Cosa significa abitare in periferia?

Cosa significa abitare in periferia?

Giuseppe Scandurra

Università di Ferrara Dipartimento di Studi Umanistici, Ferrara, Italy

Abstract. Over the last fifteen years, if we focus on the northern outskirts of Bologna and study the settlement patterns of the foreign citizens in order to read the territory, the dialectic South / North seems to take on more importance than the duality center / periphery. In recent years, however, there’s a new trend not readable through merely quantitative data and that is the formation of areas - blocks, housing estates – strongly affected by the presence of “second generation” immigrants. I began to wonder: how did the municipal area change in recent years and how should we call these suburbs?

Keywords. Urban anthropology; urban marginalities; etnography; suburbs; second generations.

Introduzione

Negli ultimi vent’anni campi di studio all’interno dell’antropologia culturale, come quello legato agli studi urbani e quello legato ai processi di esclusione sociale che caratterizzano le nostre società occidentali hanno spesso dialogato in termini di produzione etnografica, per esempio all’interno di ricerche che potremmo chiamare «etnografie di strada» [Wacquant 2002]. Nel nostro Paese, se parliamo di etnografie che hanno avuto per oggetto pratiche di vita quotidiane di gruppi sociali esclusi dalla cittadinanza possiamo registrare la pubblicazione di poche ricerche [Bonadonna 2001, Barnao 2004, Tosi Cambini 2005, Scandurra 2005]. Se ci spostiamo nel campo degli studi urbani la situazione non è diversa: tanti antropologi che ne hanno definito i confini, la metodologia, hanno ricostruito la storia di questo campo di studi [Sobrero 1992, Signorelli 1996, Callari Galli 2007, Barberi 2010, Cancellieri e Scandurra 2012], ma poche monografie: tra le ultime, il lavoro di Asher Colombo a Milano [Colombo 1998], quello di Giovanni Semi a Torino [Semi 2004], quelli di Alessandro Dal Lago, Emilio Quadrelli e Luca Queirolo Palmas a Genova [Dal Lago e Quadrelli 2003, Queirolo Palmas 2006], quello di Ferdinando Fava sullo Zen di Palermo [Fava 2008], quello di Adriano Cancellieri su Porto Recanati [Cancellieri 2009]; e ancora i lavori di Pompeo, Scarpelli, Priori e Daniele sulle periferie romane [Scarpelli 2009, Pompeo 2011, Priori 2012, Daniele 2011 e 2013], di Sabrina Tosi Cambini e Massimo Bressan su Prato e Firenze [2011]. La cosa interessante è che queste etnografie sono state tutte prodotte negli ultimi anni e presentano degli elementi di novità.

L’antropologo Ferdinando Fava, nel 2008, dopo aver condotto uno studio etnografico sullo Zen di Palermo ha scritto un interessante saggio dal titolo “Tra iperghetti e banlieues, la nuova marginalità urbana” [Fava 2008a]. Ghetto a Chicago, banlieue a Parigi, poligono a Barcellona, hrushebi a Mosca, hood a Los Angeles: ogni città dell’Occidente, scrive Fava, ha le sue parole per descrivere i propri quartieri «maledetti e marginali» [Fava 2008a]. Il termine slum rimane, però, la categoria più usata per indicare le aree di povertà urbana ma mette insieme un infinito spettro di differenti condizioni abitative. È possibile, però, tracciare un filo rosso che unisce questi territori al centro delle più recenti etnografie italiane: la periferia milanese descritta da Asher Colombo, la Genova dei vicoli raccontata da Queirolo Palmas, il territorio di Porta Palazzo a Torino indagato da Semi sono tutte aree urbane che condividono una stigmatizzazione mediatica territoriale e sempre più abitate da immigrati; tutte rinviano a condizioni socioeconomiche strutturali caratterizzate da estrema povertà.

Rileggendo questi lavori è possibile individuare un filo rosso che li tiene insieme, ovvero la volontà, dei ricercatori e delle ricercatrici che ne sono autori, di rispondere a questa domanda: come si sono trasformate in questi ultimi anni le nostre periferie alla luce della crisi di un processo produttivo e industriale – il mondo fabbrica– e l’arrivo di consistenti flussi migratori?

Anche Bologna

Tra il 26 febbraio e il 23 aprile 2009, presso l’Urban Center di Bologna, in pieno centro storico cittadino, il Comune e la Provincia del capoluogo emiliano-romagnolo organizzarono un ciclo di conferenze per conoscere il rapporto di uso, produzione e consumo degli spazi pubblici, e ancora i costumi relazionali, i modi di produrre località dei principali gruppi di cittadini di origine straniera residenti a Bologna.

