scuole di musica per insegnare. Questo nuovo colpo di fortuna è citato da Marianna per spiegare la sua fiducia nel futuro e nella possibilità di realizzare le sue aspirazioni:

Non mi preoccupo. Un po’ perché ho avuto sempre questa fortuna di non ritrovarmi senza lavoro, in qualche modo il lavoro mi ha sempre trovata, anche le scuole dove insegno, non sono andata io a cercarle, mi hanno chiamata, qualcuno ha fatto il mio nome. Fortune, ripeto. Spero di continuare ad avere queste fortune nella mia vita. Io il mio, quello che desidero fare, lo sto riuscendo comunque a fare. E sono soddisfatta.

Il caso favorevole influenza la vita di Marianna anche nel percorso che la porta a vivere indipendentemente. Quando le chiedo di raccontarmi la sua uscita dalla casa dei genitori, mi risponde:

Anche lì, altra botta di fortuna! Se mi guardo indietro dico: ho avuto queste fortune! La fondazione per cui lavoravo ha preso in gestione un grande spazio… in quel periodo stavo cercando una stanza. Però facendo due conti dicevo: non ce la faccio. E quindi chiacchierando mi hanno detto: ma perché non sistemiamo l’ex appartamento del custode e ci andate a vivere tu e S., che era l’altro mio collega…

Dopo un paio di anni Marianna inizia a volere una «vera» casa e a dedicarsi alla musica a tempo pieno. Anche l’inizio della convivenza con il fidanzato è descritta come una coincidenza che si incastra perfettamente con la sua decisione di lasciare il lavoro part-time alla fondazione, e dunque anche la casa che la ospita:

Nel frattempo mi sono fidanzata… anche lì concomitanza di eventi, lui nel periodo in cui abbiamo iniziato a frequentarci ha comprato casa. […] Ha fatto il rogito, però casa sua non era pronta, doveva lasciare la stanza in affitto, e quindi per tre mesi è venuto a stare a casa mia. Vieni qui che c’è un sacco di spazio… e quindi lui prima è venuto a vivere da me, poi quando è andato di là sono andata a vivere con lui…

Per Marianna il futuro è imprevedibile, ma non minaccioso: ha fiducia nel fatto che le capiterà sempre qualcosa che la aiuterà realizzare i suoi progetti. Descrive così l’imminente «spartiacque» dei 30 anni: «va bene, non sono ricca, però ci sono, sono su quel percorso lì? Sto andando dove voglio? Ho costruito qualcosa? Ho qualcosa in mano? Va bene, vado avanti».

Silvia: disoccupata senza fortuna

Silvia (20 anni), invece, è passata attraverso una serie di aspettative disilluse che la portano a non vedere alcuno sblocco futuro. Per lei già la scelta dopo la terza media è descritta come una serie di strade sbarrate:

S: all’inizio volevo fare… avevo una vaga scelta, volevo fare veterinario, NO… volevo fare archeologia, NO… volevo fare artistico, NO…

R: scusa quando mi dici: volevo fare veterinario, no… volevo fare artistico, no…

S: perché non avevo… le basi. C’erano materie che ero sicura di non poter passare. Ad esempio fisica, chimica, non le potevo passare… oppure greco, latino… ero sicura al 100% di non riuscirci.

Anche nel percorso di formazione professionale intrapreso (operatrice della ristorazione) non mancano gli ostacoli: una bocciatura, le prime difficili esperienze di stage. Così Silvia ricorda il suo primo giorno di stage: «mi ricordo che avevo sbagliato un caffè macchiato e una signora si è lamentata. Questo mi ricordo, sì».

La stessa ricerca del lavoro è raccontata come una fatica, un lavoro in sé, che si contrappone nettamente alle occasioni capitate alla giovane laureata:

Mi sono fatta delle belle camminate. Tipo viale Certosa me la sono fatta tutta a piedi. E lì portavo in giro i curriculum come li porto adesso. E, nonostante tutto, guardo gli annunci su internet, mando il curriculum, mando l’email…

La descrizione di come si trova lavoro di Silvia si contrappone nuovamente al resoconto di Marianna: il lavoro è qualcosa che si merita, non qualcosa che ti capita. Mentre mi racconta delle sue infruttuose peregrinazioni alla ricerca del lavoro, le chiedo:

R: secondo te cosa serve per trovare lavoro? Chi trova lavoro?

S: eh, cosa serve!... per trovare lavoro serve prima di tutto la buona volontà. Devi avere voglia di andare a cercarlo, perché comunque il lavoro non ti bussa alla porta, magari! Se non hai voglia il lavoro non… una base di esperienza, la devi avere… o meglio, magari ti dicono, a noi non interessa l’esperienza, ma che sei attiva nel lavoro… insomma più che altro secondo me la cosa che devi avere è la voglia di andare a cercarlo.

