Tra locale e globale. Sostenibilità ed empowerment nelle retoriche delle esperienze di microcredito

Tra locale e globale. Sostenibilità ed empowerment nelle retoriche delle esperienze di microcredito

Francesca Crivellaro

Giovanna Guerzoni


Abstract

Muhammad Yunus (Nobel Peace Prize 2006) success in Bangladesh, has made microcredit a globally widespread practice. Since the early nineties, microcredit has been adopted by international development organizations as the privileged strategy not only in the struggle against poverty, but also in the promotion of women’s empowerment. The paper critically explores the rhetoric underpinning the discourse on microcredit, sustainability and the impact on local communities of microfinance programs. Special attention is devoted to the case studies concerning the relationship between access to credit by women and empowerment processes.

Keywords

microcredit discourse; struggle against poverty; socio-economic vulnerability; women’s empowerment

Introduzione

Le esperienze di microfinanza[1] costituiscono un fenomeno ampiamente diffuso a livello planetario: seppur certamente più presente nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, esso si va affermando sempre più velocemente anche nei paesi postindustriali; le esperienze di microfinanza, in questo senso, ad uno sguardo complessivo, possono apparire come una sorta di “galassia” data dal loro moltiplicarsi in esperienze assai diversificate e plurali. Nel tentativo di circoscrivere questo campo d’indagine, ci è sembrato innanzitutto necessario sottolineare come una “definizione rigida” potrebbe indurre a una semplificazione di un fenomeno vasto, a tratti informale, basti ricordare come forme, in un qualche modo, definibili di microfinanza siano esistite nel nostro stesso passato (si pensi, ad esempio, all’esperienza dei Monti di Pietà) ed esistano tuttora in molti paesi, e come talvolta non siano nemmeno utilizzate come strumento di lotta alla povertà ma come forme di mutua assistenza tra categorie svantaggiate o fragili. È il caso, ad esempio, delle tontines o ROSCAs (Rotating Saving and Credit Associations), associazioni di risparmio e credito informali diffuse in tutto il mondo e caratterizzate da alcuni elementi rintracciabili anche nei modelli più conosciuti di microcredito, come la costituzione di un gruppo e le relazioni fiduciarie che soggiacciono le transazioni monetarie. Questi sistemi informali rappresentano una forma di diversificazione delle livelihood strategies che molteplici comunità mettono in gioco per fare fronte a situazioni di stress o a condizioni di vulnerabilità socioeconomica cronica. Seguendo Francesca Lulli, è possibile definire la microfinanza come una pratica inclusiva di:

tutte quelle forme di transazione finanziaria legate prevalentemente al credito ed al risparmio attuate in una dimensione di prossimità sociale e geografica, basate su montanti minimi e distinte (ma non sempre separate) dalle forme di finanziamento classico bancario [Lulli 2008, 30].

Il termine microfinanza si applica, di conseguenza, non solo alle pratiche finanziarie più o meno formalizzate ed istituzionalizzate che negli ultimi decenni si sono moltiplicate in tutto il mondo, ma anche a quell’insieme di pratiche legate all’economia informale e solidale in cui le relazioni economiche sono profondamente embedded nel tessuto socio-culturale della comunità.

Occorre aggiungere, infine, che, nonostante il termine “microcredito” sia spesso utilizzato come sinonimo di microfinanza, esso ne rappresenta in realtà solo la dimensione legata al credito: la microfinanza è costituita da differenti servizi finanziari (credito, risparmio, assicurazioni, ecc.) messi a disposizione delle categorie più vulnerabili da una molteplicità di organizzazioni e agenti sociali anche molto diversi fra loro (ONG, Istituzioni di Microfinanza, associazioni, enti locali, fondazioni, ecc.); il microcredito consiste invece nella concessione di piccoli prestiti sulla base della fiducia a soggetti definiti “non bancabili”, vale a dire incapaci di fornire le garanzie patrimoniali e monetarie normalmente richieste dai tradizionali istituti di credito.