La distribuzione territoriale dei cittadini di origine straniera, del resto, è sempre stata tra i principali oggetti di studio delle scienze sociali, la sociologia e l’antropologia urbana in particolare, e lo è a maggior ragione oggi nel momento in cui, soprattutto a livello mediatico, molti conflitti registrabili negli spazi pubblici urbani vengono rappresentati come «etnici» (Alietti e Agustoni 2015). Per quanto nel nostro Paese non si possa parlare di un’immigrazione esclusivamente urbana, i flussi di cittadini stranieri negli ultimi anni si sono spesso diretti verso i comuni più grandi, compreso il capoluogo emliano-romagnolo. Dal 2009 gli immigrati hanno superato quota 40.000 residenti e i cittadini di origine straniera costituiscono ormai più del 10% della popolazione di Bologna. Sono mediamente molto più giovani – 32,4 anni – rispetto alla popolazione bolognese – 47,6 anni – e si concentrano in prevalenza nelle classi di età giovanili: più del 16% dei giovani fino a 24 anni residenti in città sono di origine straniera. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, il territorio della Bolognina, con circa 20 cittadini stranieri ogni 100 residenti si conferma da anni la zona con più alto numero di presenze di cittadini di origine straniera[1].

Negli ultimi vent’anni gli immigrati residenti in città sono quasi sestuplicati, in virtù di processi di regolarizzazione, sanatorie, pratiche di ricongiungimento famigliare, l’entrata in Comunità Europea di stati come la Romania che ha determinato un aumento consistente di questo gruppo di cittadini di origine straniera a Bologna [Bergamaschi 2009]. La loro distribuzione residenziale è profondamente modificata in questo periodo; se nell’ultimo decennio tra le zone con la maggiore incidenza di cittadini di origine straniera era possibile sottolineare territori del centro storico cittadino come Colli e il quartiere Santo Stefano, negli ultimi anni aree più periferiche come Santa Viola e Barca, che registravano a fine Novanta ancora una presenza limitata di cittadini stranieri, hanno iniziato a contare presenze di immigrati al di sopra del valore medio cittadino; più in generale, i quattro quartieri caratterizzati dai valori percentuali più elevati – San Donato, Reno, Borgo Panigale e Savena – sono gli stessi che all’inizio del decennio 1997-2007 avevano un’incidenza più bassa della popolazione straniera sul totale dei residenti [Ibidem].

La dialettica centro/periferia ha dunque perso valore a favore della tendenza verso una distribuzione più omogenea. Nell’ultimo periodo, guardando sempre Bologna, sembra assumere più rilevanza la dialettica sud/nord, ovvero, rispettivamente, tra aree caratterizzate da maggiore qualità edilizia e più verde – mete residenziali sempre più dei residenti storici bolognesi – e aree urbane segnate dalla crisi del modello di produzione legato alle fabbriche metalmeccaniche – dunque, contesti residenziali non più riqualificati da anni e segnati da un costo della vita più basso e dalla presenza di molti caseggiati di edilizia popolare con costi di affitto bassi per quanto concerne le abitazioni [Ibidem].

In sintesi, quindi, la strategia residenziale dei cittadini di origine straniera a Bologna sta favorendo una presenza più omogenea in relazione al territorio comunale e la coabitazione di diversi gruppi nazionali nella stessa area; eppure, se ciò è indicativo dell’assenza di ghetti e quartieri “etnici”, non esclude, allo stesso tempo, la formazione recente di zone molto circoscritte di maggiore concentrazione della popolazione non italiana in cui si configura una parziale dominanza di uno gruppo o più gruppi nazionali stranieri. Tali microrealtà, però, sono difficili da indagare e richiedono una ricerca qualitativa di natura etnografica.

Proprio a partire da quest’ultima osservazione, dal ciclo d’incontri tenuti in Sala Borsa e dalla lettura delle ricerche prima nominate, negli ultimi anni ho concentrato il mio sguardo di ricerca sulla trasformazione di determinati zone[2] all’interno del territorio della Bolognina. I dati che presenterò, sebbene siano relativi esclusivamente a questa territorio possono essere utili, secondo me, per leggere al meglio i problemi che riguardano l’intera città; non è possibile, a mio parere, isolare la Bolognina dall’intero territorio cittadino come se fosse un’area «naturale», autonoma, indipendente dal contesto più grande che la comprende (Park, Burgess e McKenzie, 1925). Utilizzare la pratica etnografica, mi ha permesso di leggere al meglio i problemi e i bisogni di gruppi di cittadini, nello specifico un gruppo di ragazzi di origine straniera, il cui punto di vista spesso non è preso in considerazione, ancora oggi, nelle pratiche di progettazione urbana[3].