Quando propongo se la fortuna può aiutare, e se possono aiutare conoscenze o raccomandazioni, lei rifiuta entrambe le idee. Del resto nel suo ristretto contesto (le sue uniche relazioni sono la famiglia, un paio di amiche e il fidanzato) le «raccomandazioni» non si presentano spesso e le «occasioni fortunate» ancora meno.

La madre è l’unica in casa che ha un’entrata costante (lavora come portinaia e fa pulizie). Il padre è disoccupato a seguito della chiusura del magazzino dove lavorava e il fratello si arrangia con lavoretti saltuari. Silvia è disoccupata e lo è stata quasi sempre nei due anni passati dalla fine della scuola. Le sue esperienze di lavoro sono state un impiego in nero e sottopagato come cameriera per alcuni mesi e una breve esperienza di lavoro a chiamata. Oltre a questo, molte di quelle che definisce «fregature»: colloqui finiti in nulla e prove non pagate. Alla domanda di che cosa abbia imparato nelle sue esperienze è categorica: «mi hanno insegnato che comunque non devo avere speranza, della serie è tutto positivo. Questo. La prima cosa che mi hanno insegnato è questa.»

Silvia non vede vie percorribili, per lei esistono solo impieghi in nero sottopagati o che richiedono «troppa esperienza». Pensa che continuare la formazione potrebbe avvantaggiarla, ma che non sia alla sua portata, e considera lo spostarsi impossibile sia per l’assenza di risorse, che per la paura di trovarsi sola. Si augura di poter fare presto «una mia esperienza di vita» con il fidanzato: «vorrei avere i miei spazi, le mie cose, vorrei crearmi la mia famiglia un giorno…» ma non vede come questo si possa realizzare. Dice di non vedere un futuro davanti a sé. Quando le chiedo se vorrebbe dei figli, mi risponde di sì, ma non adesso, perché «non ho un futuro da dargli, a mio figlio, non ho niente».

Ragazze fortunate e ragazze senza fortuna nel lavoro

Marianna e Silvia restituiscono due resoconti contrapposti: il primo dominato da una fortuna risolutrice di ogni impaccio, il secondo da un impegno e una buona volontà mai ripagati. Rappresentano due posizioni estreme che emergono dalla ricerca. Nelle interviste gli eventi che conducono a realizzazione personale e indipendenza sono spesso spiegati come coincidenze casuali. Questi casi fortunati sono stati ovviamente assenti nei racconti delle ragazze che non hanno sperimentato questi eventi. Inoltre, il loro mancato raggiungimento non è quasi mai stato attribuito alla sfortuna[7].

La descrizione degli eventi legati a indipendenza e realizzazione di sé come casi fortunati è collocabile nell’ambivalenza che caratterizza i processi di «individualizzazione al femminile» [Gordon et. al. 2005, 85; Beck, Beck-Gernsheim 2002, 56; Allen 2015]. Le giovani donne da un lato sono spinte verso un ideale di auto-realizzazione accessibile solo a una minoranza [Walkerdine 2003; Harris 2004], e dall’altro ne percepiscono le contraddizioni rispetto alle responsabilità della vita adulta [Gordon et. al. 2005; Brannen, Nilsen 2002, 57-60]. L’appellarsi ai casi fortunati permette di risolvere queste tensioni, che invece sono messe in luce quando la fortuna è assente.

Il lavoro è descritto da tutte le intervistate come indispensabile per raggiungere un’indipendenza e iniziare la vita adulta [cfr. Harris 2004, 42]. Tutte le laureate hanno un’occupazione, benché in molti casi precaria, con una retribuzione che non garantirebbe una piena indipendenza. Molte hanno però lasciato la casa dei genitori e la loro incerta situazione non è fonte di particolare preoccupazione. Le parole «caso» o «fortuna», compaiono in tutte le loro interviste. La nozione che la vita è disseminata di coincidenze si accompagna alla fiducia nella propria capacità di perseguire una propria strada, sia pure continuamente adattata alle circostanze. Questa fiducia non è minata, anzi è rafforzata, dall’esperienza di una fila di lavori, spesso in ambiti diversi. Se l’esperienza conferma che, «per fortuna» le cose si sono sempre aggiustate, un curriculum diversificato è una risorsa fondamentale in un mondo in cui niente è sicuro. Diverse delle giovani intervistate hanno sperimentato esperienze professionali eterogenee, e in alcuni casi svolgono contemporaneamente più attività. Valentina, dopo essersi specializzata in archeologia e diverse esperienze in cantiere, spiega di aver deciso di abbandonare il lavoro di archeologa perché lo riteneva troppo specialistico, dunque chiuso in termini di opportunità, e decrive così i benefici della sua attuale doppia attività professionale, che giostra tra una collaborazione in un ufficio pubblico che si occupa di eventi culturali e un’attività come animatrice per bambini nei musei:

V: non penso sia più possibile per la mia generazione avere il posto fisso come l’hanno avuto i miei genitori per 35 anni. […] Mi vedo come inevitabilmente a dover mettere assieme più tipi di attività in modo da avere… non dico un ricambio continuo, ma un andamento ad onda, dove non funziona una cosa ce n’è un’altra, se questo non va c’è questo… per comporre un’attività nell’ambito educativo, culturale, museale…

R: vediamo se ho capito: mi stai dicendo avendo più di una cosa, sono sempre sicura che qualcosa…

V: esatto… si va un po’ per suggestioni, magari lavoro da una parte, mi rendo conto che si può collaborare con una realtà simile… l’idea di avere più risorse, ecco. Sento la necessità di avere più risorse, sia economiche, ma anche dal punto di vista… di spunti, ecco. Se una cosa non riesco a farla da una parte, riesco a farla dall’altra. [Valentina, 30 anni, collaboratrice in un ufficio comunale e guida museale]

I percorsi delle laureate sembrano guidati da un talento istintivo nel reinventarsi e adattarsi alla continua evoluzione dell’economia della conoscenza. In un mondo in cui nessuno sa «cosa devi imparare perché in futuro qualcuno abbia bisogno di te» [Beck 2000, 6] il continuo riconvertirsi diventa una risposta necessaria per costruireil proprio progetto di sé [Giddens 1991, 142-143].

In questo contesto, paradossalmente, è la propensione al continuo cambiamento che permette di immaginarsi un percorso futuro [cfr. Beck 2000, 101-102]. La possibilità di afferrare le occasioni fortunate combina l’affermazione della propria capacità di percorrere una propria strada e l’accettazione di un mondo in continuo cambiamento ma che non è possibile cambiare e mettere in discussione. Il futuro è così quotidianamente ricreato attraverso l’accadere di «casi» che si presentano come occasioni per realizzare le proprie aspirazioni.

Anche nelle aspirazioni di alcune giovani meno istruite, che hanno occupazioni esecutive nei servizi, le occasioni fortunate si combinano con l’idea di un lavoro di miglioramento e reinvenzione [cfr. Fenwick 2004] grazie a cui immaginare il futuro.

Nadia, che lavora nel negozio di una conoscente e si immagina riprendere gli studi e aprire un centro benessere, condivide la convinzione che la fortuna è fondamentale nel trovare lavoro. Parlando del modo in cui uno stage scolastico si è poi trasformato in una occupazione, nota:

N: […] poi effettivamente sono stata molto fortunata, a trovare subito un lavoro. Perché molte mie compagne sono uscite e non hanno ancora trovato niente, o lavorano in nero, oppure c'è quella che non ha voglia di trovare lavoro...

[Nadia, 20 anni, estetista part-time]

Certo, «dipende anche da te la fortuna, se stai a casa non ti cerca la fortuna! ». In effetti, alcune di loro hanno trovato un’occupazione grazie a contatti dei genitori, altre possono contare direttamente sulle risorse famigliari (un’attività di famiglia o uno spazio per iniziare un’attività autonoma). Queste ragazze hanno risorse economiche e relazionali che rendono possibile l’aspirare a intraprendere un’attività in proprio, riprendere gli studi o trovare un impiego migliore.

Quando all’esperienza e all’aspettativa di un «caso fortunato» dietro l’angolo si sostituisce l’impossibilità di trovare strade verso l’indipendenza per la mancanza di risorse che permettono di beneficiare di queste occasioni, il percorso di crescita è invece dipinto come una faticosa strada in salita in cui non c’è spazio per la fortuna. In queste interviste si sottolinea come il lavoro si meriti tramite l’impegno nel cercarlo: «non ti viene a bussare alla porta, sei tu che devi andare a cercarlo…», «se una persona non trova lavoro ed è a casa tutto il giorno, 365 giorni all’anno, queste due cose cozzano una con l’altra». Giulia, che ha sperimentato solo lavoretti in nero costantemente pagati 5 euro all’ora, dà, come Silvia, una rappresentazione meritocratica di cosa serve per trovare lavoro, quando le chiedo il suo parere in proposito:

G: di sicuro esperienza, e poi se vuoi fare la cameriera devi essere spigliata, se vuoi fare… dipende.