Il modello attualmente più conosciuto di microcredito è certamente quello elaborato dall’economista bangladese Muhammad Yunus, fondatore nel 1976 della Grameen Bank, la prima banca per i poveri. Riconoscendo nell’accesso al credito un diritto fondamentale dell’uomo, Yunus ha proposto un modello che, in un certo senso, può essere colto nella sua capacità di sovvertire la logica su cui si fonda il sistema creditizio: pur ponendosi come una banca commerciale a tutti gli effetti, Grameen ha individuato nei più indigenti – i “non bancabili” – i propri clienti. Nel Bangladesh rurale questo ha consistito nello scegliere le donne, in particolare vedove e divorziate, quale proprio target privilegiato. Non richiedendo le garanzie normalmente accettate dalle banche tradizionali, Grameen ha fondato la concessione dei crediti su una garanzia di tipo “sociale”: i prestiti vengono erogati a condizione che le persone si riuniscano in gruppi di cinque e che ciascun membro garantisca l’affidabilità degli altri. L’idea alla base dell’impresa Grameen non è la beneficienza, ma quella di “dignità”, che consiste nel fornire gli strumenti ai “più poveri fra i poveri” per affrancarsi dalla propria condizione di indigenza. I piccoli prestiti vengono erogati per l’avvio di attività micro-imprenditoriali grazie alle quali i più indigenti possono costruire le proprie livelihood strategies.

Da questa proposta emergerebbe una rappresentazione “positiva” del povero volta a metterne in rilievo le potenzialità e le risorse piuttosto che le carenze: alla base della filosofia di Grameen vi è la convinzione che, una volta rimossa la barriera di natura socio-culturale che impedisce l’accesso al credito, i più indigenti siano in possesso delle capacità necessarie per migliorare la propria condizione di vita. In quanto banca commerciale, Grameen è responsabile di fronte ai propri azionisti: in ragione di questo e della propria sostenibilità finanziaria si pone come obiettivo quello del profitto, pena l’esclusione dal mercato. Un aspetto particolarmente interessante di questo modello bancario alternativo è rappresentato dal fatto che, come nelle banche di credito cooperativo europee, i clienti sono i principali azionisti della banca stessa: questo significa che i profitti di Grameen vengono ripartiti fra le clienti, le donne povere bangladesi. Nel tempo Grameen ha diversificato l’offerta di servizi finanziari, includendo assicurazioni, risparmio e credito immobiliare. Pur non negando i principi di un libero mercato il più possibile svincolato dall’azione statale, Grameen si inserisce nel panorama economico-finanziario globale come una sorta di impresa guidata da un impegno marcatamente sociale volto a combattere la povertà estrema. Nell’opinione di Yunus questa “impresa sociale” (social business) si configura come un’alternativa sia al capitalismo nella sua espressione strettamente liberista, sia a quello che definisce come “stato assistenziale”. Un tipo di “impresa sociale” che «mira ad affermare un nuovo tipo di attività economica e cioè la realizzazione di obiettivi sociali anziché la massimizzazione dei profitti»; Yunus riconduce dunque questa scelta non ad un atto di elemosina, ma ad una critica del concetto di homo oeconomicus :

Io invece penso che se le cose vanno male la colpa non sia da cercare in un difetto di funzionamento del mercato ma molto più nel profondo, nel fatto cioè che la teoria corrente del libero mercato non funziona nella pratica perché si basa su un concetto inadeguato e troppo riduttivo della natura umana [Yunus 2008, 33].

Il successo ottenuto con le donne poverissime del Bangladesh, ha fatto sì che a Muhammad Yunus fosse riconosciuto nel 2006 il Premio Nobel per la Pace e che il microcredito sia stato identificato nell’ambito della cooperazione internazionale non solo quale efficace strumento nella lotta alla povertà, ma anche come una delle strategie privilegiate per promuovere i processi di empowerment delle donne, considerate facilitatrici dello sviluppo del benessere delle comunità locali. Con l’identificazione delle donne quale categoria più esposta alle violazioni dei diritti umani emerse nella fase di crisi dei progetti di cooperazione allo sviluppo, in particolare a seguito delle Politiche di Aggiustamento Strutturale, il microcredito di Yunus sembra anticipare la rubrica dedicata al Gender and Development affermatasi a livello globale a partire dagli anni Novanta.