Sebbene il dialogo tra scienziati sociali e urbanisti – che lavorano per le amministrazioni comunali o collaborano con esse – in Italia non si sia mai realmente sviluppato[4], rimango convinto di come utilizzando la pratica etnografica, questi sguardi disciplinari possano integrarsi. A partire dalla specificità urbana è possibile costruire un campo di studi transdisciplinari che sappia andare oltre i confini delle proprie discipline senza abolirle, ma anzi valorizzandone attraverso lo scambio, i rispettivi sguardi e gli specifici contributi, dando vita così a dei veri e propri urban studies.

Obiettivo generale di questo saggio è quello di dialogare con la letteratura etnografica prima citata nella volontà di approfondire il legame tra processi di esclusione sociale, spazio urbano e questioni migratorie. Potrei riassumere con queste parole la domanda al centro di questo scritto: cosa è oggi la Bolognina, ovvero la periferia a nord del capoluogo emiliano-romagnolo[5]?

La Bolognina

Per rispondere a questa domanda ho riletto criticamente, al fine di farli dialogare, alcuni dati emersi da ricerche che ho condotto sulla città di Bologna negli ultimi anni. Tra il 2004 e il 2006 realizzai uno studio etnografico che ebbe per oggetto le pratiche di vita, gli immaginari, le rappresentazioni di un gruppo di senza fissa dimora ospiti di un dormitorio comunale, il rifugio notturno Massimo Zaccarelli, ubicato a ridosso della Stazione Centrale in via Carracci, nel territorio della Bolognina. Ciò mi diede modo di comprendere quanto questo quartiere fosse da anni oggetto di un radicale processo di ridisegno urbano. Il dormitorio comunale a dicembre 2005 venne abbattuto per fare spazio ai binari dell’alta velocità, alla costruzione della nuova Stazione Centrale, al processo di decentramento, avvenuto a fine 2008, degli uffici comunali; più in generale, in seguito a un vasto processo di riqualificazione urbana in un territorio stretto tra la Fiera e la stazione e quindi di grande interesse commerciale [Scandurra 2005].

Successivamente, nel 2006, insieme ad altri colleghi, concentrammo lo sguardo su una fabbrica metalmeccanica chiusa sul finire degli anni Ottanta sempre alla Bolognina [Piano b 2008]. Leggemmo la chiusura della Casaralta all’interno di un processo iniziato già alla fine degli anni Settanta di dissoluzione di un intero modo di produzione legato alle fabbriche metalmeccaniche la cui presenza aveva segnato, soprattutto nella percezione di chi abita al di fuori da questo territorio, l’identità di quest’area, da sempre considerata un quartiere operaio. La chiusura delle fabbriche, della Casaralta in particolare, è avvenuta contemporaneamente all’arrivo, sul finire degli anni Ottanta, di consistenti flussi migratori che hanno esasperato il sentimento di spaesamento da parte di molti residenti storici di questo territorio, come vedremo.

Un luogo emerso come significativo dalla ricognizione fatta sul campo in queste due esperienze di ricerca fu una palestra di pugilato della Bolognina, la Tranvieri, dove nel 2007 cominciammo, insieme alla collega Fulvia Antonelli, una ricerca sulle le pratiche di vita quotidiane di un gruppo di pugili dilettanti; la maggior parte degli iscritti alla palestra sono anche oggi ragazzi di origine straniera, prevalentemente marocchini. Studiando le loro rappresentazioni, i loro immaginari analizzammo i problemi, i bisogni, le speranze di una “seconda generazione” di immigrati; ovvero ragazzi, quasi tutti maschi, venuti in Italia da piccoli e alfabetizzati nelle scuole del territorio [Scandurra e Antonelli 2010].

Obiettivo specifico di questo saggio è far dialogare questi tre ricerche al fine di tracciare un quadro interpretativo che spieghi, almeno in parte, il nesso tra processi migratori, processi di esclusione sociale e spazio urbano concentrando lo sguardo su un determinato territorio periferico di Bologna; nella volontà, come detto, di iniziare un dialogo con studiosi urbani afferenti ad altre discipline così da offrire dati utili a chi ha il dovere di amministrare e disegnare lo sviluppo di tale territorio.

La palestra

Durante lo studio sulla chiusura delle fabbriche metalmeccaniche [Piano b 2008] un gruppo di ex operai ci raccontò di un loro collega, Carati detto il “pugile operaio” il quale, durante le cariche della polizia durante gli scioperi degli anni Settanta, scoppiati in conseguenza dei primi licenziamenti e dei primi processi di dismissione industriale che poi avrebbero caratterizzato negli anni a venire tutto il territorio della Bolognina aveva il ruolo di incutere timore alle forze dell’ordine. Albano[6], il quale dirige la palestra Tranvieri aperta nel 1950, ricorda gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta a Bologna come gli “anni d’oro” del pugilato bolognese e nazionale: un periodo irrepetibile, poiché “valorosi” erano i pugili, “eroici” i combattimenti: “un altro sport” appunto.