R: diverse ragazze mi hanno un po’ stupito, mi hanno detto: serve fortuna!

G: no, non serve… se tu hai esperienza comunque sei bravo in quel settore ti prendono… dipende da come ti poni, poi se hai esperienza secondo me… anche se tu fai esperienza all’estero e dopo torni, loro non è che la lasciano perdere… se nel curriculum c’è scritto solo stage, dicono, ah mannaggia… se avessi esperienza all’estero, secondo me avrei più opportunità. [Giulia, 20 anni, receptionist part-time in nero]

La loro esperienza personale contraddice però questa rappresentazione dell’impegno e della voglia di lavorare come mezzi per trovare il proprio posto nel mondo. La possibilità di comporre percorsi biografici in equilibrio tra rischi e opportunità è presclusa a coloro che non hanno la possibilità di «scegliere» [Giddens 1991, 86-87; Woodman 2010, 739-742]. La crisi ha ulteriormente messo in discussione, per le giovani meno istruite, la possibilità di attuare l’ideale di indipendenza individuale, escludendole come lavoratrici inadatte per le loro caratteristiche sociali incorporate come la collocazione di classe, l’atteggiamento, il background migratorio [McDowell 2012]. La sensazione di non saper mai fare la cosa giusta, essere la persona giusta (Skeggs 1997, Bourdieu 2001) si lega alla consapevolezza che alcune possibilità e scelte sono precluse perché inaccessibili e inadatte al tipo di persone che sono. Nel loro contesto sociale le opportunità di trovare lavoro sono scarse e limitate a lavoretti in nero, e sono consapevoli che per uscire da questi contesti occorrebbero risorse che non hanno. Melissa, una compagna di scuola di Silvia che ha, come le sue amiche, sperimentato solo lavoretti in nero, descrive la sua esperienza di stage in un grande albergo come un ambiente “superiore”, non adatto a una come lei:

M: Ho provato a fare la cameriera nell’hotel, è abbastanza difficile come tutti i lavori ma quello forse un po’ di più, perché devi essere tra virgolette perfetta, deve essere tutto al posto giusto, devi dire tutto giusto… devi essere più perfetta di quanto lo sei normalmente, lavorando. Perché devi avere un’immagine pulita di te in un hotel, devi dimostrare sicurezza, determinazione, ed essere pulita, devi fare vedere che sei una persona che ha voglia...

R: ti piacerebbe lavorare in un albergo?

M: no, non tanto, perché io non amo le persone perfette. Ciò non vuol dire che devi venire tutto sporco, non mi piace… la pulizia nel giusto. […] Io non sono una perfettina, non amo truccarmi, non amo tutte queste cose, per cui non posso andare d’accordo con un lavoro così alto. Superiore a me, tra virgolette.

[Melissa, 20 anni, attualmente disoccupata]

Le giovani disoccupate uscite dalla formazione professionale dipingono un mondo del lavoro che è loro precluso per mancanza di esperienza, autostima, istruzione o cultura e, nel caso delle giovani di origine straniera, per la provenienza. L’assenza di occasioni «fortunate» mette in discussione la descrizione di un mondo in cui tutto funziona incomprensibilmente bene (per sé) per coloro che sono in grado di cogliere le opportunità che si presentano, traducendosi nella sensazione di essere bloccate in un eterno presente [Brannen, Nilsen 2002] quando viene meno l’aspettativa di una casualità risolutrice.

Nelle cosmologie economiche delle giovani milanesi

Il modo in cui le giovani «fortunate» e «senza fortuna» riflettono su ciò che fa da sfondo al loro percorso è esemplificata dalle risposte di Marianna e Silvia al mio invito di ripensare a ciò che le ha influenzate nel diventare le persone che sono. Così risponde Marianna:

L’aver avuto la fortuna di poter fare quello che mi piaceva. Io comunque le scelte le ho sempre fatte pensando a cosa volevo fare in quel momento, cosa sentivo di fare in quel momento. E quindi pian piano le cose sono venute da sole, sono successe.

E così risponde Silvia:

Prima cosa i miei genitori. Perché comunque sono stati loro a farmi crescere, sono stati loro che mi hanno portato ad essere così, con difetti, pregi, tutto quello che un essere umano ha. Seconda cosa le amicizie, da una parte mi hanno aiutato, da una parte non ce la facevo, da una parte stavo male, avevo bisogno di qualcuno… […] E… alcune amicizie sono state invece non vere.