Donne, microcredito e processi di empowerment: analisi e prospettive critiche

Buona parte della letteratura socio-antropologica dedicata all’analisi del microcredito si è rivolta all’analisi dell’impatto che i programmi di microfinanza generano nel tessuto socio-culturale delle comunità locali. Per lo più la ricerca è stata condotta laddove più frequentemente sono state condotte esperienze di microcredito (ovvero nei paesi emergenti e nell’ambito dei progetti di cooperazione internazionale), mentre una percentuale estremamente minoritaria è stata svolta nei paesi occidentali, dove i programmi di microfinanza sono stati introdotti più recentemente. In particolare, nell’ambito dei Development Studies , uno degli oggetti di studio privilegiati è rappresentato dall’analisi della relazione fra accesso al credito da parte delle donne e processi di empowerment femminile. Con il termine empowerment – traducibile in italiano con l’espressione “rendere capaci di”, “mettere in grado di” [Tommasoli 2003] – ci si riferisce in generale ad un processo di cambiamento che implica un ampliamento nelle capacità delle persone di operare delle scelte strategiche per la propria vita in un contesto in cui tale capacità era precedentemente negata [Kabeer 1999]. Empowerment indica non solo un processo, ma anche il risultato del processo stesso. Inizialmente associato ad approcci allo sviluppo alternativi ed incentrati sulle organizzazioni locali ed i movimenti di base, questo termine è nel tempo entrato a far parte del vocabolario dei principali organismi di sviluppo internazionali divenendo un concetto mainstream in grado di mettere d’accordo istituzioni molto diverse fra loro [Parpart, Rai, Staudt 2002]. Tuttavia, se è vero che esiste un certo – anche se non totale – grado di accordo rispetto alla più generale definizione di questo termine, non è possibile dire altrettanto riguardo alle dimensioni caratterizzanti il processo di empowerment .

La plasticità del concetto di empowerment e la mancanza di unanimità nell’identificazione dei suoi elementi costitutivi hanno contribuito, da un lato, a valutazioni estremamente contraddittorie dell’impatto degli interventi di microcredito, dall’altro, ad un uso non sufficientemente problematicizzato e processuale del termine nell’ambito delle retoriche sul microcredito prodotte dalla comunità internazionale e da alcune istituzioni di microfinanza stesse, tanto da far ammettere come negli studi relativi all’analisi dei processi di empowerment delle donne come conseguenza dell’accesso al credito, non esistano indicatori unanimemente condivisi dalla comunità dei ricercatori.

L’equazione fra accesso al credito ed empowerment femminile nasce in ragione delle numerose storie di successo riportate dai promotori di programmi di microcredito: donne poverissime che, a seguito dell’accesso al microcredito, sono riuscite ad avviare attività generatrici di reddito grazie alle quali hanno potuto affrancarsi da una condizione di miseria riuscendo, al tempo stesso, sia a contribuire all’incremento del benessere della propria famiglia, che ad acquisire una posizione meno subordinata nei confronti dei familiari uomini. L’assunto alla base di questa equazione è che un empowerment di tipo economico – identificabile in un incremento delle entrate ed in una maggiore partecipazione delle donne alle spese familiari – possa favorire un empowerment di tipo sociale, traducibile in un innalzamento della posizione della donna all’interno della famiglia.