Oggi alla Tranvieri combattono altri pugili, quasi tutti di origine straniera, che non hanno vissuto questo periodo. Le storie degli attuali pugili della palestra della Bolognina fanno emergere i problemi e le difficoltà reali che comporta una carriera da boxeur e decostruiscono il mito del pugilato bolognese durato fino alla fine degli anni Settanta. Non è un caso che nella stessa palestra i vecchi pugili del passato, che continuano ad allenarsi nello stesso posto dove hanno iniziato la loro attività sportiva, occupino luoghi della Tranvieri differenti da quelli dove, durante le pause degli allenamenti, si fermano a riposare e parlare tra loro i pugili più giovani durante le pause degli allenamenti.

I giovani pugili della Tranvieri sono adolescenti, dai dodici ai venticinque anni, che in parte frequentano la scuola, gli istituti professionali della Bolognina, in parte sono alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro. Molti abitano nel quartiere e qui passano buona parte del loro tempo libero. Nei loro racconti l’ingresso alla Tranvieri emerge come un evento piuttosto casuale, una scelta come un’altra ma, quando interrogati sulle loro motivazioni più profonde, la volontà di praticare la boxe risulta sempre rispondere a un bisogno di sfogo, di autodisciplinamento corporeo o di socialità [Scandurra 2015].

Ho diciannove anni appena compiuti, ho iniziato circa un anno e mezzo fa. Ho iniziato perché avevo dei problemi in casa e l’unico posto dove mi trovavo a mio agio era questo. Fuori... dove potevo sfogarmi, dove avevo più respiro era la palestra. Ho fatto questa scelta perché al posto di andare in giro a fare il bullo ho deciso di venire in palestra inizialmente senza nessuna intenzione di combattere (Anuar).

Per quello ho iniziato ad andare in palestra, il motivo principale sono state sempre le solite discussioni fra mia madre e mio padre... mi davano sui nervi e andavo fuori, e mi dovevo sfogare con qualcosa... fumare mi faceva schifo, bere lo odiavo... (Kalhed).

I racconti di giovani boxeurcome Anuar e Kalhed, entrambi figli di marocchini venuti in Italia più di dieci anni fa, sono pieni di riferimenti a tensioni che questi ragazzi vivono dentro la famiglia, in un ambiente scolastico scoraggiante e vissuto in modo conflittuale, per via di esperienze lavorative fallimentari dove la maggior parte di loro ha capito il significato della parola insuccesso. Le pratiche di vita quotidiane di Kalhed e Anuar sono le stesse di altri loro compagni di palestra nati in Italia ma senza cittadinanza che vivono quotidianamente la Tranvieri una volta finito il tempo della scuola, del lavoro, delle responsabilità famigliari. La Tranvieri, allora, anche se non sempre in modo consapevole, si configura come una scelta motivata perché permette a questi ragazzi di sentirsi rispettati, di provare il proprio valore, di dimostrarsi forti senza il carico di autodistruzione che lo sfogo e l’affermazione di sé in forme aggressive produrrebbero in altri contesti [Scandurra e Antonelli 2010].

Io sono uno che quando si arrabbia non ci vede più, infatti il pugilato mi serve anche per questa cosa qua, quando mi arrabbio mi sfogo un po’ qua. È una brutta cosa. In terza media un ragazzo mi ha mandato a fanculo, e io mi sono arrabbiato e gli ho buttato un tavolo addosso, gli ho spaccato la schiena. Non ci ho capito più niente. Questo qua mi diceva sempre: “Sei un marocchino, tornate al tuo Paese”. Io non gli ho mai fatto niente fino ad allora, poi ho reagito. Quella volta mi volevano sospendere da scuola, solo che io non avevo mai fatto niente e non mi hanno punito (Samir).

La scuola, gli istituti e i corsi professionali della Bolognina frequentati da Samir, Kalhed, Anuar rappresentano dei luoghi di umiliazione. La maggior parte di questi giovani boxeurvede gli istituti professionali del quartiere come istituzioni totali dove più che acquisire una formazione e delle conoscenze, ovvero costruirsi un futuro, si acquista solo la consapevolezza di tutto ciò che non potranno essere né diventare [Antonelli e Scandurra 2008].

A scuola mi piaceva molto andare. A me ha rovinato mio padre perché diceva che non avevo la testa per andare in una scuola diversa e mi ha mandato all’istituto professionale, e io davvero l’odiavo quella scuola con tutte le mie forze dal profondo del mio cuore, io odiavo la meccanica, odiavo fare l’idraulico, odiavo l’elettricista, odiavo fare tutti i lavori merdosi che ti toccano se vai lì [...]. Io mi chiedevo perché devi sempre fare o il falegname o l’elettricista, perché sei destinato a fare il muratore, perché non puoi studiare, che ne so, fare l’avvocato? (Kalhed).