Per le giovani «fortunate» la nozione di caso fortunato diventa la chiave per tenere assieme idee potenzialmente contraddittorie in un mondo che funziona in modo tanto casuale quanto felicemente opportuno. La cosmologia della fortuna che sottende questa visione permette di rappresentare coerentemente il proprio percorso come condizionato da scelte e capacità individuali in un contesto che è però dominato da forze esterne ininfluenzabili; in cui l’affermazione della necessità di fare le scelte giuste non mette in discussione l’imprevedibilità dei loro esiti; in cui realizzare le proprie aspirazioni significa innanzitutto assecondare le circostanze in continuo mutamento.

In questa consonante rappresentazione non è interessante mettere a fuoco le relazioni che hanno permesso loro di essere così fortunate, o riflettere sul contesto più ampio in cui questa abilità di incessante adattamento si è resa indispensabile. Frequentemente si sottraggono dalle richieste di parlare di cosa stia succedendo in Italia o nel mondo, affermando di non essere in grado di parlare di cose di competenza degli «esperti», degli «economisti».

Rispetto al contesto di recessione economica in cui si stanno muovendo descrivono la crisi come un evento ciclico inevitabile in un mondo in continuo cambiamento («il cambiamento ha portato alla crisi. E la crisi porterà ad un altro cambiamento… a un nuovo equilibrio»). Allo stesso tempo, non vi è la percezione di una rottura netta. Le presenti difficoltà economiche sono percepite in continuità con il passato recente per queste giovani cresciute in una realtà di progressivo deterioramento delle condizioni di accesso al lavoro [cfr. Wieviorka 2012, 91]. Il confronto con il passato fa loro dire che, così come ce la si è sempre cavata, sarà possibile cavarsela in futuro. Le maggiori possibilità di istruzione, di viaggiare e lavorare di cui hanno beneficiato rispetto alle loro madri confermano loro di vivere in un mondo in cui insieme ai rischi si moltiplicano le occasioni, che, per fortuna, risolveranno gli snodi problematici che potranno presentarsi.

In questa visione l’equilibrio è dato dal continuo adattamento: se ti muovi (ti trasferisci, ti inventi una attività, cerchi un lavoro migliore) arriverà qualche occasione propizia. Il proprio progetto biografico deve essere costruito in equilibrio tra opportunità e rischi attraverso un continuo processo di ridefinizione che si basa su un ideale di autenticità auto-centrato [Giddens 1991, 75-80] di cui ciascuno è individualmente responsabile e creatore della propria traiettoria. In questa visione in cui la propensione al muoversi e al cambiare rappresenta la condizione per cogliere i casi propizi (e meritarseli), queste traiettorie flessibili e autocentrate sono immaginate come non vincolate da relazioni e legami:

Visto che sono in questa fase di inizio del lavoro mio, non ti so dire se sarò qua con due figli e faccio la veterinaria in un ambulatorio tranquilla, o a fare l’informatore dall’altra parte del mondo, o se ho preso lo zaino e sono in Africa. Spero di essere solo contenta, più tranquilla. Non ti so dire dove mi vedo, se ancora sposata, per assurdo, non so neanche quello, con figli… sicuramente con degli animali.

[Paola, 30 anni, laureata in veterinaria]

L: In quel momento ho pensato: se non trovo quello che voglio, io… ciao! tramite l’Informagiovani avevo visto che c’era un programma di scambio di aziende italiane in Australia… Eventualmente, ciao, vado!

R: quindi la tua priorità era il lavoro, anche se avevi questa relazione…

L: era il lavoro, era il lavoro. Perché comunque sentivo che… io ero a Milano per lavoro, principalmente. Adesso dico: io sono a Milano per lavoro, a C. per amore…. Però principalmente era il lavoro. Quindi io ricollegavo il mio equilibrio all’avere qualcosa di mio, di vedere realizzati i miei studi.

[Lisa, 27 anni, consulente fiscale]

Nelle società in cui non esiste l’idea di fortuna qualunque avvenimento ha una causa morale, rintracciabile nel riconoscimento degli stretti legami sociali in cui le persone sono immerse [Evans-Pritchard 2002; Howell 2012]. L’invenzione della fortuna impersonale slega gli individui da una relazione tra meriti e ricompense, e dalla dipendenza del proprio percorso da relazioni e legami. Questa concezione del ruolo della fortuna sostiene l’idea che è sempre possibile cavarsela individualmente, assecondando eventi influenzati da forze imprevedibili grazie alla capacità di reinventarsi. Secondo Sennet [1999, 140-146] questa esaltazione dell’indipendenza degli individui e del continuo cambiamento producono una visione della dipendenza reciproca come vergogna, erodendo fiducia, legami, e il senso di responsabilità verso altre persone. L’idea dell’individuo come monade autosufficiente distrugge il senso di obbligazione reciproca proprio in un contesto di crescente dipendenza da altre persone, reti e istituzioni [Beck-Gernsheim 2002, xxi].

