La rivista Voci-Annuario di Scienze umane

La rivista Voci-Annuario di Scienze umane

Andrea Benassi


Abstract

Presentazione di Voci - Annuario di Scienze umane, X, 2013. Roma, Fondazione Basso, 4 giugno 2014

Il 4 giugno, presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso, si è tenuta la presentazione del numero del 2013 della rivista VOCI-Annuario di Scienze umane. La rivista prosegue con successo la sua consolidata forma redazionale, che vede in ogni numero una corposa sezione monografica affiancarsi a una sezione d’interventi e rubriche aperta a contributi sguardi e riflessioni ampie e più eterogenee. Una formula editoriale che permette di coniugare una capacità di approfondimento e confronto tematico pur mantenendo uno sguardo ampio, caratteristico dell’idea stessa di rivista. La sezione monografica, curata per questo numero da Letizia Bindi, sapientemente intitolata Alla fiera delle identità. Patrimoni culturali, turismo, mercati è dedicata al rapporto sottile tra le pratiche legate al patrimonio culturale e le conseguenti strategie economiche. Uno sforzo di riflessione concettuale che segue e riallaccia in parte i fili tramati nel convegno AISEA del 2009 Il colore dei soldi, culture scambi e mercati. Una riflessione che nell’ambito dell’antropologia italiana si situa in quel solco che, già dagli anni ’70 con Folklore e profitto di Lombardi Satriani, si interroga sul rapporto tra creatività culturale popolare e mercificazione dei suoi prodotti. Proprio la diffusione e penetrazione dei processi economici ci obbliga oggi a riflettere sulla molteplicità di valori d’uso, valori simbolici e valori economici del rituale, della performance e della memoria, nonché del rapporto e ruolo che l’antropologia come scienza debba avere con questi processi. In questa prospettiva, l’incontro si è caratterizzato proprio come riflessione sulla scelta monografica di questo numero. Una riflessione che partendo dalla presentazione dei quindici lavori raccolti si è articolata attraverso gli interventi di Luigi M. Lombardi Satriani, Letizia Bindi, Gino Satta e Francesco Faeta. A dieci anni dalla convenzione Unesco sul patrimonio immateriale e all’indomani della ratifica da parte dell’Italia della convenzione di Faro, sono molti i nodi che emergono nel rapporto tra differenti livelli di potere, rappresentazione nonché sulla difficoltà di gestire e comunicare uno sguardo ed un agire antropologico che si situi in questo nuovo teatro dell’umano. Come testimoniano i lavori presentati, immateriale e performance, rituali e cibi, nella “fiera delle identità” s’intrecciano diventando il centro di una serie di nodi e pratiche che siamo obbligati a inseguire tra locale e globale e che ci portano a rivedere la natura stessa dell’idea di “comunità” e delle pratiche legate alla sua rappresentazione e rappresentatività. Nel momento in cui marketing e branding territoriali diventano le pratiche attraverso le quali il luogo si tipizza e si valorizza, il patrimonio così definito diventa incipit e sinonimo di un prodotto da confezionare e diffondere in specifiche fette di mercato e target, giocando in simbiosi con le nuove filiere del turismo emozionale ed esperienziale. Il territorio spazio di vita diventa anche territorio merce gettato nella competizione globale, parte di un processo di commodificazione che ne attribuisce valore economico in funzione della sua “unicità-non-riproducibilità”. Avvolto tra unicità e marchio, il bene culturale rischia di finire attratto nell’orbita del copyright, rischiando di riportare in auge una nuova ricerca di purezza, dove si possono nascondere nuovi spazi di potere e nuove egemonie. In questa prospettiva quello del patrimonio culturale, della sua definizione, gestione, proprietà e diritto, si pone come uno spazio problematico e ubiquo, qualcosa che sembra definire e caratterizzare lo spirito dei tempi di questa contemporaneità. Attraverso le grandi agenzie internazionali, le raccomandazioni e le convenzioni, sembra infatti strutturarsi un nomos ed uno spazio pubblico globale, quasi memoria collettiva di una umanità, di un demos che continua però a trovarsi sospeso tra spinte universaliste e istanze localistiche. Lavorare sui patrimoni ci obbliga quindi a entrare anche nei processi d’individuazione, legittimazione e valorizzazione dei beni, in quanto veri e propri luoghi antropologici densi, come ha ricordato Gino Satta nel suo intervento riguardo alla storia della candidatura e iscrizione del Canto a Tenores nella lista Unesco. Una storia frutto di una molteplicità di strategie e interessi il cui riconoscimento non implica la falsità del bene o del patrimonio, ma obbliga a uno sguardo critico in grado di seguire la biografia delle cose e dei patrimoni. Una capacità di seguire quelle turbolenze in grado di generare tanto enfasi e visibilità quanto rimozione ed oblio di un patrimonio. Se la convenzione Unesco e quella di Faro, aprono la strada a un processo di coinvolgimento definito genericamente “locale”, l’enfasi sul ruolo attivo di comunità, gruppi e individui, crea un nodo tra l’agire istituzionale e le istanze dal “basso”, generando nel nome di una cultura democratica una partecipazione eterogenea e policentrica. Agone difficile tanto da descrivere quanto da governare nei suoi effetti, dove tra portatori d’interesse, stakeholder e società civile, anche il ruolo dei saperi e delle competenze specialistiche sembra sciogliersi nel nome di una partecipazione che resta in realtà un teatro opaco e difficile da seguire. Proprio a quest’urgenza si è rivolto l’intervento di Francesco Faeta che ha invitato a indagare il funzionamento delle istituzioni e giocare un’etnografia multi scalare capace di seguire il diffondersi del potere collegando il livello locale con quello delle istituzioni globali. Uno sguardo dove i nuovi attori sociali, tanto locali quanto globali nella loro intersezione continua, devono quindi essere investigati come parte di un processo, in modo da portare a un de-enfatizzazione dell’idea di “patrimonio” come idea “bene” in se stessa, per riportarla bensì al suo carattere di preciso progetto politico ed economico e domandarsi quindi dove vada a incarnarsi, cosa produca, dove ricada e attraverso quali variabili economiche. De-patrimonializzare la società e gli studi, cercando quindi di capire le istanze politiche di questo progetto e la dialettica tra la dimensione locale e quella globale ponendo l’attenzione all’agency che funge da cinghia di trasmissione di questo progetto.