La grande parte dei pugili della Tranvieri ha alle spalle storie di migrazione forzata, difficoltà economiche, precarietà sociale e un vissuto quotidiano comune dove i luoghi di ritrovo sono i cortili, i campetti di basket e di calcio abbandonati, i vicoli del quartiere a ridosso delle scuole.

Il rapporto strada-ring è determinante per la Tranvieri. Tito, l’allenatore più anziano, è consapevole di quanto la sua palestra attinga i pugili migliori dalla strada, dai caseggiati della Bolognina. La Tranvieri ha sempre avuto un forte rapporto con il territorio che l’ospita; se, però, prima poteva contare, per quanto concerne i suoi iscritti, su molti operai, quasi tutti italiani e di origine meridionale o provenienti dalla province circostanti, arrivati a Bologna nei primi anni del secondo dopoguerra per lavorare nelle fabbriche del quartiere, oggi dipende sempre più, in termini di risultati sportivi, da un gruppo di giovani di origine straniera che abitano a poche centinaia di metri dalla palestra.

Il gruppo di pugili della Tranvieri si è costituito nel tempo grazie a un passaparola e a una rete di conoscenze formatasi nel territorio. Kalhed, Samir, Anuar prima di iscriversi in palestra si frequentavano nei luoghi di ritrovo del quartiere. Alle volte, come nel caso di Fadil, giovane pugile di origine marocchina, sono stati gli stessi genitori di questi ragazzi a spingere i loro figli a iscriversi in palestra dopo aver visto i loro compagni di scuola o di ritrovo passare tutti i pomeriggi con Tito e Sante – il secondo allenatore della palestra – nella società sportiva della Bolognina; anche al fine di strapparli dal mondo della strada e dai luoghi di ritrovo del quartiere dove questi ragazzi usano frequentarsi. Molti giovani che si allenano in Tranvieri, come Anuar, Kalhed, Fadil hanno abitato, con le loro rispettive famiglie, negli stessi palazzi di edilizia popolare che caratterizzano questo territorio[7].

Sguardo generazionale

Nelle descrizioni degli ex pugili che hanno iniziato a frequentare la palestra nei primi anni del dopoguerra mentre lavoravano come operai nelle fabbriche del quartiere, emergono racconti e storie di vita non dissimili da quelli degli attuali pugili targati Tranvieri. Parole come “strada”, “cazzotti”, difficoltà famigliari e a integrarsi nel territorio, nel mondo del lavoro, ritornano spesso nei discorsi di Ernesto – arrivato a Bologna per lavorare alla fabbrica Casaralta nel 1950 – come in quelli di Kalhed. La scuola, per esempio, come ricorda l’ex pugile operaio Artemio - arrivato anche lui Bologna nel 1950 per lavorare nella fabbrica Minganti della Bolognina – era considerata una “costrizione”, tempo perso rispetto a quello passato nei luoghi di ritrovo del quartiere. Come per Kalhed e Anuar, i quali hanno frequentato gli istituti professionali del territorio, anche per Albano il “mestiere” era meglio impararlo fuori dall’istituzione scolastica.

La Bolognina, nei primi anni del secondo dopoguerra, rappresentava per allora ventenni ex pugili come Ernesto, Artemio e Albano un territorio tutto da esplorare. Molti vecchi pugili formarono in quegli anni delle “bande” di quartiere composte da giovani ragazzi, quasi tutti maschi, che passavano il tempo giocando nei cortili, nei parchi, nelle piazze pubbliche del territorio; bande molto simili a quelle oggi formate da Kalhed e Anuar.

Artemio, per esempio, ricorda come allora, a Bologna, spesso gli capitava di sentire alcuni uomini chiamare sua madre, siciliana, una “marocchina”. Una volta l’ex pugile ci confessò che si sentì obbligato a venire alle mani con un bolognese che scherzava sulla sua origine meridionale. Alla base dell’unica reazione violenta che ha avuto nella sua giovane vita fuori dal ring Samir, come abbiamo visto in precedenza, vi è stata proprio l’accusa rivolta al pugile di essere un “marocchino di merda” [Scandurra e Antonelli 2010].

Io nel 1939 a sei anni abitavo in via Ferrarese. Qui invece in questa fotografia ci sono i miei amici che ci chiamavamo “La banda del Chiodo”, chissà perché. Ma tutti i miei amici sono morti, che poi avevamo brutti vizi, che a me mi ha salvato il pugilato; poi queste sono le foto della Germania. Qui c’era mia madre che era “marocchina” nel senso che era di Marsala e qui si dice così (Artemio).