Le contraddizioni latenti in questa visione emergono nei discorsi delle giovani «senza fortuna», che rappresentano un mondo in cui bisogna cavarsela grazie alle proprie forze e alla propria fatica, ciascuno per sé, ma in cui si è allo stesso tempo inestricabilmente legati, dipendenti e responsabili; un mondo in cui l’impegno e la buona volontà sono gli strumenti per raggiungere il benessere ma in cui vivono l’impossibilità concreta di impiegarli. Anziché essere estranee alle narrative individualistiche di creazione del sé, come suggerito da Skeggs [1997], queste giovani vivono piuttosto la contraddizione tra questo modello che non è alla loro portata e quello «dell’obbligo e della connessione nelle relazioni» [ibidem, 163-164], che egualmente è problematico per loro perché vivono con disagio una condizione di dipendenza.

Anche se nei loro discorsi non è chiaramente articolata una critica esplicita alla rappresentazione della presente situazione economica e del mondo sociale sorretta dalla casuale e propizia distribuzione di fortuna, questa è messa in discussione da due punti di vista. Sia la concezione dell’individuo come autosufficiente che la legittimazione di avere quello che si ha grazie alla propria adattabilità e capacità di cogliere opportunità diventano problematiche quando salta la fiducia nell’accadere di risolutori casi fortunati.

Da un lato, nelle loro interviste si trova spesso un richiamo all’importanza dei legami (in primo luogo famigliari) come forma di sostegno reciproco, e una critica di un mondo in cui ciascuno pensa per sé. Spesso provenienti da famiglie in cui il principale percettore di reddito è la madre, considerano l’avere un impiego come un indispensabile passo per iniziare la loro vita adulta, ma anche per sostenere e aiutare le famiglie d’origine, dati i «sacrifici» fatti per crescerle e le loro difficoltà economiche.

Io sono per l’aiutare i genitori. L’hanno sempre fatto con me… È una cosa che mi preme molto perché ci sono alcuni che dicono: «eh mia mamma mi ha chiesto 10 euro, che due scatole, ba ba ba…». Sì ma sai quanti te ne ha dati lei in tutta la tua vita? Quanti sacrifici ha fatto lei per te e tutto? È il minimo che puoi dargli 10 euro!

[Viola, 23 anni, disoccupata, precedentemente segretaria]

Devo pensare a farmi la mia vita, i miei soldi, a costruire il mio futuro, non posso dipendere sempre dai miei genitori. Già adesso quel poco che io ho riesco a darglielo, però non basta comunque per aiutare i miei che sudano. Io voglio fare qualcosa ma anche per il mio fratellino.

[Giada, 20 anni, badante notturna]

Dall’altro lato nei loro discorsi vengono enfatizzate l’affermazione della buona volontà, della voglia di lavorare, del non tirarsi indietro di fronte alla fatica come vie per raggiungere un benessere legittimato dagli sforzi fatti per ottenerlo. Allo stesso tempo vengono riportati esempi di come le cose non funzionino veramente così, di come il loro impegno nel cercare un’occupazione che permetta di non pesare sulle famiglie non porti a nulla. La consapevolezza dell’impossibilità di partecipare alla continua rincorsa ad adattarsi alle richieste del mercato del lavoro conduce a mettere in discussione aspettative sul lavoro in ultima analisi impossibili da raggiungere (la richiesta di sapere e saper fare qualunque cosa, di essere «perfette»). La mancanza di «fortuna» mette dunque in luce l’incoerenza tra una rappresentazione ideale che vede gli individui muoversi in un mondo impersonale (un Mercato del lavoro) in cui il raggiungimento del benessere è alla portata di chiunque si impegni a lavorare e l’idea che in questa qualcosa non torna, risultante dalle circostanze della diseguale distribuzione dei «casi fortunati», di cui non tutti si possono avvantaggiare. Questa assenza rende evidente come, senza queste soluzioni «immeritate», sia impossibile immaginare delle traiettorie future. La situazione di stallo che caratterizza la loro vita si proietta in una incapacità, e perfino non volontà, di parlare del futuro.