In questa luce, investigare i patrimoni vuol dire interrogarsi sulla natura e l’ontologia dell’idea e della pratica della “tradizione”, ma anche interrogarsi sul ruolo dell’antropologia come scienza che non può essere passivamente al servizio dei grandi apparati tecnici e burocratici. Scienza in grado di decostruire il linguaggio del marketing non per gridare alla finzione come altra faccia dell’originale, bensì per comprendere e posizionarsi di fronte ai differenti demos e nomos coinvolti in un processo in cui gli studiosi si trovano torti in uno scomodo doppio sguardo che ne fa anche e sempre attori agenti. Oltre un nuovo feticismo del “bene culturale” proposto come prodotto esotico di consumo e alter ego di un modello economico in grado di fascinare e disinnescare ogni spinta critica, nonché panacea economica da proporre a territori dimenticati dalle promesse della modernità o abbandonati ai nuovi tempi post-industriali. Un posizionarsi quindi che permetta all’antropologia di costruirsi anche nel contemporaneo come scienza critica, capace di parlare e ascoltare le umane cose che si agitano dietro gli eventi, e dove il patrimonio culturale resti una voce dell’uomo, perché come ci ricorda Lombardi Satriani: “Un bene culturale può anche non avere tale capacità attrattiva e meritare comunque il nostro rispetto, la nostra attenzione perché prodotto da uomini che attraverso esso hanno detto le loro speranze, le loro paure, il proprio desiderio di vita. Il loro bisogno di essere comunque protagonisti della loro esistenza”.

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ISSN 2284-0176

 

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