Nelle parole di Artemio è possibile leggere uno stato d’animo analogo a quello definito da Sayad di «doppia assenza» [Sayad, 2002]. Artemio, infatti, era accusato di essere “badogliano” durante l’emigrazione in Germania e poi, una volta tornato a Bologna e finita la Seconda Guerra di essere “tedesco”. Questa ambiguità ricorda quella di pugili come Anuar, considerati dentro l’ambiente domestico dai propri genitori troppo poco religiosi e poco legati al contesto di partenza, invece “marocchini”, “altri” rispetto ai propri compagni nel mondo della scuola e del lavoro dove spesso sono vittime di politiche segregazioniste e discriminatorie. La boxe, ieri, ha rappresentato per Artemio, come oggi per Anuar, uno strumento di difesa e, allo stesso tempo, un mezzo necessario per costruirsi un’identità, quella di pugile, che entrambi possono rivendicarsi con orgoglio anche fuori dalla Tranvieri [Scandurra 2015].

Io a otto anni sono andato in Germania, nel 1941, mio fratello stava là e lo prendevano tutti in giro e ci dicevano “Italiano maiale!”. Mio fratello era un po’ pacioccone e un tedesco così ci dice “Maiale” e io reagisco. Poi arrivano quattro tedeschi a vendicarsi e io di risse ne ho fatte mille. Prima ci dicevano “Italiani Badoglio!”, poi tornato in Italia ci prendevano in giro gli italiani che ci dicevano “Tedeschi”, insomma sempre a botte. Erano ragazzini che mi prendevano in giro in Italia; così io l’ho fatto sempre per difesa personale e alla fine ho fatto cinquanta incontri, come dilettante, fino alla rottura dei menischi (Artemio).

Nonostante tutte queste somiglianze, così profonde nelle pratiche di vita quotidiane, nel rapporto con il territorio, nell’investimento in termini di carriera sulla boxe, nel difficile rapporto con la scuola e la famiglia, nel modo di comportarsi e relazionarsi fuori dalla palestra quando si diventa pugili, i vecchi boxeurdella Tranvieri non riconoscono più oggi il territorio che abitano come la “loro” Bolognina e fanno anche fatica a identificarsi nella nuova leva di pugili che si allenano in palestra. Anzi, buona parte di questi ex pugili, ora in pensione, produce un discorso razzista nei confronti dei ragazzi di origine straniera che vedono quotidianamente allenarsi in palestra.

Conclusioni

La ricerca che condussi tra il 2004 e il 2005 sul dormitorio Carracci mi diede modo, come detto, di studiare determinati processi di trasformazione fisica del territorio della Bolognina [Scandurra 2005]. Molti ragazzi di origine straniera che vivono alla Bolognina che oggi si iscrivono alla palestra di pugilato vogliono sfuggire al mondo della strada, ma soprattutto ai lavori che gli vengono offerti sul territorio. A partire dal 2004 l’amministrazione comunale ha deciso di ricostruire dalle ceneri delle fabbriche metalmeccaniche centri e attività commerciali, oltre a una rete di servizi legati al terzo settore. Tutti lavori tipici del settore manifatturiero degradato e della nuova economia dei servizi, dove bisogna quotidianamente tollerare atti razzisti dal “padrone”, mettere in contro l’umiliazione culturale e la perdita dell’“onore maschile”, come ci ha detto più volte nello spogliatoio Kalhed, se si vuole tenere stretto il posto; tutte occupazioni che non garantiscono né sicurezza economica né possibilità di ascesa.

La palestra, per alcuni pugili di origine marocchina, spesso appare l’unica speranza e acquisisce senso proprio nel momento in cui questi ragazzi incontrano difficoltà nel mondo lavorativo; così la speranza, in realtà senza alcun fondamento, di fare carriera attraverso il passaggio al professionismo[8] è diventata sempre più reale per Samir quando il giovane di origine marocchina ha preso coscienza che i lavori che stava facendo altro non gli avrebbero portato che umiliazioni e senso della sconfitta. Inoltre, la palestra rappresenta un luogo dove costruire capitale sociale e fare amicizie poi rispendibili nel territorio – al contrario Kalhed e Anuar più volte ci hanno sottolineato come, nonostante lavorino da tanti anni, non sono mai riusciti a fare amicizia con nessun loro collega.

Nel suo lavoro di ricerca condotto ad Harlem Philippe Bourgois, studiando gli immaginari e le pratiche di vita di un gruppo di uomini e donne di origini portoricane, ha concentrato la sua attenzione sui lavori che i protagonisti della sua etnografia svolgevano a New York: così ha potuto denunciare un mercato lavorativo sempre più segmentato, che tiene gli immigrati, ma anche parte della forza lavoro autoctona, nei suoi settori più periferici e marginali [Bourgois 2003]. Come i ragazzi incontrati da Bourgois, i giovani iscritti di origine straniera alla società della Bolognina scontano, rispetto agli studenti universitari che hanno iniziato sul finire degli anni Ottanta ad abitare in questo territorio per via degli affitti più bassi, le loro minori credenziali, una minore conoscenza dei vincoli burocratici, l’incapsulamento all’interno della cerchia migratoria, la scarsa conoscenza della lingua.