Se il futuro è immaginato tramite la riproposizione di un ideale di indipendenza e affermazione di sé, l’anticipazione di questo futuro nella propria vita quotidiana è però inattuabile perché la rappresentazione del mondo economico e sociale in cui ciascuna è individualmente chiamata a fare scelte e cogliere opportunità si scontra con mancata corrispondenza tra questa rappresentazione e la loro esperienza quotidiana. Molte di queste giovani prefigurano l’idea della vita adulta come legata alla formazione di una famiglia e alla maternità, ma non riescono ad immaginare come realizzare questa aspirazione, in mancanza delle risorse economiche necessarie. Questa sensazione di chiusura di fronte al futuro è evidente in questo stralcio dell’intervista di Giulia, che, dopo aver ragionato attorno alla sua difficoltà di immaginarsi tra dieci anni, dichiara di non pensare al futuro:

G: devo essere sincera, mi piacerebbe l’idea di avere un figlio ma non lo farei. […] Poi ora come ora non so neanche se lavorerò tra dieci anni. Avrò un posto di lavoro fisso? Ogni mese cambio un lavoro… devi provare a fare tutto… non è che dici sono uscita e faccio la pasticcera… non puoi permettertelo di dirtelo: invece trovi come cameriera o come commessa e quindi fai tutt’altro… però piuttosto che stare a casa a far niente e guadagnare tu lo fai. Poi non sono lavori che dici ti tengono fissi, non lo puoi sapere… come mi è capitato… da un giorno all’altro puoi rimanere a casa.

R: tu non pensi che la situazione potrebbe migliorare?

G: chi lo sa! Non lo so.

[…]

G: non so quale sarà il mio futuro…

R: ma non vuoi neanche provare ad immaginarlo?

G: ora come ora non ci penso, devo essere sincera.

[Giulia, 20 anni, receptionist part-time in nero]

La capacità di connettere l’esperienza quotidiana passata con il proprio proiettarsi nel futuro è una precondizione per agire e cambiare l’esistente [Mische 2009, 697]: una sconnessione tra gli orizzonti temporali si traduce nella sensazione di essere bloccate in una condizione di incapacità di agire nel presente quando il futuro è rimosso dall’orizzonte quotidiano. Le aspirazioni, ricorda Appadurai [2013, 187] sono «parti di più ampie idee etiche e metafisiche che derivano da norme culturali più generali». Nella cosmologia della fortuna associata alle biografie flessibili e istituzionalmente individualizzate la possibilità di aspirare è legata alla fiducia nell’accadere di casuali occasioni propizie da cogliere. Quando si è tagliate fuori dalla distribuzione di queste occasioni fortunate viene meno la possibilità di aderire alla descrizione di un mondo in continua evoluzione da rincorrere, e dunque l’esplorazione del futuro è resa impossibile dalla mancanza di esperienza nella possibilità di fare scelte, percorrere strade alternative e ripartire [ibidem, 188].

In conclusione

La moderna concezione della fortuna, impersonale e casuale, è stata descritta come un modo per tenere sotto controllo un’incertezza vissuta come inevitabile da parte di individui che devono risolvere la contraddizione di vedere i risultati delle proprie azioni sia come esiti delle proprie capacità e scelte, che come condizionati da forze incontrollabili e incomprensibili. Da questo punto di vista possiamo vedere le spiegazioni che chiamano in causa la fortuna come occasioni per esplorare il modo in cui le persone rendono conto dell’instabilità che stanno vivendo e l’indeterminatezza che ne deriva, in un contesto di crescente integrazione delle condizioni di incertezza nel mondo dato (la precarietà come condizione strutturale), in cui le condizioni sociali che fanno da sfondo ai percorsi individuali sono invisibili e considerate non rilevanti.

La descrizione del mondo in cui si muovono le intervistate «fortunate» rende pienamente conto di questa rappresentazione. Per le giovani dotate di risorse culturali e relazionali che permettono di immaginarsi intraprendere continuamente percorsi alternativi e cogliere opportunità, il percorso di crescita è rappresentato nei termini di eventi casuali che semplicemente «capitano» concorrendo a delineare una traiettoria che conduce a raggiungere una indipendenza dalla famiglia di origine, svolgere una professione soddisfacente e guardare a un futuro indeterminato, ma non preoccupante. Il meccanismo grazie al quale questo puzzle si può comporre viene spiegato appellandosi a una fortuna impersonale che permette di destreggiarsi in un mondo accettato come incerto e indecifrabile. Questo mondo appare così funzionare come deve e confortarle nella convinzione che, in qualche modo, le cose si aggiusteranno sempre. La fortuna rende conto della loro affermazione personale in quanto individui che hanno ciò che hanno grazie alla loro adattabilità e capacità di rinnovarsi. La possibilità di progettare e proiettarsi nel futuro è resa possibile proprio da questa fiducia nella propria adattabilità alle imprevedibili circostanze che si presenteranno. Questa necessità di adattamento non è vissuta come un limite alla realizzazione delle proprie aspirazioni, ma anzi ciò che permette di realizzarle, stimolare nuovi progetti e cogliere opportunità non ancora immaginate.