Pur non mancando etnografie e studi di caso relativi ad altri paesi – in particolare quelli “in via di sviluppo” – la maggior parte delle ricerche riguardanti il rapporto tra programmi di microcredito ed empowerment femminile sono stati condotti prevalentemente nelle aree rurali del Bangladesh. In tale contesto, infatti, le esperienze di microcredito vantano una storia trentennale e le donne, a partire dagli anni Ottanta, rappresentano il target privilegiato di tali programmi. In secondo luogo, la scelta portata avanti dalle principali istituzioni bangladesi di prestare quasi esclusivamente alle donne e - nel caso di Grameen Bank - di vincolare i crediti immobiliari all’intestazione della proprietà della casa a queste ultime, rappresenta una sfida alle norme culturali del purdha [2] che tradizionalmente relegano le donne ad una posizione profondamente marginale, sia dal punto di vista sociale che economico. Le aree rurali del Bangladesh (dove le norme del purdha sono più forti nel dare forma alle dinamiche delle relazioni di genere) rappresentano infatti un campo d’indagine particolarmente interessante per lo studio dei processi di cambiamento socio-culturale.

Ma le ragioni alla base della scelta delle donne come beneficiarie di microcredito non risiedono solo nella loro maggiore vulnerabilità: le donne si sono inoltre dimostrate non solo più affidabili degli uomini nella restituzione dei prestiti, ma anche più inclini ad investire nella famiglia – educazione e cura dei figli – i profitti della propria attività generatrice di reddito. In questo senso, la scelta di individuare nelle donne le principali beneficiarie dei microcrediti si è dimostrata doppiamente strategica per le istituzioni di microfinanza di tutto il mondo: da un lato – a seguito della maggiore enfasi posta dalla comunità internazionale sul maggiore protagonismo delle donne nei processi di sviluppo – ha permesso di avere maggiore accesso ai fondi della comunità internazionale; dall’altro, essendo le donne più propense alla restituzione dei prestiti, ha reso più probabile l’autosostenibilità finanziaria – e quindi la sopravvivenza – delle istituzioni di microfinanza stesse. Eppure la letteratura socio-antropologica dedicata all’analisi della relazione fra microcredito ed empowerment delle donne sottolinea con chiarezza come i risultati siano spesso contraddittori.

Alcune ricerche mettono decisamente in discussione l’assunto secondo il quale il microcredito potenzialmente contribuisca ad innescare processi di empowerment. La nota ricerca condotta da Sen Gupta e Goetz sull’esperienza di quattro organizzazioni di microfinanza in alcuni villaggi del Bangladesh, dimostra come le donne cedessero il controllo del prestito ricevuto ai loro mariti, rimanendo tuttavia formalmente responsabili della sua restituzione. In alcuni casi, la difficoltà di restituire il denaro portava ad una maggiore tensione a livello intrafamiliare, incrementando per le donne il rischio di subire violenza domestica [Sen Gupta e Goetz 1996]. Altre ricerche condotte in contesti sensibilmente diversi [Mayoux 2001; Brett 2006] giungono a conclusioni simili.

Vi sono tuttavia studi di caso che presentano esiti opposti, in particolare per quanto riguarda la questione legata al rischio di subire violenza domestica. Hashemi et al. a partire da uno studio condotto sull’esperienza delle due più importanti istituzioni di microfinanza in Bangladesh – Grameen Bank e BRAC – sostengono che la partecipazione a programmi di microcredito, quando duratura nel tempo[3] , rappresenta una sorta di “catalizzatore” della trasformazione delle vite delle donne in quanto permette loro di accedere a importanti risorse economiche attraverso le quali possono incrementare il controllo sulle loro vite, migliorare la loro posizione all’interno della famiglia e rinegoziare il proprio ruolo nell’ambito delle relazioni di genere. La possibilità di accedere al credito permetterebbe cioè alle donne di essere percepite dai familiari come la fonte di una nuova opportunità economica e di guadagnare quindi un maggiore potere negoziale (bargaining power ) all’interno della famiglia (a volte anche comportando – per alcune delle donne intervistate – una diminuzione della violenza domestica subita). In generale i ricercatori, pur dimostrandosi concordi nel sostenere che il microcredito da solo non rappresenti una strategia sufficiente nella lotta contro la subordinazione delle donne in Bangladesh, concludono che l’approccio utilizzato da Grameen Bank costituisce – all’interno dello spettro dei diversi programmi di sviluppo – una strategia efficace, sia nel raggiungere un elevato numero di donne che nel suo favorire, almeno potenzialmente, l’empowerment femminile [Hashemi, Schuler, Riley 1996].