Ricostruire la storia delle fabbriche metalmeccaniche della Bolognina [Piano b 2008] mi ha permesso di comprendere come, negli ultimi anni, con la loro chiusura e la nascita di attività impiegatizie legate al terzo settore registrabile in tutto il quatiere sono cambiate soprattutto le relazioni all’interno del mondo lavorativo. Artemio e i suoi colleghi hanno affermato che il rifiuto della subordinazione assicurava a persone come Carati il rispetto dei suoi colleghi e veniva letto, all’interno di un mondo lavorativo sempre più sindacalizzato, come la fiera coscienza di appartenere alla classe operaia che dava luogo a forme di azione collettiva definite da un progetto e dall’identificazione di una posta politica in gioco; oggi ciò non è più possibile, come abbiamo avuto modo di dimostrare.

Se io ripenso al lavoro che facevo non è che fosse un lavoro granché esaltante però era uno strumento per il mio miglioramento. Certo con fatica con impegno, facendo delle lotte; però tante volte le vincevamo le lotte. Quindi la nostra vita migliorava, migliorava nelle fabbriche ma anche fuori. Migliorava la vita dei nostri figli. Tanti figli sono andati all’università, per esempio. Allora andare all’università significava migliorare le prospettive della propria vita. Lottavi per il miglioramento del contratto, lottavi per il salario accessorio per avere servizi sociali, anche la Cooperativa [supermercato Coop, n.d.a.] di fianco alla Manifattura voleva dire pagare di meno la spesa, mandare i figli a scuola e non pagare il nido... nella tua vita tu vedevi un miglioramento, una crescita. [...] Vedevi anche la vita interna alla fabbrica migliorare: la mensa, il nido. [intervista a uno operaio della fabbrica Casaralta, arrivato a Bologna nei primi anni del secondo dopoguerra Piano b 2008]

Bourgois, pur concentrando l’attenzione su un contesto molto lontano dalla Bolognina, ovvero Harlem, ritiene che i processi di disagio sociale, emarginazione, esclusione sociale che caratterizzano sempre più determinati ghetti nordamericani possano essere compresi solo a partire dall’ «oppressione materiale e culturale» che ha connotato la storia delle minoranze [Bourgois 2003]. La Bolognina, però, non è un ghetto né una banlieue; eppure, il territorio dover abitano la maggior parte di pugili della Tranvieri dagli anni Cinquanta a oggi è caratterizzato dalla crescita dell’industria basata sull’information technology, dalla frammentazione del lavoro salariato, dalla trasformazione del welfare pubblico a tutti i livelli municipali. Tutti processi, ricorda Fava nel suo saggio che si sono abbattuti sui ghetti afroamericani e sulla banlieue operaia francese «aggravando notevolmente la condizione dei residenti» [Fava 2008a].

La Bolognina, oltre a non essere mai stata caratterizzata da una presenza etnorazziale, non è mai divenuta un quartiere operaio nelle dimensioni della cintura rossa parigina – le fabbriche metalmeccaniche presenti nel territorio non hanno mai contato un numero altissimo di operai per quanto distribuissero i loro prodotti ben al di là del territorio locale. Per quanto, inoltre, con l’arrivo dei primi flussi consistenti di immigrati si siano create già a cominciare dalla fine degli anni Ottanta nel territorio aree abbandonate – i capannoni dismessi delle fabbriche sono stati a lungo abitati da immigrati provenienti per lo più dal Nord Africa – la Bolognina non è certo un territorio abbandonato – all’opposto alcune sue aree, oggi, sono oggetto di un radicale processo di riqualificazione, come detto. In questo territorio, però, possiamo leggere, negli ultimi anni, processi simili a quelli riscontrabili nelle realtà oggetto di analisi di Wacquant[9], ovvero una marginalità avanzata prodotta dalla «ristrutturazione globale del capitalismo» [Fava 2008a] e dalla trasformazione del settore industriale.

Con la chiusura delle fabbriche il mercato del lavoro locale sta sempre più emarginando i giovani immigrati che, in alcune aree del territorio, oggi raggiungono il 25% della popolazione complessiva residente, relegando persone come Fadil ai margini dell’economia dei servizi; dai racconti di Anuar e Yassine raccolti negli spogliatoi, per esempio, emerge sempre più l’esistenza di nicchie del terziario dequalificato dove si è assunti senza contratto; Samir e Fadil ci hanno parlato in più di un’occasione degli istituti professionali del territorio dove studiano e della nascita di vere e proprie classi differenziali per immigrati.