Nella cosmologia della fortuna che sta alla base di questa rappresentazione non c’è riconoscimento della diseguale distribuzione di queste "fortune" e non c’è possibilità di accordare il proprio impegno e intraprendenza con i risultati di questi sforzi, se non grazie all’idea della propensione ad assecondare il caso grazie al proprio intuito e adattabilità. Questa rappresentazione di casuale e indeterminato, ma equilibrato e scorrevole funzionamento del mondo, viene meno per le giovani che sono a priori escluse dalla «casuale» distribuzione di fortuna. Nelle loro narrazioni emerge la contraddizione tra la nozione che la situazione di ciascuno è il risultato delle proprie scelte e azioni e la consapevolezza che questo per loro non vale. L’assenza di opportunità nel presente fa saltare il legame tra esperienze passate e possibilità di proiettarsi nel futuro, che è ciò che permette di leggere la propria traiettoria biografica come un percorso in costruzione. Quando viene meno la fiducia nella propria capacità di cogliere le occasioni fortunate che possono presentarsi, infatti, viene meno anche l’idea che le cose “funzionano” grazie a un flusso di opportunità, in un equilibro in divenire tra situazioni di stallo e apertura di possibilità. L’impossibilità di agire nel presente rende per queste ragazze il futuro non solo inattuabile, ma anche inimmaginabile. Come evidenziato da Appadurai (2013), questa situazione di sospensione nella condizione presente mina a sua volta la possibilità di trasformare la loro ambivalenza verso la narrativa di come le cose dovrebbero funzionare in una visione alternativa, che permetta di immaginare il proprio posto nel mondo.

L’esaltazione della capacità di cavarsela comunque, senza sapere bene come, nell’incertezza delle traiettorie di vita delle giovani laureate contrasta con l’esperienza, per le giovani più svantaggiate, di trovarsi di fronte ad una serie di strade sbarrate. L’assenza di casi fortunati che contraddistingue la descrizione dei loro percorsi conduce a una incapacità di immaginare il modo di uscire da questa situazione di stallo e di proiettarsi in un futuro che non appare più come incerto, ma come certamente da rimandare a un più lontano e ancora invisibile orizzonte.

Le rappresentazioni dei percorsi biografici tra opportunità, vincoli e disparità nella realtà post crisi in cui queste giovani stanno vivendo fanno emergere divergenti rappresentazioni del mondo economico. La cosmologia della fortuna che fa da sfondo alla rappresentazione di un mondo in continua evoluzione in cui reinventarsi incessantemente permette proiettarsi in un futuro immaginabile anche se imprevedibile. Quando vengono meno i casi fortunati, emergono le contraddizioni di questa rappresentazione e viene meno la possibilità di immaginare una traiettoria biografica.

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[1] Per contro, il concetto di fortuna non esiste in quelle società che hanno efficacemente espulso l’imprevedibilità dalla vita quotidiana [Gow, Margiotti 2012].

[2] La particolare rilevanza di quest’accezione dell’idea di fortuna è argomentata nel paragrafo successivo.

[3] Il confronto è con la nozione di persona individuale discussa da Strathern [1988]: la concezione melanesiana della persona come insieme di relazioni. Le cosmologie delle società in cui non esiste il concetto di fortuna impersonale rimarcano la stretta dipendenza e responsabilità di ciascuno nella rete di legami che costituisce la comunità.

[4] I loro nomi sono stati cambiati, a tutela della riservatezza delle intervistate. Alcuni dettagli biografici sono stati modificati quando avrebbero potuto rendere identificabile la persona.

[5] Dal 2007 al 2014 il tasso di disoccupazione delle giovani donne italiane nella fascia di età 18-29 anni con diploma di terza media è passato dal 20,4 al 41,3%, per le laureate dal 15,5 al 27,6% [http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_TAXDISOCCU].

[6] La differenza di età tra i due gruppi dipende dalla durata del percorso di istruzione e deriva dalla scelta di investigare l’esperienza generazionale dell’entrare nel mondo del lavoro durante la crisi, che costituiva l’interrogativo principale della ricerca per cui queste interviste sono state inizialmente raccolte (PRIN 2012 Pratiche sostenibili di vita quotidiana nel contesto della crisi: lavoro, consumi, partecipazione, unità locale dell’Università degli Studi di Milano coordinata dalla Prof.ssa Luisa Leonini).

[7] L’eccezione è costituita da Alice, una laureata che ha attribuito alla fortuna la facilità nel trovare uno stage in un’importante azienda dopo la laurea, e all’essere in un periodo sfortunato le presenti difficoltà nel trovare un’occupazione soddisfacente.

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