Gli studi sinteticamente presentati esemplificano la contraddittorietà presente, in modo trasversale, nella letteratura dedicata all’analisi dell’impatto dei programmi di microfinanza sui processi di empowerment delle donne. Naila Kabeer individua proprio nella plasticità del concetto di empowerment uno degli elementi che hanno contribuito al prodursi di questa contraddittorietà. Nell’opinione di Kabeer, la duttilità del termine empowerment è legata al diverso modo in cui i ricercatori interpretano e danno significato alle relazioni di potere all’interno della famiglia e dai tipi di relazione fra coniugi privilegiati nell’analisi: la perdita del controllo del prestito da parte delle donne, ad esempio, viene letta come un evidente segno del mancato verificarsi di questo processo da quei ricercatori che, come Sen Gupta e Goetz, focalizzano l’attenzione su dinamiche di tipo antagonistico e che vedono nella gestione congiunta del credito una situazione che riflette la subordinazione femminile. Se si utilizza invece un’analisi centrata su relazioni di tipo cooperativo, sarebbe invece possibile interpretare la gestione congiunta del credito come una riorganizzazione in senso meno asimmetrico dei rapporti di genere. A partire dai dati raccolti nel corso di una ricerca condotta in Bangladesh sul programma di microfinanza SEDP (Small Enterprise Development Project) utilizzando tecniche di ricerca partecipative e volte a rendere le beneficiarie dei programmi di microfinanza protagoniste attive delle valutazioni, Kabeer rileva che spesso queste attribuivano un valore positivo alla possibilità di partecipare alle decisioni relative all’uso del prestito. In molti casi, più che cercare una totale indipendenza dai mariti, quello che le donne valorizzavano era una maggiore equità nelle relazioni familiari. La ricercatrice conclude che il microcredito, pur non comportando automaticamente empowerment per le donne, permette loro di accedere a nuove risorse utili a favorirlo. La contraddittorietà emergente nelle analisi di impatto condotte è forse attribuibile ad un altro un elemento spesso sottostimato dalla ricerca e cioè il fatto che le donne non rappresentino una categoria omogenea: fattori come l’età, lo status, la casta, così come i vissuti ed esperienze individuali, giocano un ruolo importante nella modalità di fruizione delle nuove opportunità che l’accesso al credito dischiude [Kabeer 2001].

Altri ricercatori propongono un’analisi che non solo mette profondamente in discussione l’equazione microfinanza-empowerment delle donne, ma che offre una diversa lettura della logica sottostante la politica del prestare quasi esclusivamente alle donne. Riprendendo Michel Foucault, Josephine Lairap-Fonderson, ad esempio, identifica nel microcredito una sorta di potere disciplinare che agisce sulle donne che partecipano ai programmi di microfinanza a due livelli. A livello macro, il microcredito è servito – in paesi come il Kenya ed il Camerun – quale strumento per regolare l’entrata delle donne nell’economia di mercato in un momento storico in cui le Politiche di Aggiustamento Strutturale segnavano un declino economico nei Paesi in via di Sviluppo ed un incremento vertiginoso della povertà in generale e della povertà femminile in particolare; vista l’esiguità dei prestiti, le donne sono state confinate a specifici segmenti del mercato, quelli economicamente più marginali. A livello micro, il microcredito esercita una pressione costante affinché le donne si conformino alle regole dell’economia di mercato; le strategie attraverso le quali avviene questo meccanismo regolatore – training scorsi di formazione, incontri di gruppo per monitorare l’andamento del prestito, sistema di premi e punizioni legato al pagamento del debito – non sono esplicitamente coercitive, tuttavia risultano funzionali a rendere le donne attori economici efficienti piuttosto che beneficiarie di politiche di welfare. La rappresentazione del microcredito di Lairap-Fonderson, non è tuttavia totalmente negativa: oltre a comportare dei benefici di natura materiale, può anche divenire uno strumento attraverso il quale le donne possono non solo mettere in gioco dinamiche di resistenza – ad esempio utilizzando il prestito ricevuto per scopi non autorizzati” dal programma di microfinanza – ma anche acquisire competenze utili per negoziare un cambiamento sociale [Lairap-Fonderson in Parpart, Rai, Staudt 2002].