Come scaricatori di frutta nei mercati locali, fattorini, postini, aiuto elettricisti, alcuni ragazzi della Tranvieri riescono anche a sopravvivere; quello che maggiormente lamentano, però, anche alla fine di un duro allenamento in palestra e con sulle spalle la fatica di una mattinata lavorativa, è il modo in cui vengono trattati da datori di lavoro e colleghi; modo che assomiglia sempre di più a quello descritto da Bourgois, quando racconta dei giovani neoimpiegati dell’inner city, neigrattacieli di Manhattan o Wall Street,chesi rendono improvvisamente conto del fatto di sembrare dei «buffoni», «idioti» agli uomini e alle donne per cui lavorano [Bourgois 2003].

Se assumiamo come imperativo della ricerca etnografica quello di «ricostruire il significato» che determinate pratiche sociali rivestono dal punto di vista di coloro che vi sono coinvolti [Ibid.], è evidente come ogni ragazzo reagisca in modo diverso a queste trasformazioni oggettive che sempre di più, anche alla Bolognina, stanno comportando il restringersi del ventaglio di possibilità che un gruppo di ragazzi di origine straniera hanno davanti loro. Proprio per capire questo è bene non isolare le pratiche di vita di questi giovani boxeur ma metterle in relazione al tessuto più vasto della città, confrontarle con quelle dei loro genitori e degli altri abitanti della città, ricostruire le trasformazioni fisiche, urbanistico-architettoniche che hanno segnato il volto del capoluogo emiliano negli ultimi anni. Le traiettorie di molti ragazzi di origine marocchina che abitano in questo territorio dipendono dalle politiche municipali e nazionali realizzate in questo quartiere – il ridisegno commerciale dell’area, la trasformazione dalla produzione meccaniche al terziario, le riforme scolastiche, la chiusura e l’apertura di nuovi mercati del lavoro ecc. La stessa iscrizione a una palestra di pugilato, infatti, non risponde semplicemente alla volontà di apprendere una disciplina sportiva, ma alla necessità di trovare un rifugio, oppure un contesto dove riguadagnare rispetto, da parte di molti ragazzi che si percepiscono come esclusi da queste nascenti nuove periferie metropolitane.

Riferimenti bibliografici

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[1] Questi dati sono visibili presso il sito del “Settore Programmazione, Controlli e Statistica” del Comune di Bologna:

[2] Per “zone” intendo ciò che il Comune di Bologna chiama “aree statistiche”, ovvero porzioni di quartieri. Come vedremo in seguito, farò riferimento per lo più a pezzi di territorio della Bolognina, come l’area intorno a Piazza dell’Unità – dove è ubicata una palestra di pugilato e si concentra la popolazione di origine straniera, prevalentemente nordafricana – e quella della Casaralta – dove erano concentrate le fabbriche metalmeccaniche del quartiere in cui hanno lavorato tanti immigrati italiani provenienti dal Meridione e dalle province circostanti.

[3] In anni precedenti avevo indagato, sempre dentro il campo di studi legato all’antropologia delle marginalità urbane, le pratiche di vita quotidiane di un gruppo di senza fissa dimora bolognesi, quasi tutti italiani e in buona parte anche donne (Scandurra 2005); per comprendere meglio specifici processi di esclusione sociale in ambito urbano ho scelto, in questo caso, di concentrare l’attenzione solo su un gruppo di ragazzi di origine straniera.

[4] Nel 2007 è uscito il testo “La ricerca interdisciplinare tra antropologia urbana e urbanistica” di Costanza Caniglia Rispoli e Amalia Signorelli, che parte dalla tesi per cui la realtà urbana non è solo architettonico-urbanistica né solo tecnica e politica, ma è sempre, altresì, una realtà antropologica e sociale (Caniglia Rispoli e Signorelli, 2007).

[5] Le periferie di molte città al centro delle recenti pubblicazioni prima menzionate - Torino, Genova, Milano etc-, a partire dalla fine degli anni Ottanta iniziano ad essere caratterizzate dalla presenza di numerose fabbriche dismesse. Vale lo stesso discorso anche per Bologna e la periferia della Bolognina, che, seppur con numeri più bassi rispetto alle città sopra menzionate, ha contato la presenza, fino agli anni Ottanta, di numerose fabbriche metalmeccaniche e di molti operai che sono emigrati in città per lavorarvi.

[6] Tutti i nomi riportati in questo scritto sono inventati e non corrispondono a quelli reali per ragioni di privacy.

[7] In via Stalingrado, a poche centinaia di metri dalla Tranvieri, un intero palazzo, uno dei tanti capannoni industriali dismessi, tuttora ospita parte della popolazione immigrata, per lo più di origini marocchine, del quartiere [Callari Galli e Scandurra 2009].

[8] Per partecipare ai campionati nazionali e/o combattere con le forze di polizia, carabinieri, fiamme gialle etc. è necessario possedere la cittadinanza italiana.

[9] Faccio riferimento allo studio condotto da Wacquant [2002a] su un gym di Chicago.

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