Sulla base dei dati etnografici raccolti sull’esperienza di Grameen Bank in alcuni villaggi del Bangladesh nella seconda metà degli anni Novanta, Aminur Rahman – riprendendo James Scott – mette invece in evidenza come oltre al pubblico “verbale pubblico” relativo alle modalità di prestito alle donne, vi sia un“verbale privato” relativo alle operazioni di credito nei villaggi di cui sono portatori gli operatori. Nel“verbale pubblico”– che rappresenta la filosofia, gli obiettivi e la visione ufficiale dell’istituzione – il prestare alle donne si fonda su due obiettivi: il primo, dare credito alle donne per aumentare le loro capacità di guadagno affinché possano migliorare le condizioni socio-economiche delle loro famiglie; il secondo, organizzare le donne in gruppi per incrementare processi di presa di coscienza collettiva e per promuovere la solidarietà fra membri attraverso gli incontri settimanali. Il “verbale privato” rivelerebbe, invece, che la scelta un target esclusivamente femminile si basa sulla loro maggiore vulnerabilità posizionale: le donne sarebbero più remissive e più soggette alla pressione sociale rispetto agli uomini e la mancata restituzione del prestito comprometterebbe il loro izzat, il loro onore. Questa vulnerabilità posizionale verrebbe sfruttata dagli operatori per mantenere elevato il tasso di recupero crediti [Rahman 1999]. La stessa tesi è sostenuta da Lamia Karim che mette in evidenza come l’onore e le rappresentazioni socio-culturali ad esso associate, vengano sfruttati dalle ONG e dalle istituzioni di microfinanza per raggiungere i propri fini. Lo sfruttamento della vergogna come forma di controllo dei poveri – e delle donne povere in particolare – ha una lunga tradizione nelle aree rurali del Bangladesh. Le donne rappresentano le custodi dell’onore familiare che costituisce una risorsa morale attraverso la quale i poveri delle aree rurali si percepiscono come moralmente superiori ai ceti benestanti delle aree urbane. Verrebbe dunque a costituirsi una “economia della vergogna” attraverso la quale le istituzioni di microfinanza e le ONG si appropriano di forme pre-esistenti di pressione sociale sull’onore delle donne per recuperare i crediti e quindi assicurarsi la propria sostenibilità finanziaria [Karim 2008].

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-- 2008, Un mondo senza povertà, Milano, Feltrinelli.



[1] Il presente articolo è frutto di una riflessione congiunta. Ai fini accademici, Giovanna Guerzoni è responsabile dell’introduzione; Francesca Crivellaro è invece responsabile del paragrafo “Donne, microcredito e processi di empowerment: analisi e prospettive critiche”.

[2] Il termine purdha letteralmente significa “velo”, “cortina” e rappresenta una norma che nelle pratiche culturali quotidiane si declina in una consuetudine che impone alle donne una sorta di segregazione fisica: affinché una donna non comprometta il proprio izzat (onore) attraverso le interazioni con uomini non appartenenti alla famiglia è chiamata a vivere in un isolamento fisico che si traduce in una profonda marginalità socio-economica.

[3] La durata della partecipazione ad un programma di microfinanza è un fattore determinante nel favorire processi di empowerment. I benefici per le clienti, tanto sociali quanto economici, sono direttamente proporzionali al tempo di adesione al gruppo di prestito.

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